Ogni giorno una scena discreta si ripete. Si entra in un supermercato con l’idea di acquistare un paio di cose ma si esce con il carrello riempito per la metà e lo scontrino che non perdona. Non è solo una dinamica che si configura con il rialzo dei prezzi ma qualcosa che restituisce una percezione chiara: a parità di spesa sostenuta rispetto ad un passato non propriamente lontano, l’aspetto quantitativo e qualitativo risultano alleggeriti. L’acquisto sempre più spesso, delude le nostre aspettative.
E questo, nel corso del tempo, si traduce in una perdita reale. La chiave di lettura non si traduce in un ormai sentito più volte, “si stava meglio prima”, ma suggerisce un cambiamento concreto nel modo in cui molti prodotti vengono progettati e immessi sul mercato. La logica della durata ha ceduto il passo a quella della rotazione. Un oggetto che dura molto è, per chi lo produce, un oggetto destinato a rallentare il processo consumistico. Uno che dura il giusto, cioè poco, rimette in moto il ciclo.
È una dinamica nota, ma raramente dichiarata. Eppure si riflette nella vita quotidiana: si compra più spesso, si sostituisce prima, si ripara meno. Il risultato è un aumento del costo nel tempo, anche quando il prezzo iniziale sembra accessibile. Ma un momento, non si stava parlando di economia circolare? Già perché accanto a questa dinamica lineare, si sta sviluppando un modello che prova a invertire la direzione.
L’economia circolare nasce proprio come risposta a un sistema fondato sulla sostituzione continua. Introduce un principio opposto ossia quello di prolungare la vita delle cose riducendo lo spreco. In questo approccio, un oggetto non è più pensato per essere rapidamente sostituito, ma per essere riutilizzato, riparato, trasformato. È come se il valore non si esaurisse al momento dell’acquisto, ma continuasse nel tempo. È una logica che riporta al centro dell’attenzione la durata, ma in una forma nuova, più consapevole e strutturata rispetto al passato. Tuttavia, anche qui emerge una tensione. L’economia circolare convive con il modello tradizionale senza averlo ancora sostituito. Rischia persino di diventare un’etichetta, più che una pratica sostanziale.
Si parla di sostenibilità, ma non sempre si riduce davvero il ciclo di consumo. Si promuove il riutilizzo, ma si continua a produrre secondo logiche di breve durata. Il discorso si complica, perché le due logiche convivono e non sempre si capisce quale stia davvero prevalendo. Allo stesso tempo si apre una strategia concreta che spinge a non limitarsi nel subire il cambiamento, perché pone in evidenza la possibilità di orientarlo.
La circolarità è infatti un criterio di scelta perché se è vero che il sistema spinge verso la velocità, è altrettanto vero che spesso siamo noi a seguirlo senza opporre resistenza. Scegliamo ciò che è immediato anche quando intuiamo che durerà meno. Non sempre per necessità, a volte semplicemente per abitudine. Significa dunque scegliere di interrogarsi non solo su quanto costa qualcosa, ma sulla durata, su quanto possa essere mantenuto e su quale impatto lasci dopo l’utilizzo. In questo senso, la domanda sul valore si arricchisce. Non riguarda più soltanto il rapporto tra prezzo e qualità, ma il ciclo completo di ciò che si acquista, si utilizza e su cosa si decide di scartare.
Alla narrazione si aggiunge un altro elemento, meno evidente ma non per questo meno incisivo. Il valore, oggi, viene spesso misurato in termini di efficienza ovvero in disponibilità immediata. Ciò che è facile da trovare e pronto all’uso, appare conveniente. Ma l’immediatezza non sempre coincide con la qualità. Anzi, in molti casi la comprime. Il tempo, che un tempo era una componente del valore, ovvero il tempo di costruire, di migliorare, di rendere solido, oggigiorno è percepito come un ostacolo. E quando il tempo viene ridotto, si riduce anche la profondità di ciò che si produce.
Lo stesso schema si ritrova nel lavoro. Qui la questione è ancora più delicata, perché non riguarda oggetti ma persone. Si lavora di più, in molti casi con maggiore intensità e continuità rispetto al passato. La tecnologia non ha reso il lavoro solo più fluido, ma anche più pervasivo. Non esistono più confini netti tra tempo lavorativo e tempo personale: le comunicazioni arrivano in ogni momento, le richieste si moltiplicano, la velocità diventa una competenza richiesta. Ecco che l’asse che determina l’equilibrio si sposta: si dà molto, ma si riceve meno in sicurezza, in prospettiva e spesso anche in termini di rispetto. Il lavoro continua a essere un fulcro nella vita delle persone, ma ormai non restituisce garanzia di costruzione qualitativa che aveva in passato.
È una questione di senso più che di reddito perché quando l’impegno non si traduce in una forma di avanzamento percepibile, si insinua una fatica diversa che persiste e che sfianca. Questa dinamica non si ferma all’economia e al lavoro. La velocità entra, con modalità e funzioni diverse, anche nelle relazioni interpersonali. Oggi è probabilmente più semplice incontrarsi, entrare in contatto e anche iniziare una conversazione. Le occasioni si moltiplicano ma le distanze si accorciano. Eppure, proprio questa veloce facilità sembra aver reso i legami più esposti alla fragilità.
Una relazione richiede tempo, continuità, capacità e soprattutto voglia di attraversare anche le difficoltà. Ma quando il contesto abitua all’immediatezza, anche le relazioni rischiano di essere vissute secondo quegli stessi canoni. Si entra facilmente, si esce facilmente. E quando qualcosa si incrina, spesso si preferisce interrompere piuttosto che chiarire e pazienza se poteva essere un rapporto che dava valore aggiunto! È una modalità che riduce il conflitto, ma aumenta l’incompiuto. Ma l’incompiuto, nel tempo, pesa e come! In tutti questi ambiti, economia, lavoro, relazioni emerge una traiettoria comune. Continua ad aumentare il costo e non il valore.
E il costo non è solo economico, è costituito dal tempo, dall’attenzione e dall’energia. Quando la proporzione tra ciò che si dona e ciò che si riceve genera una disuguaglianza che si concretizza in una forma di insoddisfazione diffusa che non sempre viene riconosciuta subito, ma che incide nel medio-lungo periodo. Il punto più sottile, però, è un altro. Non è solo lo squilibrio a incidere, ma il fatto che, poco alla volta, ci si abitua. Si finisce per considerare normale dare di più e ricevere meno, fino a non farci quasi più caso. Non è il caso, per ottenere risoluzioni esaustive, individuare colpe o responsabilità. Le trasformazioni in atto sono complesse e riguardano modelli produttivi, abitudini di consumo, evoluzioni tecnologiche e culturali.
Tuttavia, una domanda sarà il caso di porsela: ciò che paghiamo, in denaro, in termini temporali o disponibilità restituisce ancora un valore accettabile? È una domanda che vale davanti a uno scaffale, ma anche davanti a una scelta lavorativa o a un legame personale. Non sempre si ha una risposta nell’immediato ma è pur vero che può aiutare a riportare l’attenzione su un punto che rischia di passare in secondo piano tenendo bene a mente che il valore non coincide con il prezzo, né con la velocità con cui qualcosa è disponibile perché il valore si misura nel tempo, e soprattutto nella capacità di non lasciare un vuoto dopo l’utilizzo.
In un contesto in cui tutto sembra accessibile, la vera differenza potrebbe tornare a farla proprio questo aspetto: distinguere ciò che passa da ciò che resta. E riconoscerlo non è un esercizio teorico, ma una forma concreta di consapevolezza.
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