Vietare i social ai minori sta diventando una delle questioni più controverse della politica digitale. Non riguarda soltanto il tempo trascorso davanti a uno schermo: coinvolge salute, privacy, libertà di espressione, responsabilità delle piattaforme e capacità degli adulti di proteggere bambini e adolescenti in un ambiente progettato soprattutto da e per gli adulti.

L’Australia ha già scelto una soglia netta: 16 anni. La Francia ha tentato la strada del divieto sotto i 15, ma la norma è stata fermata dal Consiglio costituzionale. In Italia, intanto, il Parlamento ha sul tavolo nuove proposte.

Tre Paesi, tre situazioni diverse e una domanda che resta aperta: mettere un limite anagrafico può davvero proteggere i ragazzi?

Perché si parla di vietare i social ai minori

La preoccupazione non nasce da una generica diffidenza verso la tecnologia.

Nel rapporto pubblicato dall’Organizzazione mondiale della sanità sulla base dello studio HBSC, l’11% degli adolescenti coinvolti mostrava nel 2022 segnali di uso problematico dei social media, rispetto al 7% rilevato nel 2018. L’indagine ha interessato quasi 280 mila ragazzi di 11, 13 e 15 anni in 44 Paesi e regioni.

“Uso problematico”, però, non significa semplicemente trascorrere molto tempo online. Indica una relazione con i social difficile da controllare e associata a conseguenze negative.

È una distinzione importante. Sarebbe scorretto concludere che i social facciano necessariamente male a ogni adolescente. Possono anche offrire occasioni di relazione, informazione, creatività e appartenenza.

Il problema emerge quando l’esperienza digitale diventa difficile da governare e incontra meccanismi progettati per mantenere alta l’attenzione: notifiche, scroll continuo, raccomandazioni personalizzate, ricompense sociali immediate.

A questo si aggiungono rischi già noti come cyberbullismo, esposizione a contenuti inadatti, contatti indesiderati e modelli estetici o comportamentali difficili da interpretare durante una fase delicata della crescita.

L’Australia ha scelto i 16 anni

Il provvedimento più radicale è arrivato dall’Australia.

Dal 10 dicembre 2025 numerose piattaforme devono adottare misure ragionevoli per impedire agli australiani con meno di 16 anni di creare o mantenere un account. Tra i servizi interessati figurano Facebook, Instagram, Snapchat, TikTok, X, YouTube, Reddit, Threads, Twitch e Kick.

Un elemento è decisivo: la responsabilità non viene scaricata sui ragazzi o sui loro genitori. È richiesta alle piattaforme.

I primi dati pubblicati dall’autorità australiana eSafety mostrano una diminuzione degli under 16 che dichiarano di avere un account social: dal 52,4% al 42,1% nei primi tre mesi dall’entrata in vigore delle restrizioni. La stessa autorità avverte però che si tratta di risultati iniziali e che è troppo presto per stabilire gli effetti a lungo termine della misura.

Il dato è interessante proprio perché evita due conclusioni opposte ma ugualmente affrettate: il divieto non ha fatto scomparire i social dalla vita dei ragazzi, ma neppure sembra essere rimasto completamente privo di effetti.

La Francia ci ha provato. Il divieto è stato bocciato

In Francia il legislatore aveva scelto un’altra soglia: 15 anni.

Il 14 agosto 2026 il Consiglio costituzionale ha però dichiarato incostituzionale l’articolo che prevedeva il divieto di accesso ai social network per tutti i minori sotto quell’età.

La decisione è particolarmente importante perché non nega la necessità di proteggere i minori.

I giudici francesi hanno riconosciuto esplicitamente i rischi collegati, tra l’altro, a dipendenza, isolamento, pornografia, molestie e frodi. Hanno però ritenuto che la misura adottata limitasse in maniera sproporzionata la libertà di espressione e comunicazione.

Tra i problemi evidenziati c’era anche il carattere generalizzato del divieto: la norma non distingueva sufficientemente in base all’età, alla maturità del ragazzo, alla sua situazione o alle caratteristiche della piattaforma utilizzata.

Ed è qui che il dibattito diventa più complesso.

Proteggere un bambino di dieci anni e regolamentare l’accesso di un adolescente prossimo alla maggiore età non sono necessariamente la stessa cosa.

Cosa sta succedendo in Italia

In Italia non esiste, al 2 settembre 2026, un divieto generale dei social network per tutti i minori sotto i 15 o i 16 anni.

Esiste però una proposta parlamentare presentata il 10 luglio 2026 che prevede il divieto di fruizione dei servizi di social network per i minori di 15 anni e l’obbligo di verifica dell’età degli utenti. Il disegno di legge risulta ancora all’inizio del suo iter parlamentare.

Un’altra proposta, presentata il 4 agosto, riguarda proprio l’obbligo di verifica dell’età e ulteriori misure per la tutela dei minori nell’uso dei servizi digitali.

Occorre inoltre evitare un equivoco frequente.

La normativa italiana sulla privacy stabilisce che, nell’ambito specifico dei servizi della società dell’informazione e quando il trattamento dei dati è basato sul consenso, un minore che abbia compiuto 14 anni può esprimere autonomamente quel consenso. Sotto i 14 anni deve intervenire chi esercita la responsabilità genitoriale.

Questo limite riguarda il trattamento dei dati personali e non equivale, da solo, a una legge generale che autorizzi o vieti ogni social network a una determinata età.

Il vero nodo è sapere quanti anni ha chi entra

Una legge può fissare 14, 15 o 16 anni. Poi arriva il problema concreto: come dimostrare l’età di una persona davanti a uno schermo?

Inserire semplicemente una data di nascita è facilmente aggirabile.

Controllare documenti di identità, utilizzare sistemi biometrici o affidarsi ad altre tecnologie può essere più efficace, ma apre interrogativi sulla quantità di dati personali raccolti e sulla loro protezione.

La sfida è quindi duplice: impedire ai bambini più piccoli di dichiararsi adulti senza trasformare ogni accesso a Internet in una consegna indiscriminata di informazioni personali.

È uno dei punti sui quali qualsiasi futura regolamentazione italiana dovrà trovare un equilibrio credibile.

L’Europa ha già imposto alcuni limiti alle piattaforme

Il dibattito non parte da zero.

Con il Digital Services Act, l’Unione europea ha imposto obblighi specifici per la protezione dei minori online. Tra questi figura il divieto di mostrare ai minori pubblicità mirata basata sulla profilazione. Le piattaforme devono inoltre adottare misure per ridurre i rischi di esposizione a contenuti inappropriati.

Per le piattaforme di dimensioni molto grandi sono previsti anche obblighi più ampi di valutazione e mitigazione dei rischi sistemici.

Questo sposta una parte della discussione dall’utente al prodotto.

Non basta chiedersi quanti anni abbia il ragazzo che tiene lo smartphone in mano. Bisogna chiedersi anche quale ambiente digitale gli venga offerto una volta entrato.

Un divieto può aiutare, ma non può sostituire l’educazione

ccanto alle regole serve però un’educazione digitale capace di sviluppare autonomia e pensiero critico, una questione che abbiamo già affrontato parlando del rapporto tra intelligenza artificiale e capacità di pensare autonomamente. È probabilmente questo il punto sul quale il confronto pubblico rischia maggiormente di semplificarsi.

Pensare che basti vietare i social per risolvere il problema significa attribuire a una soglia anagrafica un potere che nessuna legge possiede.

Ma sostenere che ogni limite sia inutile perché i ragazzi troveranno comunque il modo di aggirarlo porta all’errore opposto.

Le leggi servono anche a stabilire responsabilità e confini. Possono costringere le aziende a modificare procedure, progettazione e sistemi di controllo che difficilmente cambierebbero affidandosi soltanto alla buona volontà.

Accanto alle regole servono però educazione digitale, adulti capaci di comprendere gli strumenti utilizzati dai ragazzi, scuole preparate ad affrontare il tema e piattaforme che non considerino la vulnerabilità degli utenti più giovani semplicemente come un problema familiare.

Proteggere i ragazzi senza espellerli dal loro mondo

Per un adolescente lo spazio digitale non è più qualcosa di separato dalla vita reale.

Amicizie, musica, informazione, linguaggio, scuola, identità e scoperta del mondo passano anche attraverso una connessione.

Per questo la soluzione non può essere né consegnare uno smartphone senza regole né immaginare che una porta chiusa fino al sedicesimo compleanno risolva automaticamente ogni rischio.

Una soglia può essere utile. In particolare può creare una barriera per i bambini più piccoli e imporre alle piattaforme responsabilità che oggi non possono essere lasciate soltanto sulle spalle delle famiglie.

Ma la domanda decisiva resta un’altra.

Non è soltanto quando permettiamo a un ragazzo di entrare sui social.

È soprattutto in quale ambiente lo facciamo entrare, chi ne stabilisce le regole e chi risponde quando quelle regole non sono costruite per proteggerlo.

Manuela Di Dalmazi