Ci sono distanze che si possono misurare e altre che non hanno chilometri. Nascono quando qualcuno non è più accanto a noi, quando una casa conserva una voce che non sentiamo più o quando un oggetto apparentemente insignificante diventa improvvisamente custode di un tempo trascorso. La poesia La distanza delle cose attraversa proprio questo territorio: quello della memoria che non vuole cancellare il passato, ma cerca lentamente di trovare un modo per convivere con ciò che non può tornare.

Pier Carlo Lava

La distanza delle cose

La tua sedia è ancora lì,
vicino alla finestra,
come se il tempo avesse dimenticato
di portarla via.

Non l’ho spostata.

Al mattino la luce
le attraversa lo schienale
e disegna sul pavimento
un’ombra che non riconosco.

Ci sono giorni
in cui penso che la distanza
sia soltanto questo:

una stanza rimasta uguale
e qualcuno
che non può più attraversarla.

Ho imparato a non chiedere
alle fotografie
di restituirmi la voce.

Conoscono soltanto i volti,
non sanno nulla
delle mani,
del profumo del caffè,
di quel tuo modo distratto
di guardare fuori.

Eppure qualcosa rimane.

Forse siamo fatti
anche di ciò che perdiamo,
dei posti vuoti a tavola,
delle parole non dette,
dei passi che la memoria
continua a sentire.

Un giorno sposterò la sedia.

Non oggi.

Oggi lascio che il sole
si sieda ancora lì
e per qualche minuto
faccia compagnia
alla tua assenza.

poesia di Autore anonimo

Recensione

La distanza delle cose è una poesia che sceglie di raccontare l’assenza attraverso ciò che rimane. Non conosciamo la persona alla quale sono rivolti i versi e non sappiamo quale evento abbia determinato la separazione. Potrebbe trattarsi della fine di un amore, di una lontananza definitiva oppure della morte di qualcuno. Questa indeterminatezza non rappresenta un limite del testo, ma una delle sue caratteristiche più interessanti, perché consente al lettore di entrare nella poesia portando con sé la propria esperienza.

Al centro di tutto c’è una sedia vuota. Un oggetto comune, quasi insignificante, che diventa progressivamente il simbolo di un’intera relazione. La sedia è ancora accanto alla finestra, esattamente dove si trovava quando qualcuno la occupava. Non viene spostata perché modificarne la posizione significherebbe forse ammettere che quella persona non tornerà. Gli oggetti sopravvivono alle nostre presenze e proprio per questo, qualche volta, diventano dolorosamente umani.

La poesia costruisce il proprio significato attraverso piccoli dettagli. La luce del mattino attraversa lo schienale, l’ombra cade sul pavimento, una fotografia conserva un volto. Non accade apparentemente nulla, eppure dentro questa immobilità si muove continuamente la memoria. È un modo molto concreto di raccontare il dolore: invece di nominarlo, il testo lo lascia emergere dalle cose.

Particolarmente significativa è la riflessione sulle fotografie. Siamo abituati a considerarle strumenti capaci di conservare il passato, ma qui viene sottolineato il loro limite. Una fotografia può restituirci un volto, non una voce. Può mostrarci uno sguardo, ma non il profumo del caffè o il movimento delle mani. La memoria umana è molto più imperfetta di una fotografia, eppure proprio nella sua imperfezione riesce a conservare ciò che nessuna immagine può trattenere.

È forse questo il passaggio nel quale la poesia raggiunge la propria dimensione più universale. Quando perdiamo qualcuno non ricordiamo necessariamente i grandi avvenimenti. Molto spesso tornano alla mente particolari apparentemente irrilevanti: il modo in cui una persona pronunciava una parola, come appoggiava una tazza sul tavolo, un’abitudine che magari un tempo neppure notavamo. Sono dettagli che acquistano valore soltanto quando non possiamo più riviverli.

Il verso ideale attorno al quale ruota il componimento è l’idea che siamo fatti anche di ciò che perdiamo. È una considerazione semplice ma profonda. Pensiamo generalmente alla nostra identità come alla somma delle esperienze vissute e delle persone incontrate; molto più raramente consideriamo quanto anche le assenze contribuiscano a trasformarci. Ciò che abbiamo perduto continua in qualche modo a definirci, non perché dobbiamo restare prigionieri del passato, ma perché ogni relazione significativa lascia qualcosa dentro di noi.

Eppure La distanza delle cose non è una poesia disperata. Il dolore è presente, ma non diventa mai l’unico orizzonte possibile. La svolta arriva verso la conclusione, quando compare una promessa apparentemente piccolissima: “Un giorno sposterò la sedia.”

Non viene detto quando.

Non viene detto nemmeno perché.

Ma sappiamo che quel giorno arriverà.

Spostare la sedia non significherà dimenticare. Sarà piuttosto il momento nel quale il ricordo avrà trovato un posto diverso dentro la vita di chi rimane. È forse questa una delle esperienze più difficili legate alla perdita: comprendere che continuare a vivere non rappresenta un tradimento nei confronti di chi non c’è più.

Il finale, però, rimanda ancora quel momento. “Non oggi.” E sono due parole profondamente umane. Non sempre dobbiamo essere pronti immediatamente a lasciar andare. Esiste anche il diritto di conservare per qualche tempo una sedia al proprio posto, una fotografia sul comodino o un oggetto dentro un cassetto. Il dolore possiede tempi che difficilmente possono essere imposti dall’esterno.

L’ultima immagine trasforma infine la luce del sole in una presenza. Per qualche minuto è il sole a sedersi sulla sedia vuota e a fare compagnia all’assenza. È un’immagine delicata perché non pretende di cancellare il vuoto e neppure di riempirlo artificialmente. Lo illumina.

Ed è forse proprio questo ciò che possiamo fare con alcune perdite. Non eliminarle, perché certe persone e certe esperienze non possono essere cancellate. Possiamo però arrivare lentamente a guardarle sotto una luce diversa.

La distanza delle cose parla dunque della memoria, ma soprattutto del difficile equilibrio fra ricordare e continuare a vivere. La sedia prima o poi verrà spostata. La stanza cambierà. Altre persone forse entreranno da quella porta. Ma ciò che quella sedia ha rappresentato non scomparirà per questo.

Perché alcune assenze, con il trascorrere del tempo, smettono di essere soltanto vuoti.

Diventano una parte silenziosa di ciò che siamo.

La distanza delle cose è una poesia di autore anonimo che attraversa il territorio delicato della memoria e dell’assenza. Una sedia rimasta accanto alla finestra diventa il simbolo di qualcuno che non c’è più e di tutto ciò che continua a vivere nei piccoli gesti, negli oggetti e nei ricordi. Il testo racconta soprattutto il difficile passaggio dal dolore alla consapevolezza che continuare a vivere non significa dimenticare.

Nota della redazione: La poesia La distanza delle cose è un’opera di un autore anonimo e viene pubblicata nel rispetto della volontà dell’autore di non rendere pubblica la propria identità.

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Nota immagine IA: Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a esclusivo scopo illustrativo.