Alcuni legami restano dentro di noi continuando a tessere un filo invisibile che ci unisce a chi abbiamo amato e che ora non è più tra noi. È una sensazione intensa che si ritrova spesso nelle poesie dell’autrice Barbara Wioletta Baka, profondamente legata ai suoi animali e soprattutto ai suoi due cagnolini, che hanno condiviso con lei una parte importante della sua vita.
Il loro ricordo ritorna spesso nei suoi versi. A volte è evidente, altre volte basta una parola, un’immagine, un richiamo per avvertirne la presenza. Nei suoi versi c’è qualcosa di più autentico e evocativo di un affettuoso ricordo: è quell’amore incondizionato che solo gli animali sanno consegnare all’uomo, fatto di presenza, fedeltà e di un affidarsi senza riserve, capace di permanere nell’anima anche quando quella presenza non c’è più.
Chi ha vissuto con un cane sa quanto possa essere profondo questo rapporto. A un animale non importa quale sia il nostro ruolo professionale, quali siano i nostri successi o le nostre sconfitte, né se siamo belli o brutti. Ci riconosce per ciò che siamo e ci resta accanto nei momenti felici e in quelli difficili, quando siamo forti e quando lo siamo molto meno. Ciò spiega, almeno in parte, perché un animale possa lasciare un vuoto tanto grande quando viene a mancare.
Per la poetessa i suoi cagnolini sono stati anche questo. Non soltanto dunque, compagni di vita, ma piccoli maestri capaci di insegnare, senza parole, qualcosa sulla fedeltà, sulla dignità e sull’amore.
Non è quindi casuale che, nelle parole che accompagnano “Nudo canto”, li definisca maestri della dignità. È una frase che aiuta anche a comprendere la poesia: dietro il ricordo e il dolore per ciò che non c’è più affiora infatti una domanda radicale, quella su cosa rimanga di noi e dei nostri legami quando la presenza fisica viene meno.
Ed è proprio da questa soglia che prende forma “Nudo canto”.
Nudo canto trova anche una sua dimensione nella voce di Dorotj Biancanelli, che ne interpreta i versi accompagnandone il percorso tra materia e spirito, assenza e presenza, buio e luce.
NUDO CANTO
L’anima è un territorio sovrano
che dipinge di verde edera e roselline rosse
un silenzioso arcano.
C’è un segreto che il tempo non sa,
che oltre le mura della fragile natura,
vive un’ultima soglia dell’essere intero,
un canto nudo, un vasto mistero.
Nessun’ombra che possa tradire,
ogni battito è un modo di dire,
è la luce che piove dai cieli distanti
che affonda le radici nel buio profondo
per farsi scintilla e stupire il mondo.
E in questo silenzio che tutto contiene,
l’anima scioglie le antiche catene,
scoprendo che il viaggio, la meta, il sentiero
non sono che specchi di un unico velo.
È il grido di un fiore, pur senza parola,
che nel vuoto del tempo risuona e s’invola.
Così la materia si spoglia e s’incanta
nel fango che nutre la linfa più santa.
Un soffio soltanto, ma pieno di Dio
che annulla la distanza tra il mondo e l’io.
Non cerca una casa, non vuole una meta,
vive nel giardino di un’alba segreta
svelando il divino che appare lontano
e alla luce che torna alla fonte del Sole
per onorare le nude parole.
Custodi della mia luce, ovunque io sia!
Ogni verso si apre come un varco sublime verso la soglia della nostra interiorità: un invito senza tempo a interrompere l’inutile ricerca esteriore di ciò che già dimora, intatto e sovrano, nel santuario segreto del cuore.
Qui il fango e la luce non conoscono opposizione, ma una più profonda comunione, poiché se le radici discendono nell’opacità del buio è soltanto perché la luce possa sprigionare il suo miracolo.
Questo cammino è dedicato ai cagnolini Piccolina e Lucky, luminosi maestri di ineguagliabile dignità, che hanno saputo ricondurre l’essenza alla sua sorgente, custodi silenziosi di quella verità eterna per cui il ritorno a casa è l’unico vero viaggio.
L’anima si erge a regno sovrano e indipendente, capace di avvolgere i propri confini di verde edera e roselline rosse, dentro un silenzioso arcano. Vi è un segreto che il tempo non possiede né può scalfire: al di là delle cortine della nostra fragile spoglia terrena, pulsa l’essenza più profonda dell’essere, un canto spoglio e assoluto, un immenso mistero.
Nessuna ombra ha la facoltà di tradire questo destino: ogni battito del cuore si fa verbo e linguaggio, eco di quella luce che discende da cieli remoti per insinuarsi nel profondo grembo della notte e tramutarsi in una scintilla capace di rischiarare il mondo.
Nel silenzio gravido che tutto accoglie, l’essere interiore spezza le secolari catene, svelando che il viaggio, la meta e la via non sono che espressioni di un’unica, indivisibile essenza. È il grido muto di un fiore che attraversa il silenzio del tempo per librarsi nell’infinito.
Così la materia si spoglia dei suoi involucri e si abbandona, estatica, al fango che nutre la linfa più sacra. Un soffio appena, eppure colmo di Dio, capace di annullare ogni distanza tra l’universo e l’io.
Quella scintilla non cerca dimora né brama traguardi terreni: vive nel giardino segreto di un’alba perenne, svelando il divino che l’illusione mostrava lontano. E, ricongiunta alla luce che ritorna alla fonte del Sole, celebra la nudità originaria della parola. Custodi della mia luce, ovunque io sia.
In Nudo canto l’assenza sembra allora perdere il significato di una separazione definitiva. Ciò che è stato profondamente amato continua a esistere in una dimensione che non ha più bisogno della presenza per essere reale. I due cagnolini diventano così parte di quel viaggio interiore che attraversa l’intera poesia. Il fango, la luce, le radici e la scintilla raccontano lo stesso identico movimento: scendere nel profondo per ritrovare ciò che davvero rimane. Il dolore così lascia spazio a una nuova consapevolezza rappresentata dalla continuità perché quel «tornare a casa» evocato dalla poetessa diventa il ritorno a un luogo dell’anima nel quale ciò che abbiamo amato non può più essere perduto.
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