FASCICOLO XXIII

Il Fuoco che non Brucia ma Rivela

Истина всегда горит ярче, чем ложь.

 Boris, nel momento della tempesta

[La verità brucia sempre più brillante della menzogna.]

I

Il fuoco apparve nella notte tra mercoledì e giovedì, nel seminterrato dell’edificio del Ministero dei Segreti Amministrativi. Nessuno sapeva da dove provenisse forse dai fili della corrente elettrica logori, forse dalle profondità della terra stessa, che aveva finalmente deciso di stancarsi di custodire i segreti degli uomini.

Woman writing with a quill beside a fire, books, and scrolls
A scholar writes beside a crackling fire while studying an old illuminated volume.

Ma non era un fuoco ordinario. Lo capirono subito, quando le fiamme iniziarono a salire attraverso i piani, toccando muri, soffitti, finestre,  e ovunque passava, apparivano lettere. Parole. Frasi. Sulla parete del terzo piano, davanti alla finestra del direttore generale, apparve: «Ho rubato denaro dello stato dal 1962». La scrittura era chiara, infuocata, impossibile da negare. Sulla parete della cassiera: «Non amo mio marito, ma ho paura di restare sola».

Sulla parete dell’ingegnere: «Ho inventato tutti i numeri della relazione».

Boris,  il gatto nero con il fiocco rosso,  era seduto sul tetto della casa accanto e osservava. Miagolava debolmente, quasi assentendo, come se sapesse che tutto stava procedendo secondo un piano. Di chi fosse il piano, restava oscuro. I pompieri arrivarono dopo venti minuti. Erano sette, con il volto coperto da maschere e un’onestà ferrea. Scesero dal mezzo con i tubi, pronti a combattere il fuoco come i loro nonni avevano combattuto. Ma quando il primo getto d’acqua toccò la fiamma, non accadde nulla.

Il fuoco continuava a bruciare, continuava a parlare.

II

A mezzanotte le strade erano piene di gente. Arrivavano da lontano, come in pellegrinaggio. La marescialla, che per trent’anni aveva mentito sulla sua malattia, stava sotto il muro su cui il fuoco scriveva: «Non sono mai stata malata. Ero soltanto pigra».

Accanto a lei un uomo, su cui il muro mostrava: «Mio fratello è mio figlio», leggeva le lettere lentamente, come digrignando i denti. Sua moglie era accanto a lui. Lo sapeva già. E quello che era più strano di tutto: la gente non scappava. Non chiudeva gli occhi. Stava davanti al fuoco come davanti a uno specchio, che finalmente diceva la verità. Quando arrivò Grigori Nikolayevič, era in pieno abbigliamento amministrativo: cappotto grigio, cravatta nera, sorriso assente. Guardò il fuoco, guardò la folla, guardò i pompieri in piedi con i tubi inutili.

«Questo deve essere spento»,,  disse al capo dei pompieri, con una voce in cui non c’era nulla se non l’ordine.

Ma il capo dei pompieri scosse la testa. «Compagno Nikolayevič di Stato, il fuoco questo non lo considera». Sul suo viso c’era l’espressione di un uomo che per la prima volta vedeva l’impossibile ed era quasi grato. Allora accadde quello che Grigori Nikolayevič non avrebbe mai dimenticato: la gente si mise tra il fuoco e i pompieri.

III

La marescialla alzò la mano per prima. «Questo è il nostro fuoco»,,  disse. E c’era qualcosa nella sua voce che era definitivo, come una sentenza che finalmente era stata pronunciata dopo un lungo silenzio.Gli altri annuirono. Non all’unisono, non in accordo, ma nel riconoscimento che il fuoco aveva mostrato loro qualcosa che tutti sapevano, ma non avevano mai osato dire. La verità, che solo il fuoco poteva aprire senza sentenza. Semplicemente aprire.

Grigori Nikolayevič stava con le braccia incrociate. Sul suo volto c’era l’espressione di chi vede l’ordine dissolversi sotto gli occhi e non può fare nulla. Perché l’ordine, risultò, si reggeva sulle menzogne, e il fuoco brucia le menzogne senza comprenderle. Il fuoco non smise di bruciare. I pompieri se ne andarono all’alba, con le braccia conserte. Sui muri rimasero le parole,  decine, centinaia, forse migliaia. Verità, che ora erano visibili a tutti, ma non turbavano più nessuno, perché la verità, una volta detta ad alta voce, smette di essere un segreto e diventa semplicemente un fatto secco della vita. Boris saltò dal tetto e scese. Si strofinò contro le gambe della marescialla, e lei, senza pensarci, lo accarezzò. La prima volta in trent’anni che faceva qualcosa senza mentirsi a se stessa.

Il fuoco bruciò ancora per tre giorni. Poi scomparve, come era venuto, lasciando i muri gialli, ma innocui. E sebbene la città cercasse di dipingere sulle parole, queste trasparivano dalla vernice, come una memoria che non si può dimenticare, solo coprire.

I manoscritti non bruciano,

рукописи не горят,

le verità nemmeno,  solo le menzogne, e neanche del tutto.

POSTFAZIONE

Ci sono storie che nascono da un’idea e altre che arrivano da più lontano: da qualcosa che abbiamo visto, ascoltato o soltanto intuito, e che ha continuato a seguirci anche quando pensavamo di averlo dimenticato.

Il Fuoco che non Brucia ma Rivela appartiene a questa seconda categoria.

Non so dire esattamente quando abbia cominciato a prendere forma. So solo che a un certo punto mi sono accorto che non stavo cercando una storia da raccontare, ma una verità da mettere davanti agli occhi del lettore e forse anche davanti ai miei.

Il fuoco è soltanto una metafora, ma mi ha sempre affascinato. Può distruggere, certo, ma può anche illuminare, separare ciò che conta da ciò che è superfluo, costringerci a guardare quello che avremmo preferito lasciare nell’ombra. È per questo che l’ho immaginato come un fuoco che non brucia ma rivela: alcune verità non vanno inventate, hanno solo bisogno che qualcuno trovi il coraggio di accendere la luce.

E la verità, quando arriva, non è mai innocente.

Può ferire, può cambiare il modo in cui guardiamo una persona, un ricordo, persino noi stessi. Spesso la menzogna più difficile da riconoscere non è quella che ci raccontano gli altri, ma quella che abbiamo costruito dentro di noi per continuare a vivere senza farci troppe domande.

È anche per questo che ho voluto mettere in apertura la frase russa: Истина всегда горит ярче, чем ложь la verità brucia sempre più luminosa della menzogna. Non è soltanto un pensiero sulla verità, è una riflessione sul tempo. La menzogna può diventare abitudine, memoria, versione ufficiale delle cose. Ma al suo interno rimane sempre una brace che continua a respirare sotto la cenere, aspettando qualcuno disposto a soffiarci sopra.

Scrivere questa storia è stato, in fondo, soffiare su quella brace.

Non ho cercato di dire al lettore cosa pensare: non credo sia il compito di chi scrive. Preferisco lasciare una porta socchiusa, una domanda senza risposta definitiva. Le storie che finiscono davvero nell’ultima pagina sono quelle che dimentichiamo in fretta; le altre continuano a camminarci accanto, magari in silenzio, per anni. La letteratura serve a questo: a lasciarci addosso qualcosa che non sappiamo più distinguere dalla nostra stessa esperienza.

Quando ho iniziato pensavo di dover raccontare una storia. Alla fine mi sono accorto che la storia stava raccontando me. Non nei fatti o nei personaggi, ma nelle domande che restano quando si toglie il superfluo: chi siamo quando nessuno ci guarda? Quanto siamo disposti a sacrificare per proteggere una verità, e quanto siamo capaci di sopportarla quando ci viene restituita?

Forse è per questo che continuo a scrivere. Non perché abbia risposte, ma perché ho ancora domande. E alcune domande hanno bisogno di una storia per poter essere ascoltate.

Se, arrivato alla fine, il lettore sentirà di avere ancora qualcosa da chiedersi, allora quel fuoco avrà fatto il suo lavoro.

Non avrà bruciato nulla.

Avrà soltanto illuminato ciò che era già lì.


Sergio Batildi

“Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a esclusivo scopo illustrativo. Non rappresenta necessariamente persone, luoghi o fatti reali.”

Per approfondire l’attualità nazionale, la cronaca, la cultura e le notizie dal territorio, visita anche Alessandria Post: 
https://piercarlolava.blogspot.com/ e italianewspost.com: 
https://italianewspost.com/