APPARTENERE
Esisto
per sentirmi sospesa nel tempo
quando sollevo le mani
dall' argilla del mio corpo
e mi confondo
con le polveri del cielo.
Esisto
per non esitare
di fronte alla liberta' di dissetarmi
con l' aria del primo mattino,
esalare le ultime gocce
di vapore notturno
e sentirle bagnare
i rami del petto.
Esisto
per descrivere i miei lineamenti
maturati negli anni
con occhi sorpresi
dal battito d' ali di ogni primo sbadiglio.
Esisto
per non ascoltare
la retorica consumata
dal verbo stridente,
ma gioire di una sillaba
di luce:
si posa sul mio essere,
mi orienta.
Esisto
nella mia insensata verita'
di appartenere
ad una realta' che abita
oltre il dirupo della soglia.
Salto e invece di cadere,
volo.
Appartenere è una lirica intensa e profondamente evocativa, giocata sul contrasto tra la pesantezza della materia terrestre e la leggerezza dello spirito.
La struttura stessa del testo è sorretta da un nucleo portante: l’uso sistematico e cadenzato dell’anafora della parola “Esisto”, posta all’inizio di ogni singola strofa.
Il ruolo dell’anafora (“Esisto”)
L’anafora non ha qui una semplice funzione decorativa o musicale, ma rappresenta la spina dorsale dell’intera composizione. Produce diversi effetti coordinati:
- Il ritmo del respiro: L’apertura ripetuta con “Esisto” agisce come un metronomo emotivo. Scandisce la lettura, costringendo chi legge a fermarsi e a prendere fiato tra una strofa e l’altra, mimando il respiro e l’atto stesso della vita.
- Affermazione d’identità: In un mondo dominato dalla “retorica consumata”, ripetere “Esisto” diventa un atto di resistenza poetica. Non è un’affermazione di ego, ma la constatazione pura e quasi stupita della propria presenza nel cosmo.
- Progressione ascensionale: L’anafora mappa un cammino di liberazione. Se nella prima strofa l’esistenza è legata alla materia (“l’argilla del mio corpo”), strofa dopo strofa l’uso del verbo si slega dal peso terreno per farsi aria, luce, e infine volo.
L’abbraccio dell’aria C’è un momento esatto in cui le mani smettono di impastare l’argilla pesante dei giorni. Ci si scopre allora fatti di una sostanza più sottile, capaci di perdersi nel pulviscolo che danza nel cielo. È il risveglio del respiro all’alba, quando i polmoni si aprono come rami spogli per accogliere la prima aria del mattino, e i residui della notte si sciolgono in rugiada interna, bagnando il petto. Esistere, qui, significa spogliarsi del peso.
Lo sguardo intatto Il tempo passa e lascia i suoi solchi, disegna i lineamenti del volto secondo la legge degli anni. Eppure, sotto la pelle che matura, abita uno sguardo che non invecchia. È lo stupore che si rinnova a ogni risveglio, la capacità di guardarsi allo specchio della vita con gli occhi spalancati di chi vede il mondo per la prima volta, sorpreso persino dal battito d’ali di un semplice sbadiglio.
La sillaba che orienta Il mondo fuori fa rumore, stride di parole vuote e di formule consumate dall’abitudine. Ma l’anima non ascolta quel frastuono. Cerca invece il silenzio, o meglio, quella singola, essenziale sillaba di luce capace di posarsi sulle cose. Non serve un discorso intero per trovarsi: basta una sola parola vera che si appoggi sull’essere e indichi, nel buio, la direzione del cammino.
Il volo oltre la soglia Alla fine di tutto resta la verità più assurda e radicale: quella di appartenere a qualcosa che non si vede, a una realtà che comincia proprio dove finiscono le certezze, oltre il dirupo della soglia. Davanti al vuoto, la mente teme la caduta. Ma l’istinto profondo compie il passo, accetta il rischio del vuoto e scopre che il precipizio non è la fine, ma l’inizio del volo.
Perché non specchiarsi in questa poesia……..
Per approfondire l’attualità nazionale, la cronaca, la cultura e le notizie dal territorio, visita anche Alessandria Post: https://piercarlolava.blogspot.com/ e italianewspost.com: https://italianewspost.com/