“A volte pensiamo di scegliere un cane. Poi passa il tempo e capiamo che, forse, è stato lui a scegliere noi.”. “Cinque anni fa pensavo di andare a vedere un cane. Oggi so che quel giorno fu lui a scegliere me.”
“Per Slavik, casa non è un luogo. Casa sono io…… Pier Carlo Lava
Ci sono storie che non si dimenticano. Non perché siano straordinarie agli occhi del mondo, ma perché cambiano profondamente la vita di una persona. La mia storia con Slavik è una di queste. Accadde circa cinque anni fa. Avevo appena perso la mia amata Raissa e, come spesso succede dopo la scomparsa di un cane che ha occupato una parte importante della nostra vita, non ero sicuro di essere pronto a ricominciare. Eppure qualcosa mi spinse ad andare a vedere due Terrier Russi Neri che cercavano una nuova famiglia dopo la morte del loro proprietario. C’era un maschio e una femmina. In realtà ero orientato verso la femmina. Avevo sempre avuto femmine e pensavo che la scelta sarebbe stata naturale. Arrivammo davanti alla villetta insieme alla sorella del proprietario scomparso. Appena aperto il cancello, i due cani comparvero dal retro del giardino come due leoni. Stavano proteggendo la loro casa e il loro territorio.
La femmina continuò a ringhiare. Il maschio no.
Si fermò a pochi metri da me, smise di ringhiare, avanzò lentamente e appoggiò la testa contro le mie gambe.
Non conoscevo ancora il suo nome. Non sapevo nulla di lui. Eppure in quel momento successe qualcosa che ancora oggi faccio fatica a spiegare.
Lo accarezzai.
Mi feci dare il guinzaglio.
Uscimmo insieme.
Come se fossimo sempre stati insieme.
Facemmo qualche passo lungo la strada. Lui annusava, faceva le sue soste, osservava l’ambiente. Poco distante avevo parcheggiato la mia station wagon. Aprii il portellone posteriore e lui, senza esitazione, saltò dentro.
Ricordo ancora il pensiero che mi attraversò la mente.
Sembrava che mi stesse dicendo:
“Allora? Chiudi e andiamo a casa.”
Invece dovetti riportarlo indietro. La responsabile dell’associazione di razza mi aveva spiegato che stavano ancora valutando a chi affidare i due cani. Lo feci scendere, rientrammo nel giardino e lo lasciai lì.
Pensavo che la visita fosse finita.
Mi sbagliavo.
Quando me ne andai, lui lasciò tutti gli altri e mi seguì lungo il percorso interno alla recinzione. C’erano la sorella del proprietario, il marito, gli amici di famiglia, la femmina che aveva vissuto con lui per anni.
Eppure seguiva me.
Arrivato all’ultimo tratto della recinzione mi fermai.
Lui si fermò.
Ci guardammo.
Ancora oggi, ripensando a quel momento, ho la sensazione che mi stesse chiedendo una cosa molto semplice:
“Ma non mi porti con te?”
Gli promisi che ci avrei provato.
Salito in macchina, inviai fotografie e un dettagliato resoconto alla presidente dell’associazione. Dopo aver ascoltato il mio racconto, mi disse una frase che non ho mai dimenticato.
“Pier Carlo, prendi pure Slavik.”
Pochi minuti dopo chiamai la sorella del proprietario.
“Domani alle due vengo a prenderlo.”
Il giorno seguente Slavik arrivò a casa.
Aveva già sei anni.
Pesava oltre sessanta chili.
E da quel momento non mi ha più lasciato.
Ricordo ancora il primo episodio. Lo lasciai in appartamento per pochi minuti mentre scendevo in cantina. Quando tornai, mia moglie mi raccontò che era rimasto tutto il tempo dietro la porta a piangere e ad aspettarmi.
Quando aprii, mi saltò addosso dalla gioia.
Da allora non è cambiato nulla.
Per cinque anni mi ha seguito in ogni stanza della casa.
Se lavoravo, si metteva accanto alla scrivania.
Se guardavo la televisione, si sdraiava poco distante.
Se mi alzavo, lui si alzava.
Se mi spostavo, lui mi seguiva.
Come se avesse paura di perdere ancora una volta qualcuno di importante.
Dieci mesi fa pensai che fosse arrivato il momento più difficile.
Non riusciva quasi più ad alzarsi.
Le zampe posteriori non lo sostenevano come prima.
Vederlo così mi spezzava il cuore.
Poi scoprii una terapia con anticorpi monoclonali. Decisi di provarci.
Funzionò.
Non fece miracoli.
Gli restituì qualcosa di ancora più prezioso.
Tempo.
Tempo da vivere.
Tempo da condividere.
Tempo da passare ancora insieme.
Oggi Slavik è anziano. Cammina più lentamente. Dorme di più. Non ha più la forza di un tempo.
Ma continua a fare una cosa.
Mi segue.
Proprio mentre scrivo queste righe, si è alzato dal suo tappeto in salone, dove si era appena sistemato dopo aver bevuto e riposato. Trenta secondi dopo era qui, davanti allo studio, con la testa rivolta verso il corridoio e gli occhi su di me.
Come ha sempre fatto.
So che un giorno arriverà una decisione dolorosa.
Chi vive accanto a un cane anziano sa che questo pensiero esiste.
È lì.
Silenzioso.
Ogni giorno.
Ma oggi non è ancora quel giorno.
Oggi Slavik è qui.
E mentre lo guardo penso che, forse, cinque anni fa non fui io ad adottare lui.
Forse fu lui ad adottare me.
E da allora non ha mai smesso di ricordarmelo.
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Geo
Questa è una storia vera vissuta ad Alessandria da Pier Carlo Lava e dal suo Terrier Russo Nero Slavik. Un racconto di amicizia, fedeltà e amore reciproco che testimonia quanto profondo possa essere il legame tra un cane e la persona che sceglie di accompagnarlo nel cammino della vita.
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