La crisi della sanità pubblica italiana sta assumendo una forma nuova e probabilmente ancora più preoccupante della tradizionale carenza di personale. Non sono più soltanto i pensionamenti a svuotare gli ospedali: sempre più medici scelgono volontariamente di lasciare il Servizio sanitario nazionale, spesso nel pieno della loro carriera. I dati relativi al 2025, diffusi dal Centro Studi Anaao Assomed, segnano uno spartiacque: 3.767 dimissioni volontarie contro 2.876 pensionamenti. Rispetto alle 1.503 dimissioni registrate nel 2024, l’aumento è di circa il 150% in un solo anno.

Pier Carlo Lava

Non se ne vanno soltanto i medici anziani

È probabilmente questo l’aspetto più significativo dell’intera vicenda. A lasciare gli ospedali pubblici non sono prevalentemente professionisti ormai prossimi alla pensione. L’età media di chi si dimette si colloca intorno ai 48 anni, quindi in una fase nella quale un medico possiede già una notevole esperienza professionale e può avere davanti ancora molti anni di attività.

Le destinazioni possono essere il settore sanitario privato o l’estero, mentre alla base delle dimissioni Anaao individua un insieme di problemi che da tempo vengono denunciati all’interno degli ospedali: turni pesanti, retribuzioni considerate non competitive rispetto ad altri Paesi europei, rischio di burnout, crescente burocrazia, difficoltà nel conciliare lavoro e vita privata e aggressioni nei reparti.

Il fenomeno interessa gran parte dell’Italia. In 12 regioni su 20, durante il 2025, il numero dei medici che hanno volontariamente abbandonato il Servizio sanitario nazionale ha superato quello di coloro che sono andati in pensione.

Le situazioni indicate come particolarmente critiche sono quelle di Lazio, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna, dove il rapporto tra dimissionari e pensionati arriva a oscillare fra 2,4 e 3,3 medici che lasciano volontariamente per ogni medico che va in pensione.

Il Piemonte: da 105 a 245 dimissioni

Il dato merita particolare attenzione anche dal punto di vista piemontese. Nel 2015 in Piemonte le dimissioni volontarie dei medici ospedalieri erano state 105; nel 2025 sono diventate 245. In dieci anni, quindi, sono più che raddoppiate.

Il Piemonte non rappresenta un caso isolato. In Puglia le dimissioni nel 2025 sono state 308, contro appena 56 nell’anno precedente, e risultano circa il doppio dei pensionamenti. In Campania, nonostante 728 assunzioni a tempo indeterminato, 246 medici hanno lasciato il reparto. In Veneto i professionisti usciti volontariamente sono stati 214, mentre erano 115 nel 2015. Nelle Marche si è passati dalle 33 dimissioni del 2015 alle 139 del 2025.

Sono numeri differenti da territorio a territorio, ma indicano una tendenza comune: assumere nuovi medici non basta se contemporaneamente una quota consistente di quelli già presenti decide di andarsene.

Per ogni 100 assunti, 43 si dimettono

Uno dei numeri più impressionanti dello studio riguarda proprio il rapporto fra entrate e uscite. Nel 2025, ogni 100 medici assunti a tempo indeterminato, 43 hanno presentato le dimissioni. Considerando anche pensionamenti e altre cause di cessazione, le uscite dal sistema pubblico arrivano a 77 ogni 100 nuovi assunti.

È la fotografia di un sistema che rischia di investire enormi risorse per formare e assumere personale senza riuscire successivamente a trattenerlo.

Ed è un problema differente dalla semplice scarsità numerica di medici. Se un professionista lascia volontariamente un ospedale pubblico per trasferirsi nel privato o all’estero, significa che occorre interrogarsi anche sulla qualità e sull’attrattività del lavoro nel Servizio sanitario nazionale.

Il problema può inoltre autoalimentarsi. Meno medici rimangono nei reparti, maggiori possono diventare i carichi di lavoro per quelli che restano; carichi più elevati possono a loro volta aumentare stress e insoddisfazione e favorire ulteriori dimissioni. È questo il meccanismo che occorre interrompere.

Il paradosso: i medici giovani stanno entrando

C’è però un elemento apparentemente positivo. Il ricambio generazionale è realmente cominciato. Tra il 2015 e il 2024 l’età media dei medici ospedalieri si è ridotta di 2 anni e 7 mesi per gli uomini e di 2 anni e 4 mesi per le donne.

Un contributo importante è arrivato dal cosiddetto Decreto Calabria, che tra il 2019 e il 2025 ha consentito l’ingresso nel sistema di quasi 10.000 giovani medici, permettendo agli specializzandi di lavorare nelle strutture del Servizio sanitario nazionale.

Anche gli organici complessivi mostrano una crescita: tra il 2015 e il 2024 il personale medico del SSN è aumentato del 2,7%.

Ma dietro il dato nazionale si nasconde un’Italia profondamente divisa. Nell’ultimo decennio il Centro-Nord ha guadagnato 4.029 medici, pari al +5,9%, mentre il Mezzogiorno ne ha persi 1.166, pari al -3,1%.

Le riduzioni più consistenti degli organici nel periodo considerato vengono segnalate in Basilicata (-24,6%), Molise (-17,2%), Valle d’Aosta (-14,2%) e Calabria (-12,6%).

Il problema non è più soltanto trovare medici, ma convincerli a restare

Questi numeri cambiano in parte la prospettiva con cui viene normalmente affrontata la crisi della sanità. Per anni il dibattito si è concentrato soprattutto sulla necessità di aumentare i posti nelle facoltà di Medicina e nelle scuole di specializzazione. Resta un tema importante, ma la situazione attuale pone una domanda ulteriore: che senso ha formare e assumere migliaia di professionisti se poi gli ospedali pubblici non riescono a trattenerli?

Il presidente della Fnomceo Filippo Anelli ha collegato il problema alla necessità di investire maggiormente sulla professione medica e non soltanto sulle strutture. Anaao Assomed chiede invece un piano articolato di interventi: superamento definitivo del tetto alla spesa per il personale, migliori retribuzioni, detassazione di alcune componenti salariali, incentivi economici e professionali per le sedi disagiate e il Mezzogiorno, maggiore tutela dei riposi e della genitorialità, interventi sulla sicurezza negli ospedali e un osservatorio nazionale sulle dimissioni.

Sono proposte sulle quali naturalmente spetterà alla politica decidere. Ma il problema evidenziato dai numeri difficilmente può essere ignorato.

A rischiare alla fine sono soprattutto i cittadini

La fuga dei medici non riguarda soltanto chi lavora negli ospedali. Riguarda direttamente i pazienti. Un reparto con personale insufficiente significa maggiore difficoltà nell’organizzare i turni, pressione sui professionisti rimasti, possibili riduzioni delle attività, maggiore difficoltà nel garantire alcuni servizi e potenzialmente tempi più lunghi per visite, esami e interventi.

La questione diventa ancora più delicata nei territori periferici e negli ospedali più piccoli. Se la capacità di attrarre personale diminuisce, il rischio è che si allarghi ulteriormente la distanza tra grandi strutture ospedaliere e presidi territoriali.

Il dato del 2025 rappresenta quindi qualcosa di più di una statistica sul mercato del lavoro medico. Quando le dimissioni volontarie superano i pensionamenti significa che una parte dei professionisti non sta semplicemente terminando la propria carriera: sta scegliendo di continuare quella carriera altrove.

Ed è forse questa la domanda più importante che la politica sanitaria dovrebbe porsi: perché un medico di 48 anni, dopo anni di studi, specializzazione ed esperienza maturata nel servizio pubblico, decide che non vale più la pena restare in un ospedale del Servizio sanitario nazionale?

La risposta a questa domanda potrebbe essere decisiva per capire non soltanto quanti medici avremo nei prossimi anni, ma quale sanità pubblica italiana riusciremo ancora a garantire ai cittadini.

Fonti e approfondimenti

Dati principali: studio del Centro Studi Anaao Assomed sulla demografia medica 2015-2025, elaborato sulla base di dati Onaosi, Conto annuale dello Stato e MEF.

ANSA – La fuga dei medici dagli ospedali, boom di dimissioni

Anaao Assomed – Studio sulla demografia medica 2015-2025

RaiNews – Medici, dimissioni volontarie oltre i pensionamenti

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GEO: Italia – Piemonte – Alessandria

La fuga dei medici dagli ospedali pubblici sta diventando uno dei problemi più delicati della sanità italiana. Nel 2025 le dimissioni volontarie hanno superato i pensionamenti, con un aumento di circa il 150% rispetto all’anno precedente. Turni pesanti, stipendi, burnout, sicurezza e difficoltà nel conciliare lavoro e vita privata sono tra le principali criticità segnalate. Un fenomeno che riguarda anche il Piemonte e che pone una domanda decisiva sul futuro del Servizio sanitario nazionale: non basta assumere nuovi medici, occorre riuscire a trattenerli.

Alessandria Post: https://piercarlolava.blogspot.com/

Italian News Post: https://italianewspost.com/

Medici in fuga dagli ospedali italiani: nel 2025 boom delle dimissioni volontarie, che superano i pensionamenti. Le cause, i dati del Piemonte, le regioni più in difficoltà e le conseguenze per la sanità pubblica.

Crediti: Immagine generata con intelligenza artificiale – ChatGPT/OpenAI.