Mario Roggero si è consegnato nel carcere di Bollate con una condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi sulle spalle e la speranza dichiarata di ottenere la grazia dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il gioielliere di Grinzane Cavour, oggi settantaduenne, è stato riconosciuto responsabile dell’uccisione di due uomini e del ferimento di un terzo dopo la rapina avvenuta nella sua attività il 28 aprile 2021. La Cassazione ha respinto il ricorso della difesa il 15 luglio 2026, rendendo irrevocabile la pena già stabilita in appello.
Pier Carlo Lava – Alessandria Post – italianewspost.com
L’ingresso nel carcere di Bollate
Roggero è arrivato nel pomeriggio del 17 luglio alla casa di reclusione di Bollate, nel Milanese, dopo l’emissione dell’ordine di carcerazione da parte della Procura di Asti. Prima di entrare ha parlato con i giornalisti, affermando di sentirsi vittima di un’ingiustizia e dichiarandosi, almeno «con il senno di poi», pentito di quanto accaduto. Ha però aggiunto che, per comprendere la sua reazione, bisognerebbe trovarsi nelle condizioni di paura vissute durante quella rapina.
Bollate è considerato uno degli istituti penitenziari italiani maggiormente orientati al reinserimento, grazie alla possibilità di svolgere attività lavorative, formative e ricreative e a un’organizzazione che consente ai detenuti una maggiore permanenza negli spazi comuni rispetto al tradizionale regime chiuso. Roggero ha spiegato di essersi presentato lì perché gli era stato consigliato e ha annunciato l’intenzione di studiare inglese durante la detenzione.
È necessario però precisare che un condannato non possiede il diritto di scegliere autonomamente il carcere nel quale scontare la pena. Può presentarsi presso un istituto che lo accolga in esecuzione dell’ordine di carcerazione, ma la destinazione definitiva dipende dall’amministrazione penitenziaria, dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e dal competente Provveditorato regionale.
Bollate rimane comunque un carcere. Le migliori possibilità di studio, lavoro e socializzazione non cancellano la privazione della libertà né il peso di una pena che, considerando l’età di Roggero, potrebbe accompagnarlo per una parte molto rilevante della vita restante.
La rapina e la reazione di Roggero
Il 28 aprile 2021 tre uomini entrarono nella gioielleria di Grinzane Cavour e minacciarono Roggero, la moglie e la figlia. Uno dei rapinatori aveva un coltello, mentre un’altra arma utilizzata durante l’assalto si rivelò successivamente una pistola giocattolo. La rapina fu dunque reale, violenta e capace di generare un comprensibile stato di terrore nelle persone coinvolte.
Il punto decisivo del processo, tuttavia, non è stato stabilire se la rapina fosse avvenuta, ma ricostruire ciò che accadde dopo. Secondo le sentenze, quando Roggero uscì dalla gioielleria armato, i rapinatori avevano già abbandonato il locale e stavano tentando di fuggire. Il commerciante sparò contro i tre uomini, uccidendone due e ferendo il terzo. Le immagini delle telecamere e gli altri elementi raccolti durante il processo hanno indotto i giudici a escludere che, nel momento degli spari, vi fosse ancora un’aggressione attuale tale da giustificare la reazione armata.
La Corte d’Assise d’Appello ha affermato che la legittima difesa può essere riconosciuta soltanto quando l’aggressione è ancora in corso e il pericolo è concreto e immediato. Quando l’azione criminale è terminata e gli aggressori si stanno allontanando, l’uso delle armi non può essere automaticamente ricondotto alla difesa della propria vita o dei propri beni.
Questo è l’aspetto che una parte della propaganda politica tende a semplificare. Non si è trattato, secondo i giudici, di stabilire se una vittima di rapina abbia o meno il diritto di difendersi. La questione era se gli spari fossero stati esplosi per fermare un pericolo ancora presente oppure per colpire persone ormai in fuga.
Roggero: «Mi aspetterei la grazia»
Prima dell’ingresso in carcere, Roggero ha rivolto un appello diretto al presidente Mattarella, sostenendo che in passato il Capo dello Stato avrebbe concesso provvedimenti di clemenza a persone responsabili di fatti più gravi. Ha fatto riferimento al caso di un uomo condannato per una tragedia avvenuta durante una traversata migratoria e a quello di Nicoletta Minetti.
Il paragone appare però improprio, perché ogni provvedimento di grazia viene valutato sulla base di circostanze individuali completamente differenti. Possono contare il periodo di pena già scontato, l’età al momento dei fatti, le condizioni di salute, il comportamento durante la detenzione, il percorso di recupero e particolari esigenze umanitarie. Non esiste quindi un automatismo per cui la clemenza concessa in un caso debba essere estesa a tutti gli altri.
Le parole rivolte da Roggero al presidente della Repubblica sono state inoltre giudicate da alcuni poco rispettose del ruolo istituzionale del Capo dello Stato. Chiedere la grazia è pienamente legittimo; presentarla come qualcosa che Mattarella dovrebbe concedere per una sorta di obbligo morale è invece discutibile.
La moglie di Roggero ha formalmente presentato l’istanza. Questo consente l’avvio di una procedura, ma non comporta né una sospensione automatica della pena né una previsione favorevole sul suo esito.
La grazia non cancella la condanna
La grazia non rappresenta un nuovo processo e non può trasformarsi in un quarto grado di giudizio. Non serve a stabilire nuovamente se il condannato sia innocente o colpevole, perché quella valutazione è già stata compiuta dai tribunali ed è ormai definitiva.
Si tratta di un provvedimento individuale di clemenza che può estinguere, ridurre o commutare la pena, lasciando però sostanzialmente intatto l’accertamento della responsabilità. Il potere di concederla appartiene esclusivamente al presidente della Repubblica, come stabilisce l’articolo 87 della Costituzione e come ha confermato la Corte costituzionale.
Il ministro della Giustizia partecipa all’istruttoria, raccogliendo gli elementi necessari e trasmettendoli al Quirinale, ma non può decidere né preannunciare l’esito del procedimento.
Proprio questo punto ha provocato una tensione istituzionale dopo che era stata inizialmente diffusa la notizia dell’avvio di un’istruttoria da parte del ministro Carlo Nordio. Mattarella ha ricevuto il Guardasigilli e il Quirinale ha puntualizzato che la concessione della grazia rientra nelle competenze esclusive del Capo dello Stato. Successivamente il ministero ha precisato che non era ancora stato compiuto alcun atto formale sulla domanda presentata dalla famiglia Roggero.
Una grazia totale, una riduzione parziale della pena o una commutazione sono quindi possibilità teoriche, ma al momento non esiste alcuna decisione e Roggero non può considerare la clemenza un risultato già acquisito.
Il post di Giorgia Meloni e la semplificazione del caso
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni è intervenuta sui social con un messaggio molto netto: «Mi aggredisci. Mi difendo. E dovrei risarcirti io? Non è giusto», concludendo che lo Stato deve stare dalla parte delle persone perbene e non dei criminali.
Il messaggio richiama una modifica normativa prevista nel nuovo pacchetto sicurezza, destinata a limitare la possibilità di ottenere risarcimenti quando il danno sia stato subito durante la commissione di un reato. La norma, tuttavia, non è retroattiva e non può modificare gli effetti civili della sentenza Roggero.
Soprattutto, il post della premier presenta il caso come se i giudici avessero condannato un commerciante semplicemente per essersi difeso durante una rapina. Ma la sentenza definitiva afferma qualcosa di diverso: Roggero è stato condannato perché gli spari furono esplosi quando, secondo la ricostruzione giudiziaria, l’aggressione era già terminata e i rapinatori stavano fuggendo.
La formula «persone perbene contro criminali» è politicamente efficace, ma rischia di alterare il problema. Una persona può essere vittima di un reato e successivamente commetterne un altro. I due ruoli non si annullano reciprocamente. Roggero era certamente la vittima della rapina, ma ciò non esclude la sua responsabilità per quello che ha fatto una volta cessato il pericolo, così come la responsabilità dei rapinatori non autorizzava chiunque a ucciderli.
Anche il tema dei risarcimenti richiede maggiore precisione. Il risarcimento non costituisce un premio attribuito ai rapinatori per il reato commesso, ma deriva dall’accertamento di un danno provocato da un comportamento considerato illecito. Negare in modo assoluto ogni tutela civile sulla base della qualifica morale della vittima può condurre a un principio pericoloso: l’idea che alcune persone, dopo avere commesso un reato, perdano qualsiasi diritto.
Lo scontro tra politica e magistratura
Il caso Roggero è diventato rapidamente un terreno di confronto politico. Numerosi esponenti del centrodestra hanno chiesto la grazia, organizzato raccolte di firme e manifestato solidarietà al gioielliere. Sono state perfino prospettate ipotesi di una sua candidatura politica.
Dall’altra parte, magistrati e avvocati penalisti hanno denunciato il rischio di trasformare una vicenda giudiziaria complessa in una campagna contro i giudici. La presidente della Corte d’Appello di Torino, Alessandra Bassi, ha espresso a nome dei magistrati del distretto «sconcerto ed estrema preoccupazione» per gli attacchi e per la campagna diffamatoria sviluppatasi dopo la decisione della Cassazione.
Anche la Camera penale di Asti ha ricordato che la grazia non può essere utilizzata per correggere una sentenza sulla base degli umori dell’opinione pubblica. Il rischio concreto è che l’istituto di clemenza venga trasformato in uno strumento politico per delegittimare una decisione giudiziaria non gradita.
L’Associazione nazionale magistrati ha difeso il principio secondo il quale la legittima difesa è pienamente riconosciuta dall’ordinamento, ma non può essere confusa con la vendetta privata. Il richiamo è rivolto soprattutto agli esponenti istituzionali che hanno definito la sentenza incomprensibile o politicamente inaccettabile senza confrontarsi con le motivazioni e con le prove esaminate nei processi.
Criticare una sentenza è legittimo, ma accusare genericamente i giudici di stare dalla parte dei criminali significa compromettere la fiducia nello Stato di diritto. I magistrati applicano le leggi approvate dal Parlamento. Qualora il governo ritenga che quelle norme siano inadeguate, può proporne la modifica, ma non dovrebbe attribuire ai tribunali responsabilità che appartengono al legislatore.
La mia opinione: una pena severa, ma la legittima difesa non può diventare licenza di uccidere
La vicenda di Mario Roggero provoca inevitabilmente sentimenti contrastanti. È impossibile non comprendere il trauma di un uomo che vede la propria attività invasa da tre rapinatori e la moglie e la figlia minacciate. Chi subisce un’aggressione tanto violenta può agire nella paura, nella confusione e sotto l’effetto di una forte alterazione emotiva. Queste circostanze dovrebbero sempre essere considerate con attenzione nel determinare la pena.
A mio parere, quattordici anni e nove mesi rappresentano una condanna molto pesante per un uomo di settantadue anni, privo del profilo tipico del criminale abituale e reduce da un’esperienza certamente traumatica. È quindi comprensibile interrogarsi sulla proporzione concreta della pena e valutare, dopo un esame rigoroso delle condizioni personali, una riduzione o una commutazione per ragioni umanitarie.
Questo, però, non significa poter affermare che Roggero abbia semplicemente esercitato il diritto alla legittima difesa. Le immagini e le sentenze descrivono un inseguimento e una serie di colpi esplosi contro persone che stavano ormai tentando di fuggire. In quella fase non si trattava più soltanto di proteggere la famiglia o impedire la rapina, ma di colpire gli autori del reato. La differenza giuridica e morale è sostanziale.
La legittima difesa è un diritto sacrosanto quando serve a fermare un’aggressione attuale. Non può però trasformarsi nel diritto di inseguire, ferire o uccidere chi si allontana, perché in quel momento la reazione rischia di diventare punizione privata. Accettare il principio contrario significherebbe affidare a ogni cittadino armato il potere di decidere chi meriti di vivere e chi debba essere giustiziato.
Ritengo inoltre sbagliato dividere la società tra «persone perbene» e «criminali» come se questa etichetta risolvesse ogni problema. I rapinatori erano responsabili di un grave delitto e devono essere giudicati senza indulgenza per le loro azioni. Ma neppure chi commette un reato perde automaticamente il diritto alla vita, a un processo o alla protezione della legge.
Una grazia parziale potrebbe essere valutata, ma soltanto come atto umanitario fondato sull’età, sulla storia personale, sul comportamento futuro in carcere e su un eventuale autentico percorso di consapevolezza. Non dovrebbe essere concessa per sconfessare i giudici, assecondare una campagna elettorale o affermare che la sentenza fosse sbagliata.
Le parole di pentimento pronunciate da Roggero prima dell’ingresso a Bollate costituiscono un primo elemento, ma appaiono ancora accompagnate dalla convinzione di avere subito soprattutto un’ingiustizia. Un vero percorso di responsabilizzazione richiede qualcosa in più: riconoscere la paura vissuta senza negare il dolore provocato e senza ridurre gli uomini uccisi alla sola parola “delinquenti”.
Sicurezza e giustizia non devono essere contrapposte
Il caso Roggero pone un problema reale che la politica non dovrebbe utilizzare soltanto come slogan. Commercianti e famiglie devono essere protetti meglio prima che una rapina avvenga. Servono maggiore prevenzione, tempi rapidi di intervento, controlli sulle bande criminali, sostegno psicologico alle vittime, sistemi di sicurezza accessibili e pene effettive per chi commette rapine violente.
Quando lo Stato arriva soltanto dopo, con il processo al rapinatore o con quello alla vittima che ha reagito, significa che qualcosa nella prevenzione non ha funzionato.
Ma uno Stato serio deve anche evitare che la paura legittimi la giustizia privata. Proteggere i cittadini onesti non significa autorizzarli a sostituirsi alla polizia, ai giudici e alle istituzioni. Significa creare condizioni nelle quali non siano costretti a sentirsi soli, armati e responsabili della propria sopravvivenza.
Mario Roggero può legittimamente sperare nella grazia. Mattarella dovrà esaminare la domanda con autonomia, lontano dalle pressioni dei partiti e dalle campagne social. La clemenza potrà eventualmente ridurre il peso della pena, ma non dovrebbe cancellare la distinzione tra difesa e vendetta, tra comprensione umana e responsabilità penale.
È proprio questa distinzione, difficile ma indispensabile, che consente a uno Stato democratico di stare davvero dalla parte delle persone perbene: proteggendo chi viene aggredito, punendo chi rapina, ma impedendo a chiunque di trasformare una strada o un parcheggio in un tribunale senza processo.
GEO: Mario Roggero, gioielliere di Grinzane Cavour, è entrato nel carcere di Bollate dopo la condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi per l’uccisione di due rapinatori e il ferimento di un terzo. La vicenda, avvenuta in provincia di Cuneo e diventata un caso nazionale, riapre il confronto sulla legittima difesa, sulla proporzionalità della pena, sui limiti della reazione armata e sulla possibile concessione della grazia da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il caso coinvolge anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il Governo Meloni, la magistratura torinese e il dibattito politico italiano sulla sicurezza, sui risarcimenti e sul rischio di trasformare la clemenza presidenziale in un quarto grado di giudizio.
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Immagine creata con intelligenza artificiale a solo scopo illustrativo.







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