Ci sono incontri nei quali parlare la stessa lingua sembra indispensabile e altri nei quali, quasi misteriosamente, le parole diventano secondarie. “Oltre la lingua” di Giuseppina De Biase nasce proprio dentro questo spazio invisibile: quello nel quale due persone possono provenire da mondi differenti, utilizzare parole diverse e possedere alfabeti lontani, eppure riconoscersi attraverso qualcosa di più profondo. È una poesia sulla comunicazione umana, ma soprattutto sulla capacità dei sentimenti di attraversare confini che la grammatica, da sola, non riesce a superare.

Pier Carlo Lava

Oltre la lingua

Non serve il suono esatto del dizionario,
né la grammatica perfetta delle labbra,
quando il pensiero si poggia sullo stesso ritmo.

Tu parli una lingua, io ne parlo un’altra,
i nostri alfabeti sono strade distanti,
eppure c’è un punto,
proprio al centro del petto,
dove ogni sillaba straniera
impara a respirare.

Non importa se la mente inciampa,
se il senso esatto sfugge
ci sono nodi che la lingua non scioglie
e ponti che il silenzio sa costruire.

Basta fermarsi a guardare
la piega di un sorriso,
ascoltare l’eco che vibra sottopelle
Una parola scritta

Perché l’essenziale non si traduce
si sente dentro
e basta.

Giuseppina De Biase

Quando le parole non bastano più

Il punto di partenza della poesia è semplice, ma contiene già tutta la forza del componimento: non serve il suono esatto del dizionario per arrivare veramente all’altro. De Biase pone così, fin dai primi versi, una distinzione fondamentale tra il significato letterale delle parole e quella forma più profonda di comprensione che nasce dall’empatia, dalla sensibilità e dalla capacità di percepire ciò che l’altro sta comunicando anche senza possedere perfettamente il suo stesso linguaggio.

Il verso sulla «grammatica perfetta delle labbra» è particolarmente efficace perché trasforma la lingua in qualcosa di fisico. Non siamo più soltanto nel territorio delle regole grammaticali, ma nel mondo dei gesti, delle espressioni, delle esitazioni e delle emozioni. Le labbra possono pronunciare parole differenti, ma il pensiero può comunque «poggiarsi sullo stesso ritmo». Ed è proprio il ritmo condiviso a diventare la prima vera forma di incontro.

Due alfabeti, una stessa umanità

«Tu parli una lingua, io ne parlo un’altra» potrebbe sembrare l’inizio di una distanza. Subito dopo, infatti, la poetessa definisce gli alfabeti come “strade distanti”. Ma il testo non rimane nella separazione: introduce immediatamente un luogo nel quale quelle strade possono finalmente incontrarsi.

Quel luogo è «proprio al centro del petto».

È una scelta poetica intuitiva e potente. Il cuore diventa idealmente il punto nel quale ciò che è straniero smette di esserlo. Persino una sillaba appartenente a un’altra lingua può, in quel luogo, “imparare a respirare”.

È una delle immagini più riuscite del componimento, perché attribuisce alla parola una vita propria. La sillaba straniera non viene semplicemente capita: viene accolta, assimilata, trasformata in qualcosa che riesce a vivere dentro di noi.

I nodi della lingua e i ponti del silenzio

Il passaggio probabilmente più significativo arriva quando De Biase scrive che esistono «nodi che la lingua non scioglie e ponti che il silenzio sa costruire».

Qui emerge un apparente paradosso. Normalmente consideriamo la parola come lo strumento principale della comunicazione e il silenzio come la sua interruzione. Nella poesia avviene il contrario: proprio quando le parole non riescono più a svolgere pienamente il loro compito, il silenzio può diventare capace di avvicinare.

Uno sguardo, una pausa, una presenza, la piega di un sorriso possono trasmettere qualcosa che nessun dizionario riuscirebbe a spiegare completamente.

E questo rende “Oltre la lingua” particolarmente contemporanea. Viviamo infatti nell’epoca della comunicazione continua. Messaggi, social network, traduzioni automatiche e strumenti digitali ci consentono di comunicare istantaneamente con persone dall’altra parte del mondo. Eppure comunicare non significa necessariamente comprendersi.

Si può parlare la stessa lingua e restare lontanissimi.

Si possono utilizzare lingue differenti e sentirsi profondamente vicini.

Il sorriso come linguaggio universale

La poesia invita quindi a «fermarsi a guardare la piega di un sorriso». È un’immagine quotidiana, apparentemente piccola, ma proprio per questo molto efficace.

Il sorriso appartiene a quella grammatica universale del corpo che precede qualsiasi vocabolario. Non occorre conoscere perfettamente una lingua per percepire la gioia, la timidezza, la tenerezza o l’imbarazzo racchiusi in un’espressione.

De Biase sposta progressivamente la comunicazione dalla parola verso il corpo e poi ancora più in profondità, verso ciò che «vibra sottopelle».

È lì che il testo assume una dimensione quasi fisica del sentimento. Non stiamo più parlando soltanto di capire concettualmente l’altro, ma di percepirlo.

“L’essenziale non si traduce”

Gli ultimi versi contengono la chiave dell’intero componimento:

«Perché l’essenziale non si traduce / si sente dentro / e basta.»

È una chiusura netta, quasi definitiva.

La traduzione appartiene alle parole. Il sentimento, invece, appartiene all’esperienza.

Possiamo tradurre un vocabolo da una lingua all’altra, ma non esiste un equivalente perfetto per ciò che una persona prova. Possiamo spiegare l’amore, la nostalgia, la paura o la tenerezza, ma nessuna definizione riuscirà mai a coincidere completamente con l’esperienza di quei sentimenti.

Ed è proprio questa la distanza che la poesia tenta continuamente di attraversare.

Una poesia accessibile che affronta un tema profondo

Lo stile di Giuseppina De Biase mantiene una caratteristica importante: la capacità di parlare di concetti complessi attraverso immagini immediatamente comprensibili.

Il dizionario, gli alfabeti, le strade, il petto, i nodi, i ponti, il sorriso sono elementi semplici. Ma inseriti all’interno del testo assumono progressivamente un significato simbolico.

Non c’è volontà di complicare il linguaggio per renderlo artificiosamente poetico. La forza nasce piuttosto dall’associazione tra immagini concrete e riflessioni universali.

“Oltre la lingua” non racconta soltanto l’incontro fra due persone che parlano idiomi differenti. Può essere letta in modo molto più ampio.

Parla delle differenze culturali.

Parla delle distanze generazionali.

Parla delle incomprensioni che possono esistere persino tra due persone che utilizzano esattamente le stesse parole.

E suggerisce che la comprensione autentica richiede qualcosa di più del linguaggio: richiede attenzione, sensibilità e disponibilità verso l’altro.

Oltre i confini delle parole

Forse proprio questo è il messaggio più bello lasciato dal componimento.

Le lingue possono dividere, ma gli esseri umani possiedono strumenti molto più antichi delle parole per riconoscersi.

Uno sguardo.

Un silenzio.

Un sorriso.

Una sensazione che attraversa la pelle.

Giuseppina De Biase costruisce così una poesia che parte dalla diversità linguistica per arrivare a un tema molto più vasto: la possibilità dell’incontro umano.

Perché ci sono parole che devono essere tradotte.

E poi ci sono sentimenti che, quando sono autentici, non hanno bisogno di traduzione.

Si sentono dentro. E basta.

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“Oltre la lingua” di Giuseppina De Biase è una poesia sulla capacità dei sentimenti di superare le differenze linguistiche. Parole, silenzi, sorrisi e percezioni diventano ponti capaci di avvicinare le persone oltre ogni confine.

Immagine generata con I.A.