Chi ha vissuto a lungo accanto ai cavalli sa che una passeggiata in campagna non comincia nel momento in cui si oltrepassa il cancello del maneggio. Inizia molto prima, magari al mattino presto, quando ci si incontra con gli amici, si controllano gli animali e si prepara con calma tutto ciò che servirà. Per circa vent’anni ho avuto due o tre cavalli e conosco bene quel rito, fatto di gesti precisi, attenzione e fiducia reciproca. Conosco anche una regola di prudenza che non dovrebbe mai essere dimenticata: quando si esce a cavallo in campagna bisognerebbe essere almeno in tre.
Pier Carlo Lava
La ragione è molto semplice. Se un cavaliere cade, si ferisce o viene colto da un malore, uno dei compagni può rimanere accanto a lui, mentre il terzo va a cercare aiuto, raggiunge un punto coperto dalla rete telefonica o guida i soccorritori verso il luogo dell’incidente. In due, invece, l’unico cavaliere rimasto illeso potrebbe trovarsi costretto a lasciare solo l’infortunato. Lo smartphone è certamente utile, ma in aperta campagna il segnale può essere debole o assente e non sempre è facile descrivere con precisione la propria posizione. Per questo è consigliabile comunicare a qualcuno l’itinerario previsto, portare una mappa o utilizzare un’applicazione di localizzazione, senza affidarsi esclusivamente alla connessione telefonica. Sono precauzioni raccomandate anche dagli organismi che si occupano di sicurezza equestre.
La preparazione prima della partenza
La giornata comincia nel maneggio. Ciascuno raggiunge il box, mette la capezza al proprio cavallo e lo conduce nell’area destinata alla preparazione. Qui l’animale può essere assicurato a una staccionata solida mediante la longhina, utilizzando un nodo di sicurezza facilmente scioglibile. Non si lega mai il cavallo direttamente con le redini o attraverso l’imboccatura.
Poi comincia la pulizia. Si passa la striglia sul mantello, si usa la brusca, si controllano gli arti e si puliscono accuratamente gli zoccoli. Non è soltanto una questione estetica: questo momento permette di osservare il cavallo da vicino e accorgersi di eventuali gonfiori, ferite, irritazioni o altri piccoli segnali che potrebbero sconsigliare l’uscita.
Quando il cavallo è pulito, si sistema sulla schiena il sottosella o, nella monta western, l’apposito pad più spesso, controllando che sia ben disteso e non formi pieghe. Sopra si colloca la sella, verificandone il corretto posizionamento e stringendo il sottopancia in modo graduale.
La sella può essere inglese oppure americana. Quella western è più grande, ha una seduta profonda e può trasmettere una sensazione di notevole stabilità, quasi come trovarsi in una comoda poltrona. Non è però automaticamente più sicura in ogni situazione: deve adattarsi correttamente al dorso del cavallo e il cavaliere deve conoscere gli aiuti e la tecnica della monta western. Io avevo, tra gli altri, un Quarter Horse, razza particolarmente legata a questa disciplina.
Dopo la sella si mette la testiera, accompagnando con delicatezza l’imboccatura nella bocca del cavallo, senza urtare denti e labbra e facendo attenzione alle orecchie. Le redini devono restare sempre sotto controllo. Solo quando tutto è pronto si scioglie la longhina e ci si prepara a montare.
Oggi è preferibile utilizzare una pedana o un ceppo da monta: facilita il cavaliere e riduce la trazione esercitata sulla sella e sulla schiena dell’animale. Se si monta da terra, normalmente si tengono le redini con la mano sinistra, si infila il piede sinistro nella staffa e ci si solleva con un movimento controllato, evitando di ricadere pesantemente sulla schiena del cavallo. Quando ero più giovane e allenato mi capitava anche di salire con uno slancio, appoggiandomi alla sella e scavalcandola con la gamba destra, ma non è un gesto da improvvisare: equilibrio, calma del cavallo e sicurezza vengono prima di qualsiasi dimostrazione atletica.
La passeggiata può cominciare
Prima di partire bisogna controllare l’attrezzatura. Il casco equestre omologato e correttamente allacciato è una precauzione fondamentale anche per il cavaliere esperto. Servono inoltre calzature adatte, telefono carico, documenti, una borraccia e, soprattutto per le escursioni più lunghe, un piccolo kit di primo soccorso. Secondo la lunghezza e le caratteristiche del percorso possono essere utili anche una mantellina, una mappa, un fischietto, una torcia, una coperta isotermica, un nettapiedi e materiale di emergenza per cavallo e cavaliere.
La disposizione del gruppo ha la sua importanza. In testa dovrebbe esserci un cavaliere esperto, su un cavallo tranquillo e affidabile, capace di fare da guida. Anche l’ultimo della fila dovrebbe avere sufficiente esperienza per controllare ciò che accade alle spalle del gruppo. Sui sentieri stretti si procede uno dietro l’altro, mantenendo una distanza adeguata; ci si può affiancare soltanto quando lo spazio, il terreno e la visibilità lo permettono senza creare pericoli.
Si comincia sempre al passo, dando ai cavalli il tempo di scaldare muscoli e articolazioni. In seguito si può passare al trotto e, se il fondo è regolare, la visuale è libera e tutti i cavalieri sono d’accordo, anche al galoppo. Nessuno dovrebbe aumentare l’andatura senza avvisare gli altri.
L’assetto cambia secondo la disciplina, la velocità e il tipo di terreno. Nella monta western si mantiene generalmente una seduta più profonda e rilassata; nella monta inglese, soprattutto alle andature più sostenute, si può alleggerire la seduta e portare il busto leggermente in avanti, senza però abbandonarsi sul collo del cavallo. Non esiste un’unica posizione valida in ogni circostanza: contano l’equilibrio, il controllo e la capacità di non disturbare il movimento dell’animale.
Quando il cavallo ricorda la strada
Durante una passeggiata lunga può capitare di esplorare un territorio nuovo, incontrare diversi bivi e, al ritorno, non ricordare con certezza quale direzione prendere. Il cavallo possiede spesso una memoria sorprendente dei percorsi, degli odori e dei punti di riferimento.
Mi è capitato di arrivare a un bivio senza ricordare se dovessi voltare a destra o a sinistra. In quelle situazioni tornavo indietro per qualche metro, riportavo il cavallo nel punto in cui il percorso gli risultava più riconoscibile e gli lasciavo maggiore libertà di scegliere, mantenendo comunque il controllo. Molte volte imboccava la strada corretta e, poco dopo, anch’io riconoscevo il tragitto.
È una delle tante dimostrazioni dell’intelligenza e della sensibilità del cavallo. Tuttavia non bisogna trasformarla in un sistema di orientamento infallibile: il cavaliere resta responsabile della direzione e dovrebbe partire conoscendo il percorso o avendo con sé una mappa, specialmente in zone mai frequentate prima.

La fretta di tornare al box
Sulla strada del ritorno molti cavalli diventano più energici. Hanno riconosciuto la direzione del maneggio e sanno che ad attenderli ci sono il box, il fieno, l’acqua e la tranquillità. Proprio per questo non hanno bisogno di essere incitati.
Lanciare il cavallo al galoppo negli ultimi cento, duecento o trecento metri non è una buona idea. Oltre ai rischi legati alla stanchezza e al terreno, si potrebbe creare l’abitudine a precipitarsi verso casa ogni volta che il cavallo riconosce la strada. È preferibile concludere la passeggiata al passo, permettendogli di rilassarsi e di iniziare gradualmente il recupero.
Una volta rientrati nel maneggio, si scende, si mette la capezza e si assicura il cavallo nell’area predisposta. Si tolgono con calma testiera, sella e sottosella, si controllano il dorso, gli arti e gli zoccoli. Se il cavallo è molto sudato, va fatto camminare finché respirazione e temperatura non tornano gradualmente alla normalità; secondo la stagione può essere lavato o rinfrescato e l’acqua in eccesso può essere eliminata con l’apposito raschietto. L’animale deve poter bere e recuperare seguendo le corrette pratiche di scuderia.
Infine si ripone la bardatura nella selleria, si puliscono gli strumenti utilizzati e il cavallo può tornare nel box, dove ritrova il suo fieno e la consueta routine.
Così termina una giornata in campagna: con un po’ di stanchezza, gli abiti che conservano l’odore della scuderia e quella particolare serenità che soltanto alcune ore trascorse a cavallo riescono a regalare. Ma dietro il piacere della passeggiata deve esserci sempre la prudenza. Perché il cavallo è un compagno straordinario, sensibile e intelligente, ma rimane un animale forte e talvolta imprevedibile.
Ed è proprio per questo che si parte almeno in tre: se uno ha bisogno di aiuto, uno resta con lui e l’altro va a cercarlo. Una regola semplice, nata dall’esperienza, che in una situazione difficile può davvero fare la differenza.
Nota dell’autore: l’articolo nasce dall’esperienza personale maturata in circa vent’anni trascorsi accanto ai cavalli. Le indicazioni riportate hanno carattere generale e non sostituiscono l’insegnamento di un istruttore qualificato né la valutazione delle condizioni del cavallo, del cavaliere e del percorso.
Le informazioni di carattere tecnico contenute nell’articolo sono state verificate attraverso il confronto con fonti specialistiche dedicate alla sicurezza equestre, sulla base degli aggiornamenti disponibili al momento della pubblicazione.
📍 Alessandria, Piemonte, Italia
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Testo originale elaborato con il supporto dell’intelligenza artificiale per l’organizzazione dei contenuti e la revisione linguistica. Impostazione, esperienza personale, valutazioni e responsabilità editoriale restano dell’autore.
Descrizione: Immagine orizzontale molto realistica di una cavalla Quarter Horse – Rag Time Josey ,dal mantello completamente nero, caratterizzata da torace ampio, corporatura muscolosa e arti sottili. La cavalla indossa una tradizionale sella western ed è ritratta in primo piano, all’alba, in un ambiente rurale. La rappresentazione è ispirata a Ragtime Josie, appartenuta per molti anni a Pier Carlo Lava.
Crediti: Immagine originale generata con intelligenza artificiale per Alessandria Post.