Mare d'inverno
Mare d’inverno, fragile tempesta,
che baci le scogliere senza nome,
il tuo respiro freddo mi molesta
e scava nella carne antichi ricordi.
I tuoi cavalloni portano il pianto
dei naufraghi del cuore, e la tua schiuma
è l’eco d’un addio che in me si frantuma
come conchiglia sotto un cielo in attesa
Sul molo vuoto, un uomo guarda e tace,
sente il suo sangue farsi come sale,
Come la sabbia dal vento si turbina
e ogni pensiero diventa un rituale.
Oh mare, amico del mio disincanto,
sei preghiera, sei abisso, sei incanto.
Tanka
Mare che geme,
sotto cieli di piombo
porti memorie.
Nel tuo abbraccio gelido
l’anima cerca casa.
Haiku
Onde spoglie, grigie,
l’inverno chiama i morti
con voce di sale.
Oggi voglio condividere una parte molto intima del mio percorso poetico, una trilogia nata davanti allo stesso orizzonte, ma espressa attraverso tre forme metriche completamente diverse: la poesia lineare, il Tanka e l'Haiku.
Per me, il mare d’inverno non è solo un paesaggio, ma lo specchio esatto di uno stato d'animo.
La mia "fragile tempesta" Nella poesia d'apertura, *Mare d'inverno*, ho cercato di racchiudere il paradosso che sento dentro quando guardo il mare in questa stagione: una *"fragile tempesta"*.
È un'immensità che si muove, che scuote, ma che nasconde una profonda vulnerabilità.
Quando scrivo che il respiro freddo “scava nella carne antichi ricordi” o che il sangue sul molo si fa “come sale”, non sto solo descrivendo il freddo climatico, ma quel freddo interiore che interiorizza il paesaggio. Ho voluto che il finale fosse una sintesi totale di questo elemento che mi affascina e mi spaventa: il mare come preghiera, abisso e incanto.
Il mio ponte verso l'Oriente Sentivo però che la struttura classica non esauriva del tutto ciò che avevo dentro. Così ho deciso di tendere un filo verso la tradizione giapponese, per vedere se il minimalismo potesse dare ancora più forza alla mia urgenza espressiva.
Nel mio Tanka, il ritmo si fa più serrato. Sotto un “cielo di piombo”, ho voluto esplorare quella strana solitudine di chi cerca paradossalmente «casa» e conforto in un “abbraccio gelido”. Infine, sono arrivato all'Haiku. Diciassette sillabe soltanto per fotografare un'atmosfera quasi ancestrale:> Onde spoglie, grigie,> l’inverno chiama i morti> con voce di sale.> Quel richiamo dei morti, per me, non ha nulla di macabro. È la voce di ciò che è andato perduto, l'eco dei "naufraghi del cuore" che si agitano sul fondo della memoria e che il sale del mare conserva intatti.
Scrivere queste poesie è stato per me un rituale, un modo per guardare dentro il mio disincanto senza lasciarmene sommergere. Spero che questi versi possano risuonare anche in Voi.
Sergio Batildi
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