Adagiata sulle ultime colline del Basso Monferrato, a circa diciassette chilometri da Alessandria, Fubine domina la pianura del Tanaro da una posizione che per secoli ne ha determinato le fortune e le sofferenze. La sua storia non è soltanto una successione di marchesi, feudatari, guerre e saccheggi: è soprattutto il racconto di una comunità orgogliosa, più volte costretta a difendere le proprie libertà e sempre capace di ricostruire ciò che gli eserciti e le crisi avevano distrutto.

Pier Carlo Lava

Le probabili origini romane

Le origini di Fubine non sono documentate con assoluta certezza, ma gli storici ritengono probabile la nascita di un primo insediamento durante la tarda età romana, forse tra il IV e il V secolo dopo Cristo.

Il nucleo abitato sarebbe sorto sull’altura lungo la quale si sviluppa ancora oggi il centro storico, accanto a una strada secondaria che attraversava il fondovalle collegando l’area di Felizzano con Altavilla e, più a nord, con la pianura del Po. Nella vicina zona di Molignano sono stati rinvenuti reperti romani; nel 1884 venne inoltre scoperta una necropoli con vasellame e monete risalenti all’età di Augusto. Questi ritrovamenti confermano una frequentazione antica del territorio, ma non consentono di stabilire una data precisa per la fondazione del paese.

Anche l’origine del nome rimane discussa. Una delle spiegazioni più convincenti lo collega al termine latino fibulae, le fibbie utilizzate per fermare gli abiti, forse prodotte da artigiani locali. Da questa attività sarebbe derivata la forma Fibulinae, progressivamente trasformata nei documenti medievali in Fibline, Fiblinis, Fibinarum e infine Fubine. La fibbia è rimasta, non casualmente, uno degli elementi dello stemma comunale.

La prima testimonianza scritta

La prima attestazione documentata risale al 26 gennaio 1041. In un diploma l’imperatore Enrico III confermò al vescovo-conte Pietro II di Asti il possesso della metà di Fubine, indicata come medietatem Fiblinis, insieme al castello, alle cappelle e alle relative pertinenze.

Il documento dimostra che nell’XI secolo Fubine non era più un semplice insediamento rurale: possedeva già un castello, edifici religiosi e un territorio organizzato.

Una seconda citazione compare nel 1064, quando un certo Rebaldus de Fibline figurò come testimone in una donazione della marchesa Adelaide all’abbazia di Pinerolo. Nel 1116 e nel 1184 i documenti ricordano invece gli abitanti della corte del castello, sottoposti ai nobili Cane di Celle, l’attuale Cella Monte. Questi ultimi divennero vassalli dei marchesi aleramici e Fubine entrò stabilmente nell’orbita del Marchesato del Monferrato.

Tra Alessandria e il Monferrato

La posizione geografica di Fubine, al confine fra territori rivali e lungo importanti vie di collegamento, la rese preziosa ma anche vulnerabile.

Nel 1224 la popolazione si sottomise al Comune di Alessandria, mentre il castello rimase nelle mani dei Cane, detti anche Marescalchi di Celle. Era una situazione complessa: il borgo guardava verso Alessandria, ma i suoi signori continuavano a essere legati al Monferrato.

Nel 1316 gli abitanti opposero resistenza alle forze angioine, impegnate nella guerra contro i Visconti di Milano. La reazione fu durissima: Fubine venne saccheggiata e, secondo alcune testimonianze, quasi completamente distrutta.

Nel 1325 la comunità abbandonò la soggezione ad Alessandria e tornò sotto il marchese Teodoro I Paleologo. In quell’occasione venne stipulata la fondamentale Carta pactorum, con la quale il marchese riconosceva ai fubinesi franchigie e concessioni che limitavano alcuni poteri feudali.

Quel documento avrebbe segnato per secoli la vita politica del borgo. Ogni volta che un feudatario cercò di imporre nuovi obblighi, gli abitanti richiamarono gli antichi patti per difendere i propri diritti.

Le mura e il borgo fortificato

Nel 1375 Fubine venne infeudata ai conti Valperga. Le condizioni dell’investitura, tuttavia, contrastavano con le libertà precedentemente concesse alla popolazione e più volte riconfermate dai marchesi del Monferrato.

Nel 1388 il paese fu tassato per cento fiorini dal Parlamento monferrino riunito a Moncalvo. Sulla base di questa contribuzione gli studiosi hanno ipotizzato una popolazione di circa cinquecento persone.

Fra il 1446 e il 1464, trovandosi sul confine con il Ducato di Milano, Fubine venne trasformata in una vera terra fortificata. Il castello fu restaurato e il centro abitato venne protetto da mura, fossati e porte. Di quel sistema difensivo rimangono alcuni tratti dello Spalto, chiamato in dialetto ù spòut, oltre al caratteristico ponte d’accesso al borgo.

Nel Medioevo il ponte era probabilmente costruito in legno e poteva essere distrutto in caso di attacco. Soltanto successivamente venne sostituito con una struttura in muratura. Sotto di esso correva un ampio fossato, rimasto nella memoria popolare come al Fos.

Nel 1448 il feudo passò ai nobili Mazzè, ramo collaterale dei Valperga.

La chiesa parrocchiale e il cuore religioso

L’antica parrocchiale di San Pietro sorgeva fuori dalle mura, sul colle omonimo. La sua posizione isolata esponeva la popolazione a pericoli durante le guerre, così la sede religiosa venne trasferita all’interno del borgo fortificato.

Il corpo più antico dell’attuale chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta risalirebbe al XIII secolo, anche se una tradizione locale lo vuole costruito sulle rovine di un tempio romano. La nuova parrocchiale fu consacrata nel 1519.

Nel corso dei secoli l’edificio venne ampliato e modificato. L’antico campanile romanico, innalzato nel 1402, fu demolito nel 1858 perché pericolante e sostituito dall’attuale torre neogotica, alta 56 metri, diventata il principale simbolo visivo di Fubine.

Il terribile saccheggio del 1527

Il Cinquecento aprì uno dei periodi più drammatici della storia fubinese. Le guerre per il controllo dell’Italia trasformarono il Monferrato in un campo di battaglia fra Francesi, Spagnoli e truppe imperiali.

Nel 1527 Fubine venne assediata, occupata e saccheggiata. Gli abitanti avrebbero cercato di difendersi sparando con gli archibugi dalle mura. Un cronista dell’epoca parlò di seicento fubinesi uccisi: una cifra impressionante, da considerare come testimonianza antica e non come dato verificabile con criteri moderni. Anche il castello subì incendi e devastazioni.

Tre anni dopo, nel 1530, vennero redatti ufficialmente gli Statuti di Fubine, approvati dall’ultimo marchese della dinastia Paleologa, Gian Giorgio. La comunità ottenne anche il privilegio di indicare una terna di candidati tra i quali scegliere il podestà o pretore.

Gli Statuti non rappresentavano soltanto un insieme di norme: erano l’espressione concreta dell’identità civile del paese e della volontà di amministrare autonomamente almeno una parte della propria vita pubblica. Copie e conferme degli Statuti e dei privilegi fubinesi sono tuttora documentate nell’Archivio di Stato di Torino.

Guerre, carestie e peste

Con l’estinzione dei Paleologi, il Monferrato passò ai Gonzaga di Mantova. Tra il 1537 e il 1559 Fubine subì ripetutamente il passaggio degli eserciti. Gli abitanti furono obbligati a fornire grano, denaro, carri, buoi e uomini per i lavori militari, oltre a ospitare soldati e reparti di cavalleria.

Nel 1546 i Mazzè vendettero il feudo per 1.500 scudi d’oro al nobile mantovano Giovan Battista Alberigi, che tentò di limitare le antiche franchigie. Ne nacque una lunghissima controversia giudiziaria con la popolazione, protrattasi dal 1562 al 1590.

Nel giugno del 1628, durante la guerra di successione di Mantova e del Monferrato, il paese venne saccheggiato per cinque giorni da un contingente spagnolo composto, secondo le fonti locali, da oltre mille soldati. Nei mesi successivi Fubine dovette sopportare altri passaggi di truppe dirette verso Casale.

Alle devastazioni seguirono la carestia e la peste del 1630-1631. La popolazione si ridusse a circa settecento abitanti. Campi, vigne e scorte alimentari erano stati compromessi; mancavano grano, vino e persino il fieno necessario al bestiame.

La rivolta contro il conte Natta

Nel 1590 il duca Vincenzo I Gonzaga aveva promesso che Fubine non sarebbe più stata infeudata. La promessa venne però disattesa nel 1658, quando il duca Carlo II Gonzaga assegnò il paese al conte Vincenzo Natta di Baldesco.

Il nuovo feudatario fece ricostruire sulle rovine del castello medievale un grande palazzo signorile. Nel 1664 l’edificio veniva descritto come un palazzo “in forma di castello”, dotato di numerose stanze nobili e di locali capaci di ospitare persone di alto rango. Da quella trasformazione deriva l’attuale Palazzo Bricherasio.

La popolazione non accettò passivamente il ritorno degli obblighi feudali. Nel 1677 la tensione sfociò in una vera sommossa, durante la quale alcuni uomini armati del feudatario furono uccisi o feriti. Fubine venne occupata militarmente e i giovani maggiormente coinvolti nella ribellione furono costretti alla fuga.

Soltanto nel 1690 gli abitanti riconobbero l’autorità del conte e ottennero il perdono. La rivolta rimane però uno degli episodi più significativi della storia locale: dimostra quanto fosse radicata nei fubinesi la volontà di difendere le libertà stabilite fin dal Medioevo.

L’ingresso nello Stato sabaudo

Nel 1708, durante la guerra di successione spagnola, Fubine e il Monferrato passarono sotto il dominio dei Savoia. Il nuovo assetto venne confermato dalla pace di Utrecht del 1713.

Con la fine dell’indipendenza monferrina, Fubine entrò stabilmente nella storia dello Stato sabaudo e, successivamente, del Regno di Sardegna. Il Settecento fu meno sconvolto dalle guerre rispetto ai due secoli precedenti e consentì una graduale ripresa.

L’economia rimase prevalentemente agricola. La vite aveva già un ruolo importante, accanto alla coltivazione dei cereali e all’allevamento. La proprietà terriera era inizialmente frammentata fra numerosi piccoli coltivatori, mentre nella seconda metà dell’Ottocento aumentò la concentrazione dei terreni nelle mani di pochi grandi proprietari e si formò un vasto bracciantato agricolo.

L’Ottocento e la famiglia Bricherasio

Durante l’età napoleonica anche Fubine conobbe le trasformazioni amministrative e religiose imposte dal governo francese. Il convento dei Cappuccini, fondato nel 1611 nella località ancora oggi chiamata Capissìn, fu abbandonato e infine distrutto.

Nel corso dell’Ottocento il castello passò alla famiglia Cacherano di Bricherasio, una delle più importanti casate nobiliari piemontesi. Nel 1864 il conte Luigi di Bricherasio commissionò la costruzione della cappella di famiglia in stile neogotico.

La storia di Fubine si intrecciò così con quella di Emanuele Cacherano di Bricherasio, ufficiale di cavalleria, imprenditore e protagonista degli inizi dell’automobilismo italiano. Nel 1899 Emanuele fu tra i firmatari dell’atto costitutivo della FIAT. Attento anche alle questioni sociali e vicino alla popolazione, veniva chiamato dai fubinesi “il conte socialista”. Il Museo Nazionale dell’Automobile ricorda il suo ruolo già nella società Ceirano e nella successiva fondazione della casa automobilistica torinese.

Nella cripta della Cappella Bricherasio si trova il suo monumento funebre, realizzato dallo scultore casalese Leonardo Bistolfi: Emanuele è raffigurato in uniforme, disteso e vegliato da un angelo dal capo velato. Accanto a lui riposa l’amico Federico Caprilli, innovatore dell’equitazione moderna.

Al castello è legata anche la sorella Sofia Cacherano di Bricherasio, pittrice, mecenate e ultima discendente della famiglia.

Dall’Unità d’Italia all’emigrazione

Al momento dell’Unità d’Italia, nel 1861, Fubine contava 2.982 abitanti. La popolazione crebbe rapidamente: erano 3.679 nel 1881 e 3.853 nel 1901. Il massimo storico venne raggiunto nel censimento del 1921, con 3.870 residenti.

Dietro questi numeri si nascondeva però una società attraversata da forti disuguaglianze. Molti contadini e braccianti vivevano in condizioni difficili e la crisi economica dei primi decenni del Novecento spinse numerose famiglie a partire.

Le principali destinazioni furono l’America del Nord e quella del Sud. A New York nacque persino una Fubinese Society, particolarmente attiva fra gli anni Trenta e Cinquanta, testimonianza di una comunità emigrata che continuava a mantenere un forte legame con il paese d’origine.

Le due guerre mondiali portarono lutti, privazioni e nuove partenze. Come in molti comuni del Monferrato, il monumento ai caduti collocato nella piazza centrale conserva la memoria dei fubinesi scomparsi nei conflitti.

Dal dopoguerra allo spopolamento

Nel secondo dopoguerra l’industrializzazione di Alessandria, Casale, Torino e delle altre città del Nord attirò una parte consistente della popolazione rurale. Alla precedente emigrazione oltreoceano si aggiunse così lo spostamento verso i centri urbani e industriali.

Il paese perse progressivamente abitanti: dai 3.870 residenti del 1921 si passò a 2.917 nel 1931 e, nei decenni successivi, a meno di duemila.

Nel 1950 Palazzo Bricherasio venne destinato a struttura assistenziale dell’Opera Don Orione. Pur trasformato nella sua funzione, il complesso ha conservato l’impianto del grande palazzo seicentesco, il parco e il legame con la famiglia Cacherano di Bricherasio.

L’agricoltura, nel frattempo, cambiò profondamente. La meccanizzazione ridusse il numero degli addetti, ma la viticoltura continuò a rappresentare un elemento fondamentale del paesaggio e dell’identità locale.

Gli infernot e il patrimonio della civiltà contadina

Fra le testimonianze più caratteristiche di Fubine vi sono gli infernot, piccole camere sotterranee scavate manualmente nella Pietra da Cantoni e utilizzate per conservare vino e alimenti grazie alla temperatura e all’umidità costanti.

Nel territorio comunale ne sono stati censiti più di cinquanta, una delle maggiori concentrazioni del Monferrato. Sotto il palazzo comunale sono stati recuperati anche gli Infernot degli Angeli, oggi inseriti nei percorsi di valorizzazione culturale e turistica.

Dal 2014 i paesaggi vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato sono iscritti nella lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO. Fubine si trova nella zona di rispetto, o buffer zone, della componente denominata Monferrato degli Infernot: una collocazione che riconosce il valore del suo paesaggio, pur senza includere il territorio comunale nella zona centrale del sito.

Da Fubine a Fubine Monferrato

Nel 2016 il Consiglio comunale decise all’unanimità di chiedere l’aggiunta della parola “Monferrato” alla denominazione ufficiale. La proposta venne approvata dal Consiglio regionale del Piemonte il 14 febbraio 2017.

Da quel momento il Comune assunse ufficialmente il nome di Fubine Monferrato. Non si trattò di un’aggiunta puramente geografica, ma della volontà di ribadire un’appartenenza storica, culturale e paesaggistica costruita nel corso di quasi mille anni.

Fubine oggi

Oggi Fubine Monferrato conta circa 1.600 abitanti. È una comunità più piccola rispetto al passato, ma conserva un patrimonio storico e artistico di notevole interesse: il centro medievale, lo Spalto, il ponte, Casa Pane, la parrocchiale con il grande campanile, le chiese della Trinità, del Carmine e dei Batù, Palazzo Bricherasio, la cappella con le opere di Leonardo Bistolfi e la rete degli infernot.

Accanto all’agricoltura e alle aziende vinicole sono cresciuti il turismo lento, gli itinerari escursionistici e ciclabili, l’ospitalità rurale e le iniziative dedicate alla valorizzazione del paesaggio. Il Parco Bricherasio, il sentiero delle Vecchie Fonti e le cantine sotterranee permettono di leggere il territorio come un vero archivio all’aperto.

La storia di Fubine Monferrato racconta, in fondo, la capacità di una piccola comunità di attraversare invasioni, pestilenze, controversie feudali, emigrazione e spopolamento senza perdere la propria identità. Le antiche mura non svolgono più una funzione militare, ma continuano simbolicamente a custodire la memoria di un paese che ha fatto della tenacia, del lavoro e dell’attaccamento alla libertà i tratti più profondi del proprio carattere.

Fubine Monferrato, Alessandria, Piemonte, Italia

Le informazioni contenute nell’articolo sono state verificate attraverso il confronto tra fonti storiche, istituzionali e locali, sulla base della documentazione disponibile al momento della pubblicazione.

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