Quando Yuleisy Cruz Lezcano scrive “Gli occhi di Gaza”, non racconta soltanto una guerra. Racconta la perdita di una casa, di una patria interiore, di un’infanzia spezzata e di una memoria che continua a resistere tra le macerie. È una poesia che non cerca schieramenti politici, ma restituisce umanità a chi rischia di essere ridotto a numero, statistica o titolo di cronaca.
In un tempo in cui le immagini dei conflitti scorrono rapidamente sugli schermi per poi essere dimenticate, la poesia possiede ancora la capacità di fermare lo sguardo e costringerci a osservare. “Gli occhi di Gaza” è una composizione intensa e dolorosa che porta il lettore dentro una realtà devastata dalla guerra, ma capace di conservare frammenti di dignità, memoria e speranza.
Pier Carlo Lava
Gli occhi di Gaza
di Yuleisy Cruz Lezcano
Gaza è un paese bianco
appeso al precipizio del grigiore,
una conchiglia spezzata
che il mare continua a chiamare
per nome senza risposta.
Un tempo gli ulivi cucivano
ombra alla terra,
e le mani impastavano sapone
con il latte verde delle stagioni.
Le botteghe accendevano il mattino,
i mercati erano alveari,
gli alberi custodivano il vento
come un gregge di uccelli invisibili.
Ora gli occhi dei bambini si riempiono
di maceria, di odio,
sono pozzi dove la polvere
cade al posto delle stelle.
Gli occhi guardano attraverso
il buco di un palazzo distrutto.
Lo sguardo da stretto si allarga,
come se la ferita di una pietra
fosse diventata
l’unica finestra sul mondo.
A terra case in ginocchio, mura bucate,
corpi attraversati dal silenzio.
Eppure le bandiere sventolano
su una terra spezzata,
voli di stoffa aggrappati
all’ultimo respiro del vento.
Una donna seduta
con un abito scuro attende.
Sembra la notte quando dimentica
di andarsene.
Guarda i bambini che giocano
in mezzo ai rifiuti ridendo.
Le risate risuonano
tra i denti
monete di sole gettate
nell’acqua nera del dolore.
Le tende improvvisate sventolano
e da una all’altra corrono i topi,
vantando morsi, dita assaggiate,
preghiere rosicchiate nell’ombra.
Le famiglie sulle strade si spostano,
portando sulla schiena curva
il peso dell’abbandono.
Sono alberi sradicati
che continuano a camminare
cercando il paese bianco scomparso,
e davanti al mare passano
come carovane che non riflettono
i volti che la terra ha perduto.
Sulle rughe di chi ricorda
passa il dolore,
due mani anziane tengono
un passepartout di ferro,
lo stringono al petto
come si stringe una patria.
La casa esiste e invita e chiama
dal regno invisibile,
si apre la porta della memoria.
E noi qui in Occidente
assenti per un tempo indefinito,
siamo finestre chiuse
durante l’incendio ignoriamo
che chi perde la fede
si chiede per cosa vive.
La forza di questa poesia risiede innanzitutto nella sua straordinaria capacità di unire la cronaca alla dimensione simbolica. Gaza non è descritta soltanto come luogo geografico, ma come una “conchiglia spezzata”, immagine che suggerisce fragilità, bellezza perduta e nostalgia. Fin dai primi versi la poetessa costruisce un paesaggio della memoria in cui il passato e il presente convivono in un contrasto lacerante. Particolarmente efficace è il confronto tra la Gaza di ieri e quella di oggi. Gli ulivi che “cucivano ombra alla terra”, i mercati paragonati ad alveari e le botteghe che “accendevano il mattino” evocano una quotidianità semplice e vitale. Questa normalità viene poi infranta dall’irruzione della guerra, che sostituisce le stelle con la polvere e trasforma gli occhi dei bambini in “pozzi di maceria e odio”.
Uno dei passaggi più intensi è quello dedicato allo sguardo che osserva il mondo attraverso il foro di un edificio distrutto. La ferita dell’architettura diventa la ferita dell’umanità stessa. La pietra spaccata si trasforma nell’unica finestra possibile sulla realtà, in un’immagine di straordinaria forza cinematografica. La figura della donna vestita di scuro rappresenta uno dei nuclei emotivi del testo. Seduta nell’attesa, immobile come una notte che non vuole finire, incarna il dolore collettivo di chi continua a vivere tra le rovine. Tuttavia la poetessa introduce un elemento inatteso: le risate dei bambini. Sono risate che non cancellano il dolore, ma testimoniano la resistenza della vita anche nelle condizioni più estreme.
L’immagine delle famiglie che camminano come “alberi sradicati” è tra le più riuscite dell’intera composizione. Lo sradicamento diventa qui una condizione esistenziale oltre che materiale. Non si perde soltanto una casa, ma una parte della propria identità. Il finale sposta il punto di vista sul lettore occidentale e introduce una riflessione etica di grande attualità. Le “finestre chiuse durante l’incendio” rappresentano l’indifferenza, la distanza emotiva e il rischio di abituarsi alla sofferenza altrui. È una conclusione che non accusa, ma interroga profondamente.
Dal punto di vista stilistico, Yuleisy Cruz Lezcano utilizza una lingua poetica ricca di immagini visive e simboli potenti. Il testo richiama per intensità civile alcune pagine di Mahmoud Darwish e di Nazim Hikmet, pur mantenendo una voce autonoma, profondamente femminile e contemporanea.
Biografia dell’autrice
Yuleisy Cruz Lezcano, scrittrice, poetessa e intellettuale di origine cubana residente in Italia, è una delle voci più sensibili della poesia contemporanea. Le sue opere affrontano temi legati ai diritti umani, alla memoria, all’identità, alla condizione femminile e alle fragilità del nostro tempo. La sua scrittura si distingue per l’intensità emotiva e per la capacità di coniugare impegno civile e raffinatezza lirica.
Intervista immaginaria all’autrice
D: Perché ha scelto gli occhi come simbolo centrale della poesia?
R: Perché negli occhi si riflettono sia il dolore sia la speranza. Gli occhi dei bambini raccontano spesso ciò che le parole non riescono a dire.
D: È una poesia politica?
R: È una poesia umana. Parla delle conseguenze della guerra sulle persone, indipendentemente da ogni appartenenza.
D: Quale messaggio desidera lasciare ai lettori?
R: Che dietro ogni conflitto esistono volti, famiglie, ricordi e vite che meritano di essere ricordate.
“Gli occhi di Gaza” è una poesia che non si limita a descrivere una tragedia: la trasforma in memoria collettiva. Yuleisy Cruz Lezcano costruisce un’opera di forte impatto emotivo e civile, capace di restituire dignità alle vittime e di ricordare al lettore che la sofferenza umana non può essere ignorata senza conseguenze per la nostra stessa coscienza.
Geo: Nata a Cuba e residente in Italia, Yuleisy Cruz Lezcano rappresenta una delle voci più autorevoli della poesia contemporanea di impegno civile. Attraverso opere che affrontano temi universali come la guerra, la dignità umana, la memoria e la speranza, l’autrice contribuisce a mantenere vivo il dialogo tra letteratura e coscienza sociale. Alessandria Post continua a promuovere e valorizzare autori che utilizzano la parola poetica come strumento di riflessione e di umanità.
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Si tratta di un’immagine creata con KIA che cattura la forza culturale e la resilienza comunitaria della striscia di Gaza attraverso i simboli dell’arte e dell’ulivo.






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