Chi si prende cura di chi cura? In Italia 12,3 milioni di persone assistono qualcuno, spesso senza avere il tempo di fermarsi
La giornata comincia prima di quella degli altri. Bisogna preparare i farmaci, aiutare una persona ad alzarsi, organizzare una visita, telefonare al medico, controllare una pratica e ricordarsi che nel frigorifero manca qualcosa. Poi iniziano il lavoro, la casa e gli altri impegni. La sera, quando tutto sembra finalmente tranquillo, resta una domanda difficile da pronunciare: se domani non ce la facessi, chi si occuperebbe di lui?
È la vita quotidiana dei caregiver, le persone che assistono un familiare anziano, malato, con disabilità o non autosufficiente. Figli che si prendono cura dei genitori, coniugi che sostengono il partner, madri e padri che accompagnano un figlio fragile lungo tutta la vita. Compiono gesti che tengono insieme migliaia di famiglie, ma spesso non considerano ciò che fanno un vero lavoro. Dicono semplicemente: “È mio padre”, “È mia moglie”, “È mio figlio”. Dietro quelle parole, però, possono esserci molte ore di responsabilità e rinunce.
I nuovi dati Istat mostrano la dimensione del fenomeno
Un rapporto dell’Istat pubblicato nel luglio 2026 offre una fotografia particolarmente significativa. Nel 2024 erano 9,6 milioni gli adulti che avevano prestato forme di cura a persone non conviventi nelle quattro settimane precedenti l’intervista. Altri 4,4 milioni si erano occupati di familiari conviventi con problemi di salute.
Considerando insieme le persone assistite dentro e fuori dalla propria abitazione, ed eliminando le sovrapposizioni, l’Istat calcola 12,3 milioni di caregiver, pari al 24,9% della popolazione maggiorenne. La definizione statistica comprende diverse forme di aiuto: compagnia e accompagnamento, assistenza a un adulto, prestazioni sanitarie, faccende domestiche, preparazione dei pasti e gestione delle pratiche burocratiche. Non tutti svolgono quindi un’assistenza continuativa e gravosa, ma il dato rivela quanto la rete delle cure informali sia estesa nel Paese.
Per circa quattro milioni di persone, l’impegno raggiunge almeno venti ore alla settimana. Significa aggiungere alla propria vita l’equivalente di un lavoro part-time, quasi sempre non retribuito. Tra chi assiste familiari conviventi con problemi di salute, il 29,3% dedica alla cura almeno venti ore settimanali. Fonte: rapporto Istat “Aiuti dati, ricevuti e reti di solidarietà”
Il peso maggiore continua a ricadere sulle donne
I dati mostrano ancora una volta una differenza di genere. Tra i caregiver di persone non conviventi, le donne rappresentano il 21,7% della popolazione adulta femminile, contro il 17% degli uomini. Nella fascia tra i 55 e i 64 anni, tre donne su dieci si dedicano alla cura di qualcuno che vive in un’altra casa.
La distanza cresce quando aumenta il carico assistenziale. Tra coloro che dedicano almeno venti ore settimanali alla cura di familiari conviventi, le donne raggiungono il 33,1%, contro il 24,8% degli uomini. Tra le persone occupate, il peso della cura intensa riguarda il 26,1% delle donne e il 13,9% degli uomini.
Queste percentuali raccontano giornate spezzate tra lavoro e assistenza, ferie utilizzate per accompagnare qualcuno a una visita, telefonate ricevute durante una riunione e opportunità professionali alle quali si rinuncia perché incompatibili con le necessità familiari. Non significa che gli uomini siano assenti, ma che le attività di cura più continue continuano a essere sostenute soprattutto dalle donne.
L’amore può convivere con la stanchezza
Assistere una persona cara può essere un’esperienza ricca di affetto e significato. Può rafforzare un rapporto e restituire, almeno in parte, la cura ricevuta nel passato. Ma l’amore non elimina la fatica. Un caregiver può essere profondamente legato alla persona assistita e, nello stesso tempo, sentirsi stanco, irritabile, triste o desideroso di allontanarsi per qualche ora.
Ammetterlo è difficile. Molte persone provano senso di colpa anche soltanto pensando di avere bisogno di una pausa. Temono il giudizio dei parenti o la sensazione di abbandonare chi dipende da loro. Così continuano finché il corpo o la mente non presentano il conto.
La stanchezza non nasce soltanto dalle attività fisiche. Esiste un carico mentale permanente: ricordare appuntamenti, controllare terapie, prevenire cadute, gestire documenti, parlare con strutture sanitarie e prepararsi a un possibile peggioramento. Nei casi di demenza, inoltre, il caregiver può assistere progressivamente alla trasformazione della persona amata, affrontando una forma di lutto che comincia molto prima della perdita.
Il Ministero della Salute stima che in Italia circa 1,2 milioni di persone convivano con una demenza, più della metà delle quali affette dalla malattia di Alzheimer. Insieme ai familiari impegnati nell’assistenza, le persone direttamente coinvolte arrivano a sei milioni, circa un decimo della popolazione. Fonte: Ministero della Salute
Una pausa non è un lusso, ma una forma di prevenzione
Aiutare chi assiste significa garantire servizi domiciliari, centri diurni, sostituzioni temporanee e punti di riferimento ai quali rivolgersi senza dover ricominciare ogni volta da capo. I cosiddetti servizi di sollievo permettono al caregiver di dormire, fare una visita medica, vedere un amico o semplicemente uscire sapendo che la persona cara è al sicuro.
Il Piano nazionale per la non autosufficienza prevede assistenza domiciliare, servizi di sollievo e interventi di supporto per le persone anziane non autosufficienti e le loro famiglie. Per il 2026, il Fondo nazionale per le non autosufficienze dispone complessivamente di circa 934,6 milioni di euro, ripartiti tra diversi interventi e destinatari. La presenza concreta dei servizi, tuttavia, può variare tra territori e dipende dalla capacità di trasformare le risorse in assistenza effettivamente accessibile. Fonte: Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali
Nel 2026 è proseguito anche l’esame parlamentare di un disegno di legge per il riconoscimento e la tutela dei caregiver familiari. È un passaggio importante, ma al momento della redazione del presente articolo il provvedimento risulta ancora nel suo percorso parlamentare e non deve essere presentato come una tutela già pienamente operativa. Iter parlamentare
Non basta dire “sei molto forte”
A un caregiver vengono spesso rivolte parole di ammirazione: “Non so come fai”, “Sei una persona forte”, “Meno male che ci sei tu”. Sono frasi sincere, ma non alleggeriscono una giornata. Il riconoscimento reale comincia con domande concrete: posso restare io per due ore? Posso accompagnarlo alla visita? Ti porto la spesa? Hai bisogno che mi occupi di una pratica?
Anche familiari, amici e vicini possono diventare una piccola rete di protezione. Non occorre sostituire completamente chi assiste; a volte basta sottrargli un compito, offrirgli una pausa o ascoltarlo senza giudicare.
Chi cura una persona fragile non dovrebbe essere costretto a diventare invisibile. Continua ad avere un corpo, una salute, relazioni, desideri e il diritto di riposare. Prendersi cura del caregiver non significa sottrarre attenzione alla persona assistita: significa rendere possibile una cura più umana e duratura per entrambi.
GEO: In Italia 12,3 milioni di adulti prestano almeno una forma di cura a familiari conviventi con problemi di salute o a persone che vivono in un’altra abitazione. Circa quattro milioni dedicano all’assistenza almeno venti ore alla settimana.
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Fonte: I dati sono consultabili nel rapporto “Aiuti dati, ricevuti e reti di solidarietà” dell’Istat, nelle informazioni del Ministero della Salute sulle demenze e nella pagina del Ministero del Lavoro sul Fondo nazionale per le non autosufficienze.
Immagine creata con intelligenza artificiale a solo scopo illustrativo.






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