Quando l’innovazione diventa esclusione

Viviamo in un’epoca in cui ogni giorno nasce una nuova applicazione, un nuovo portale, un nuovo sistema digitale. Paghiamo le bollette con un clic, prenotiamo visite mediche online, firmiamo documenti con un’identità digitale. Tutto sembra più veloce, più efficiente, più moderno.

Ma c’è una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci: moderno per chi?

Per milioni di persone la tecnologia rappresenta una straordinaria opportunità. Per altre, soprattutto gli anziani, rischia invece di trasformarsi in una barriera invisibile. Non tutti possiedono uno smartphone, non tutti sanno utilizzare un’applicazione, non tutti ricordano password, codici di accesso e procedure sempre più complesse.

Quando un cittadino è costretto a chiedere aiuto a un figlio, a un nipote o a un vicino semplicemente per esercitare un diritto, qualcosa nel sistema merita una riflessione. Non perché la digitalizzazione sia sbagliata, ma perché nessun progresso dovrebbe cancellare il valore dell’accessibilità.

Una società davvero evoluta non elimina gli sportelli fisici, non considera obsolete le persone che hanno costruito il Paese con il loro lavoro, ma offre alternative.

La tecnologia dovrebbe ampliare le possibilità, non restringerle.

L’innovazione non si misura dal numero delle app disponibili, ma dalla capacità di includere tutti. Il vero progresso è quello che accompagna le persone, senza costringerle a rincorrerlo

Gli anziani non chiedono privilegi. Chiedono di continuare a essere cittadini autonomi, rispettati e ascoltati. Chiedono che un diritto resti un diritto, anche senza uno smartphone in tasca.

Forse la vera sfida del futuro non sarà costruire sistemi sempre più intelligenti, ma ricordarci che nessuna intelligenza artificiale potrà mai sostituire l’intelligenza dell’umanità.

Una società che sa prendersi cura dei suoi membri più fragili non è una società che rallenta il progresso. È una società che gli dà un significato.

Perché la tecnologia è davvero utile solo quando nessuno rimane indietro.

— Sergio Batildi

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