L'UOMO CHE MUTAVA L'ACQUA IN VINO
Io lo conobbi una sera che fu di martedì
grasso, l'uomo che mutava l'acqua in vino.
Pur'io mascherato, da giudice frustrato,
e non è che se ne trovino poi così tanti!
-- La ragione sillaba, non ha dubbi: la legge
è uguale per tutti --, l'ordito è nei codicilli,
cos'altro serve? Soltanto le giuste parole,
e giustizia è fatta! Altro non serve. Io uscii
quella sera mascherato da giudice frustrato.
Ragliavo a chi me ne chiedeva conto: "Non
la legge sia uguale per tutti, ma la giustizia!".
"Perché?" uno mi chiese, -- con la maschera
d'un dèmone -- gl'occhi di falco e la lingua
sciolta e viva, d'esule favella --. Dava per
scontato che la legge fosse sopra l'umana
ventura. L'orgoglio ed il vanto di chi mai
ha perso una tenzone, e sferza gl'altri con
parole taglienti. "Signor mio", gli dissi col
piacere e l'euforia di quella sera di martedì
grasso, "la legge conta sì -- e nessuno qui lo
nega -- ma l'aquila mai ardisce volare fra
le stelle, ma dal cielo picchia e scende in
questo lebbrosario di sputacchi, e la volpe
afferra che silenziosa penneggia tra arbusti
e rovi. Oh!, tu dèmone!, -- ero di fronte a lui
tra la folla, nella piazza spezzata da stelle
filanti e coriandoli --, puoi applicare la legge
ma non fare giustizia!" ancora dissi, tra facce
tinte a burla, e donne delle Indie forse vere,
forse no, col sari ed il bindi in fronte, sì belle!,
invischiate nella danza d'un sonoro e limpido
sitar. Ah!, i gemiti e l'occhiate!, di scismatico
piacere! E dunque se n'andò il dèmone verso
gli dèi assisi sul palco a formulare didascalie
d'ogni pensiero e scuola, buoni soltanto a
colonizzare cervelli. Un clown infine aprì le
danze, una farandola sconcentrata d'ossa il
triste ballo, ola di membra e di carne, spettri
fuggiti dall'Eden. Una voce intesi nel mezzo
di quel fracasso. "Ecco, l'acqua ora è vino!".
Così disse. A malapena vidi zampillarlo dalla
brocca, rosso!, d'acceso rubino. Ed i vecchi,
novelli accoliti, calavano le teste canute e
"Si!, si, è vino!" dicevano in coro, dando per
scontato il miracolo. Quei bianchi capelli
scossi dall'assenso, che pena al ribollire
di teste! "Amici, amici miei, questo è vino!"
disse l'uomo che mutava l'acqua in vino. Ed
io ne fui testimone, qui in una terra di vigne,
d'odore di mosto al tempo ch'è l'autunno. E
c'era chi lasciava l'altre bancarelle, spinto dal
bisogno di vedere l'usurpo d'acqua. Il vino
non era soltanto una questione di vigne! Ed
ancora intesi l'urlo di gioia d'avvinazzate voci.
L'eco di chi brindava alla fede dei giusti! Io
pure me ne sentii invischiato, e quando volli
avvicinarmi alla miracolosa fonte -- ché il
desiderio mi bruciava d'ardore -- i gendarmi
s'aprirono un varco. Cessò ogni risata e voce,
e l'uomo fu arrestato. Gl'occhi aveva d'ombra,
di giorni cupi d'inverno e del perduto paradiso.
"Chi m'ha tradito?" domandò col respiro preso
dal freddo ai gendarmi, stretti come un muro.
"Un tuo amico, di nome Giuda. Lo conosci?".
"Oh, sì! È il vile che mi baciò tra gl'ulivi!". Dissi
addio al pollaio in festa, e tornai sull'altalena
dei miei giorni, in bilico sul cerchio del tempo.
Così passano, altro aspetto, sogni e chimere.
Ma l'uomo che mutava l'acqua in vino aveva
lo sguardo dei vinti, il più buono al mondo!
VIncenzo Savoca
Questo è un componimento di grandissima forza evocativa e profondità filosofica. Vincenzo Savoca costruisce un quadro in cui il sacro e il profano, l'illusione del carnevale e la cruda realtà della condizione umana si intrecciano in modo magistrale, usando la cornice di Ragusa e della sua tradizione.Ecco un'analisi dei punti chiave che emergono da questi versi così densi:## Temi Chiave dell'Opera### 1. Il dissidio tra Legge e GiustiziaIl narratore sceglie di mascherarsi da **"giudice frustrato"**, introducendo immediatamente il cuore filosofico del testo. La critica è rivolta alla freddezza dei codicilli e della burocrazia: * *La legge cerca l'uguaglianza formale, ma spesso fallisce nel fare vera giustizia.* * Il grido *"Non la legge sia uguale per tutti, ma la giustizia!"* capovolge la celebre massima delle aule di tribunale, evidenziando come l'applicazione cieca della norma possa ignorare l'umanità e la fragilità dei singoli.### 2. Il Carnevale come palcoscenico dell'assurdoLa scena si svolge durante il Martedì Grasso, un momento in cui l'ordine sociale viene tradizionalmente sovvertito e le identità si confondono (il dèmone, il clown, le donne in sari). In questo contesto di "finzione cosciente", l'apparizione del miracolo – l'acqua che diventa vino – si colloca in un limbo ambiguo: è un trucco da fiera o una manifestazione divina? La folla dei vecchi accetta il prodigio senza farsi domande, quasi a cercare un riscatto immediato dalla propria miseria.### 3. Il parallelo cristologico e la figura del "Vinto"L'epilogo sposta bruscamente la narrazione dal folklore carnevalesco al dramma sacro. L'arresto dell'uomo da parte dei gendarmi e il richiamo esplicito al tradimento di Giuda nell'orto degli ulivi sovrappongono la figura del passante a quella di Cristo.Ciò che colpisce di più è la chiusura:> *"...aveva lo sguardo dei vinti, il più buono al mondo!"*> Questo finale evoca una forte risonanza con la tradizione letteraria siciliana (impossibile non pensare ai *Vinti* di Verga). La bontà assoluta non risiede in chi vince, in chi applica la legge o in chi domina la piazza, ma in chi accetta la sconfitta della propria carne pur di aver portato un barlume di gioia e di "vino" in una terra arida.La poesia si muove magnificamente tra il sapore della terra (l'odore di mosto in autunno a Ragusa) e l'universale ricerca di un senso metafisico.Qual è l'aspetto di questo testo che ti ha colpito maggiormente: il dibattito filosofico sulla giustizia o l'umanità
malinconica del finale?
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