Zerocalcare e quei due spicci di certezza che ci aiutano a restare in piedi

Di Dorotj Biancanelli, Roma.

Michele Rech, in arte Zerocalcare scardina le serrature della nostra anima con un’insolita energia capace di restituire forma alle emozioni più autentiche. Racconta qualcosa di profondamente diverso rispetto ad un’epoca, la nostra, in cui tutto si misura nell’ultimo scatto di una staffetta. Stati d’animo talvolta complicati, sui quali raramente ci si sofferma: meglio sovrascriverli perché ascoltare quel fastidio, quella nota di sofferenza è impegnativo, snervante e, per qualcuno, persino un’inutile perdita di tempo. E’ come quando un’informazione, nel momento stesso in ci nasce, viene sostituita da un’altra, a cui si affianca la disinformazione e, nel caos delle notizia, ci si tiene a galla convinti di riuscire ancora a respirare e a pensare autonomamente.

Esistono infatti emozioni che seppure non vengano negate, risultano smarrite perché restano intrappolate in una stanza talmente colma di paure, delusioni e abitudini da rendere impossibile perfino trovare la porta d’ingresso. La chiave giusta giace da qualche parte, nascosta sotto anni di silenzi e difese costruite per necessità. E quando un lettore o uno spettatore si accorge di non essere poi così solo davanti alle proprie fragilità vive un’esperienza profonda di riconoscimento e quasi di sollievo.

Ed è proprio in quello spazio sospeso tra riconoscimento e sollievo che si inserisce il racconto di Zerocalcare che non offre soluzioni immediate o scorciatoie emotive, ma la possibilità concreta di sostare accanto a ciò che spesso cerchiamo di evitare.

Questa è la sensazione che mi ha accompagnata durante la visione di Due Spicci.

La serie animata di Zerocalcare ha un ritmo narrativo unico nel suo genere in quanto unisce quella capacità di osservazione autentica ad un linguaggio immediato e diretto. In questa potente struttura emotiva scorre qualcosa di molto profondo: la storia di persone che cercano un posto nel mondo senza avere una mappa o una bussola per orientarsi e che avanzano tra dubbi e incertezze tentando di ricostruire un equilibrio mentre attorno a loro cambiano continuamente le regole del gioco. Il racconto scivola tra le pieghe complicate di una generazione che ha imparato a convivere con l’instabilità economica e affettiva più generalmente esistenziale e che, nonostante tutto, continua ostinatamente a mettere un piede avanti all’altro.

Un’ ostinazione silenziosa, che rende i suoi personaggi così familiari intesi non come esempi da imitare, ma semplicemente come persone che inciampano negli stessi dubbi che attraversano ciascuno di noi.

Immortala una generazione testimone dello sgretolamento di molte delle promesse sulle quali era stata educata a costruire il proprio futuro e che si è trovata costretta a reinventare continuamente il significato stesso della parola stabilità. La cosa più coraggiosa risiede nel cercare relazioni autentiche coltivando l’amore e le amicizie mentre non smette di sperare che esista ancora qualcosa per cui valga la pena restare umani.

Zerocalcare non vuole fotografare il presente sfoggiando la notorietà conquistata nel corso degli anni, così come non ha mai cercato di diventare il maestro di vita di qualcuno. Non gli interessa spiegare al mondo quali siano le cosiddette verità definitive della vita perché è rimasto dov’era: tra i propri dubbi e le proprie contraddizioni che normalmente ciascuno di noi cerca di nascondere. Milioni di persone si riconoscono in tale dinamica. Perché nelle sue storie non c’è il supereroe e neanche un individuo con caratteristiche eccezionali, ma ci sono solo persone che vivono con la costante paura di non essere all’altezza della loro esistenza e che subiscono il peso delle aspettative divise tra il senso di colpa e la delusione.

Viviamo nell’era che premia la perfezione, l’apparire sovrasta l’essere dunque, bisogna apparire forti ed efficienti, dei vincenti per farla breve, sempre pronti a dimostrare qualcosa.  Zerocalcare compie invece il gesto che potremmo definire rivoluzionario perché restituisce la dignità all’incertezza. Ci ricorda che sentirsi persi non significa necessariamente aver smarrito la strada e che le crepe che tentiamo disperatamente di nascondere sono spesso le stesse che ci permettono di riconoscerci gli uni negli altri.

Riconoscersi significa anche accettare che la vita non proceda secondo una traiettoria precisa, con ferite che si rimarginano perfettamente e risposte sempre disponibili al momento giusto.

C’è inoltre un aspetto che rende Due Spicci particolarmente vicino alla vita reale: l’assenza di un vero lieto fine. Non perché nelle storie di Zerocalcare manchi la speranza, ma perché manca l’illusione che ogni ferita possa essere guarita e che ogni conflitto trovi necessariamente una soluzione definitiva. I suoi personaggi continuano a vivere dentro le proprie contraddizioni. Continuano a sbagliare, a cercare un equilibrio e a fare i conti con ciò che sono stati e con ciò che vorrebbero diventare.

È ciò che accade a Cinghiale, a Sara, a Secco. Ecco perché nessuno di loro viene trasformato in un eroe e nessuno di loro riceve una sorta di premio finale capace di sistemare tutto. Restano persone reali, imperfette e in cammino. Le loro vite non si chiudono, proseguono. Questa loro incompletezza li rende così credibili.

Emblematica, in questo senso, è la riflessione che emerge nel finale attraverso Cinghiale. Per anni vive nella convinzione che certe persone tornino a cercarlo soltanto per le questioni economiche irrisolte. Poi arriva una riflessione capace di ribaltare completamente la prospettiva: gli viene ricordato che ciò che teme potrebbe essere molto peggiore di come lo immagina e che vivere nell’attesa di una catastrofe spesso porta a dimenticare ciò che nel presente continua a funzionare. Non si tratta di fingere che i problemi non esistano, ma di riconoscere che gran parte della sofferenza nasce dall’abitudine di vivere costantemente proiettati verso il peggio.

È una lezione semplice ma profonda: l’incertezza fa parte della vita e nessuno può eliminarla del tutto. Tentare di anticipare ogni possibile disgrazia non ci protegge dal dolore. Spesso ci impedisce soltanto di vivere serenamente il tempo che abbiamo davanti. Anche per raccontare questa verità scomoda Zerocalcare compie una scelta precisa: rinuncia a qualsiasi forma di abbellimento. Persino il linguaggio che trova nel dialetto romanesco una delle sue espressioni più autentiche, diventa parte integrante dell’esperienza emotiva che l’autore vuole restituire.

Certe emozioni arrivano già vestite di grammatica mentre altre arrivano scalze. Quel dolore arriva scalzo, la paura arriva scalza, la disperazione arriva scalza perché non sempre accettano di essere tradotte in un linguaggio impeccabile.

Da questo punto di vista la parolaccia, della quale fa un utilizzo disinvolto e ricorrente, potrebbe essere letta come il tentativo di non filtrare l’emozione.

Ciò spiega perché il dibattito sulle parolacce rischia talvolta di fermarsi alla superficie. Le parole educate spiegano. Le parole sporche, a volte, sanguinano.

In questa disponibilità che si mostra senza filtri, senza il bisogno di apparire migliori o più risolti di ciò che si è, che risiede la forma più autentica della sua narrazione.

Zerocalcare utilizza un linguaggio accessibile e profondamente umano, quasi come se l’autore si sedesse accanto al lettore e gli dicesse: non sono qui per farti una lezione, sto semplicemente condividendo con te qualcosa che conosco perché ci sono passato anch’io.

Le sue storie d’altronde incontrano milioni di persone. Non sopra un piedistallo, ma accanto. È in questa vicinanza, discreta e ostinata, che risiede la forza più rara: quella di far sentire compresi senza aver necessità di spiegazioni elaborate.

Zerocalcare sembra proprio riuscire a raggiungere la più alta forma di empatia che un autore possa offrire.

Dorotj Biancanelli

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2 risposte a “Zerocalcare e quei due spicci di certezza che ci aiutano a restare in piedi”

  1. Avatar Emanuela Fondi
    Emanuela Fondi

    Attenta e profonda riflessione ,riguardo una società che sta sottovalutando quanto la velocità delle azioni non ponderate , possa stravolgere la Vita di ciascun individuo! Complimenti!

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