Guido Gozzano fu uno dei poeti più originali e riconoscibili del primo Novecento italiano. Dietro una lingua raffinata, musicale e spesso ironica, mise in scena un mondo fatto di ville un po’ polverose, oggetti fuori moda, amori mancati, ricordi familiari e piccoli paesaggi piemontesi. È il mondo del crepuscolarismo, ma nella sua poesia non c’è mai soltanto malinconia: c’è anche una lucidità modernissima, capace di guardare alle illusioni dell’amore, della giovinezza e della letteratura senza retorica.
Pier Carlo Lava
Nato a Torino il 19 dicembre 1883, Guido Gozzano trascorse parte decisiva della propria vita ad Agliè, nel Canavese, luogo che sarebbe diventato una presenza costante nell’immaginario delle sue liriche. Proveniva da una famiglia agiata; si iscrisse a Giurisprudenza, ma fu attirato soprattutto dalla letteratura e dalle lezioni di Arturo Graf. I suoi primi versi risentirono dell’influenza di Gabriele D’Annunzio; ben presto, però, Gozzano scelse una strada personale, lontana dal gusto per l’eroismo e l’eccezionalità.
Nella sua poesia entrano così le cose comuni e apparentemente dimeste: salotti di provincia, fotografie ingiallite, mobili antichi, giardini, abiti, ricordi. Non sono semplici decorazioni. Diventano il segno di una vita borghese osservata con affetto e, insieme, con un sorriso disincantato. Celebre è la sua attenzione per quelle che chiamò, con autoironia, le “buone cose di pessimo gusto”: una formula che riassume bene il suo modo di trasformare ciò che è modesto, sorpassato o persino kitsch in materia poetica.
La sua vita fu segnata dalla malattia. Nel 1907 gli venne diagnosticata una grave lesione polmonare, collegata alla tubercolosi che lo avrebbe accompagnato fino alla fine. Viaggiò in Liguria e, nel 1912, partì per l’India e Ceylon nella speranza di trovare giovamento nel clima. Da quell’esperienza nacquero articoli e lettere di viaggio, pubblicati postumi. Morì a Torino il 9 agosto 1916, a soli trentadue anni.
Le opere più importanti
La prima raccolta, La via del rifugio del 1907, contiene già alcuni dei testi più noti, tra cui L’amica di nonna Speranza, Le due strade e la poesia che dà il titolo al libro. È qui che Gozzano abbandona progressivamente le pose dannunziane e definisce il suo universo: l’amore è evocato ma non posseduto, il passato è amato ma anche percepito come irrimediabilmente perduto.
Il suo capolavoro è I colloqui, pubblicato da Treves nel 1911. La raccolta è divisa in tre sezioni — Il giovenile errore, Alle soglie e Il reduce — e costruisce quasi un’autobiografia interiore. Vi compaiono alcune delle sue poesie più celebri: La signorina Felicita ovvero la Felicità, Totò Merùmeni, Le due strade, L’amica di nonna Speranza e Invernale. Il poeta dialoga con le proprie illusioni, con le donne amate o immaginate, con la malattia e con l’idea della morte, senza mai rinunciare a un’intelligenza ironica.
Accanto alla poesia, Gozzano scrisse prose, racconti e fiabe. I tre talismani del 1914 raccoglie fiabe destinate ai più giovani; Verso la cuna del mondo. Lettere dall’India (1912-1913), pubblicato postumo nel 1917, conserva invece il suo sguardo di viaggiatore e cronista. Dopo la morte uscirono raccolte di racconti e novelle come L’altare del passato e L’ultima traccia, oltre alle liriche giovanili di Primavere romantiche.
Merita una menzione anche il progetto incompiuto delle Farfalle. Epistole entomologiche: un’opera curiosa e raffinata, nella quale l’osservazione del mondo naturale si unisce alla precisione letteraria e alla leggerezza ironica tipiche dell’autore.
“Invernale”: l’amore come prova di coraggio
Invernale, apparsa per la prima volta sulla rivista La Lettura nel gennaio 1910 e poi inserita ne I colloqui, racconta una scena semplice e memorabile: un gruppo di pattinatori abbandona un lago ghiacciato quando il ghiaccio comincia a incrinarsi. Restano soltanto il poeta e una giovane donna. Lei desidera proseguire; lui, di fronte al pericolo, sceglie la riva. Alla fine, lei gli porge la mano e gli sussurra una parola che resta sospesa come una sentenza: “Vile”.
Guido Gozzano, “Invernale”
«…. cri…. i…. i…. i…. icch….
l’incrinatura
il ghiaccio rabescò, stridula e viva.
«A riva!» Ognuno guadagnò la riva
disertando la crosta malsicura.
«A riva! A riva!…» Un soffio di paura
disperse la brigata fuggitiva.«Resta!» Ella chiuse il mio braccio conserto,
le sue dita intrecciò, vivi legami,
alle mie dita. «Resta, se tu m’ami!»
E sullo specchio subdolo e deserto
soli restammo, in largo volo aperto,
ebbri d’immensità, sordi ai richiami.Fatto lieve così come uno spetro,
senza passato più, senza ricordo,
m’abbandonai con lei, nel folle accordo,
di larghe rote disegnando il vetro.
Dall’orlo il ghiaccio fece cricch, più tetro….
dall’orlo il ghiaccio fece cricch, più sordo…Rabbrividii così, come chi ascolti
lo stridulo sogghigno della Morte,
e mi chinai, con le pupille assorte,
e trasparire vidi i nostri volti
già risupini lividi sepolti….
Dall’orlo il ghiaccio fece cricch, più forte….Oh! Come, come, a quelle dita avvinto,
rimpiansi il mondo e la mia dolce vita!
O voce imperïosa dell’istinto!
O voluttà di vivere infinita!
Le dita liberai da quelle dita,
e guadagnai la ripa, ansante, vinto….Ella sola restò, sorda al suo nome,
rotando a lungo nel suo regno solo.
Le piacque, alfine, ritoccare il suolo;
e ridendo approdò, sfatta le chiome,
e bella ardita palpitante come
la procellaria che raccoglie il volo.Non curante l’affanno e le riprese
dello stuolo gaietto femminile,
mi cercò, mi raggiunse tra le file
degli amici con ridere cortese:
«Signor mio caro, grazie!» E mi protese
la mano breve, sibilando: – Vile! –
Recensione: il ghiaccio, la paura e la vita
La grandezza di Invernale sta nell’unire racconto e simbolo. Il ghiaccio non è soltanto la superficie di un lago: è il confine fragile tra l’ebbrezza di vivere e l’improvvisa consapevolezza della morte. All’inizio la scena ha il movimento e quasi la grazia di una danza; poi il rumore dell’incrinatura — quel ripetuto “cricch” — trasforma il paesaggio in una minaccia.
La giovane donna rappresenta un’adesione coraggiosa e istintiva alla vita. È “bella ardita”, capace di restare nel “suo regno solo”, mentre il protagonista è travolto dall’immagine della morte e dal desiderio di salvarsi. Non è, tuttavia, una poesia che condanna semplicemente la paura: Gozzano mostra con onestà la fragilità dell’uomo davanti al rischio. Il poeta non si presenta come eroe; si definisce, senza attenuanti, “ansante, vinto”.
Il finale è straordinario proprio per la sua sobrietà. La ragazza non grida, non pronuncia una lunga accusa. Lo raggiunge con “ridere cortese”, gli porge la mano e sussurra: “Vile”. In quell’unica parola si concentrano il fallimento dell’amore, la distanza fra due modi di vivere e l’ironia dolorosa che attraversa tanta poesia gozzaniana.
Formalmente, Invernale è composta da sette sestine di endecasillabi: una struttura sorvegliata e musicale che contrasta con il disordine emotivo della scena. Gozzano domina il verso con eleganza, ma lascia entrare il suono secco e quasi fisico del ghiaccio che cede. È questa unione di precisione formale, ironia e inquietudine a rendere la poesia ancora attuale: perché tutti, almeno una volta, ci siamo trovati davanti a un “ghiaccio” sottile, divisi tra il desiderio di osare e la paura di cadere.
Fonti e testo: biografia e materiali digitali di Internet Culturale; testo di Invernale consultato su Wikisource.
GEO: Guido Gozzano nacque a Torino e mantenne un legame profondo con Agliè, nel Canavese: luoghi piemontesi che tornarono frequentemente nella sua vita e nella sua poesia.
Per ulteriori approfondimenti: segui Alessandria Post e ItalianNewsPost.com.
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Crediti immagine: Ritratto di Guido Gozzano, autore sconosciuto. Fonte: Wikimedia Commons. Immagine in pubblico dominio (Public Domain Mark).