FOGLIE SECCHE
foglie secche –
ancora il respiro
del vecchio cane
LA MIA PERLA DI LUCE
Sei la mia perla di luce,
il sole inseguito dal tramonto.
Rinasci sempre
nei miei piu’ silenti gesti,
nei miei piu’ nudi momenti di guerra.
Sei tu
la mia perla di luce.
Anche se ti stai spegnendo
la tua forza
rischiara il buio dell’ illusione
ormai scevra di nuove parole.
So di doverti perdere
ma tu,
sei la mia perla di luce.
IN UN ANGOLO
Angolo buio
di una vecchia speranza
lasciata aspettare
nel cuspide silenzio
di una casa vuota.
Cosi, il mio volto
coperto dal pianto
si nasconde
in quell’ ampiezza ignara.
Accolta nel mio pensiero,
risale dal cupo divario
la linea di unione
fra un muro e un suo gemello.
Vedo la linea del perdono
che apre un divario
anche nel mio smarrito senso.
E nell’ agire automatico
di un istinto all’ esistere,
scelgo la via:
vedo di nuovo la luce.
TI TENGO
Ti tengo
tra mille affanni
mentre il sole saluta la notte
e il giorno saluta la sera.
Tra crepuscoli mai stanchi,
i miei occhi bruciano
per le lacrime e le veglie,
ma resisto
e sono colma di meraviglia.
Nel sospiro inebriante
di un’ aria mattutina,
di foglie brillanti di rugiada
e terra
che profuma di muschio,
resisto accanto al tuo fiato
che riempie il mio sogno spezzato
dal tuo richiamo.
Sonnecchio stanca
tra un’ ora sopita e il lucido sguardo durante il travaglio:
senza ostinazione
senza ora
solo vita.
LASCIATEMI STARE
Un affanno nostalgico
governa le mie ineluttabili agonie.
Fra idee di continuità mantenute da sogni inafferrabili, solitari…
Traslucido a tal punto da vederli trasformare in volti mai visti.
Sono sobria,
eppure
realizzo figure notturne,
nel mio stato di quiete momentanea.
La visione
è nitida.
Ho paura di esistere
in un mondo che non conosco.
La verità:’
vivo le cronache di efferata crudeltà .
Ho imparato a dare loro un volto.
E di notte
mi raccontano cosa e’ accaduto.
Sono stanca.
Non voglio queste persone nella mia vita!
Lasciatemi stare.
Il respiro, la luce, la memoria e le ombre: quattro percorsi poetici dentro la fragilità dell’esistenza
Dalla delicatezza di un respiro alla presenza della perdita, dalla ricerca di una luce interiore fino alle inquietudini di una coscienza attraversata dalle cronache della violenza. Quattro poesie, quattro declinazioni di una stessa ricerca umana.
Ci sono poesie che nascono da un’immagine, altre da un ricordo, altre ancora da una condizione emotiva che fatica a trovare una forma. E poi ci sono quelle che sembrano appartenere a momenti differenti, ma che, lette insieme, rivelano una trama comune, una sorta di geografia interiore nella quale ogni componimento diventa una tappa di un viaggio.
È quanto accade leggendo Foglie secche, La mia perla di luce, In un angolo, Ti tengo e, più recentemente, Lasciatemi stare, una poesia che introduce una nuova tonalità espressiva, quella del noir psicologico.
Il filo che le unisce è sottile, ma persistente: la fragilità dell’esistenza, la paura della perdita, il bisogno di conservare una presenza e la ricerca di uno spazio nel quale poter ancora riconoscere se stessi.
Il respiro che resiste
«Foglie secche, ancora il respiro del vecchio cane».
Tre versi, un’immagine essenziale, nessuna spiegazione. Il paesaggio autunnale e il respiro di un animale anziano si incontrano in una composizione che affida tutto alla sottrazione.
Le foglie raccontano il tempo che passa, il cane rappresenta una vita che continua, forse stanca, certamente fragile, ma ancora presente.
La parola più importante è «ancora». In essa si concentra tutta la tensione del componimento: la sorpresa di una vita che persiste quando tutto intorno sembra annunciare una conclusione.
È una poesia che non ha bisogno di dichiarare la malinconia, perché la lascia emergere dall’immagine.
La luce che non vuole spegnersi
In La mia perla di luce la fragilità assume una dimensione affettiva.
«Sei la mia perla di luce, il sole inseguito dal tramonto».
L’amore viene rappresentato attraverso una luce che continua a esistere anche quando il tramonto sembra inevitabile. La figura amata non è soltanto una presenza fisica, ma una forza che sopravvive nei gesti, nei momenti di debolezza, nelle battaglie silenziose della vita quotidiana.
Il passaggio più doloroso arriva con la consapevolezza della separazione:
«So di doverti perdere ma tu, sei la mia perla di luce».
Non c’è ribellione contro il destino, né il tentativo di negare ciò che sta accadendo. C’è piuttosto la volontà di riconoscere che l’amore non coincide necessariamente con il possesso o con la permanenza.
La ripetizione finale diventa una forma di resistenza affettiva, quasi una formula pronunciata per non lasciare che la perdita cancelli ciò che è stato.
La casa come geografia interiore
Con In un angolo la ricerca si sposta dall’affetto alla coscienza.
L’angolo buio, la casa vuota, il muro e il suo gemello non sono semplici elementi architettonici, ma diventano simboli di una condizione interiore.
La speranza è stata lasciata ad aspettare, il volto si nasconde, il pensiero cerca una linea di unione tra elementi apparentemente separati.
Il passaggio più interessante riguarda il perdono, rappresentato attraverso una linea che apre un divario anche nel senso di sé.
Il perdono, in questa prospettiva, non è necessariamente una riconciliazione. Può essere anche il riconoscimento di una distanza, la possibilità di smettere di esserne prigionieri.
La conclusione, «scelgo la via: vedo di nuovo la luce», introduce una possibilità di rinascita. Non una vittoria definitiva sul dolore, ma il primo movimento verso una diversa consapevolezza.
Ti tengo: l’amore come gesto
In Ti tengo la poesia abbandona in parte la dimensione simbolica e torna alla fisicità dell’esperienza.
Le lacrime, le veglie, l’aria mattutina, le foglie bagnate di rugiada e il profumo del muschio costruiscono un paesaggio sensoriale nel quale la natura continua il proprio ciclo, mentre qualcuno rimane accanto a una presenza fragile.
«Resisto accanto al tuo fiato».
È probabilmente il verso che racchiude meglio il significato del componimento.
Qui l’amore non è una dichiarazione astratta, ma un comportamento, una permanenza, una forma di cura che si manifesta anche quando la stanchezza sembra prevalere.
La chiusura è particolarmente significativa:
«senza ostinazione, senza ora, solo vita».
Il tempo perde la propria funzione, le ore non hanno più importanza, rimane soltanto il valore elementare dello stare accanto.
Quando la cronaca entra nei sogni: il debutto noir
Con Lasciatemi stare si apre una prospettiva differente.
La poesia conserva la dimensione introspettiva delle precedenti, ma cambia atmosfera. La malinconia lascia spazio a un’inquietudine più scura, nella quale la realtà esterna sembra invadere progressivamente quella interiore.
«Sono sobria, eppure realizzo figure notturne».
È una contraddizione che introduce una tensione psicologica interessante. La lucidità non protegge dalle immagini, non impedisce alla mente di trasformare ciò che ha osservato in presenze notturne.
La svolta arriva con la confessione:
«La verità: vivo le cronache di efferata crudeltà. Ho imparato a dare loro un volto».
La violenza raccontata dai mezzi di informazione non rimane più confinata alla dimensione della notizia. Viene interiorizzata, assume sembianze, diventa una presenza indesiderata.
Il mondo esterno entra nello spazio privato, attraversa il sonno e trasforma la quiete in inquietudine.
Il finale, «Non voglio queste persone nella mia vita! Lasciatemi stare», rompe il registro più elaborato dei versi precedenti.
È una richiesta di distanza, quasi un tentativo di difendere l’ultimo spazio di libertà rimasto.
Qui il noir non nasce dal mistero di un delitto, ma dalle conseguenze psicologiche della violenza, dalla sua capacità di contaminare anche chi la osserva senza esserne direttamente protagonista.
Cinque poesie, una stessa domanda
Osservate nel loro insieme, queste composizioni mostrano una notevole continuità tematica, pur attraverso linguaggi e registri differenti.
Il respiro del vecchio cane, la luce della persona amata, la casa vuota, il fiato di chi viene custodito e i volti notturni generati dalle cronache appartengono a un medesimo universo poetico.
Sono immagini che parlano di presenza e assenza, di ciò che rimane e di ciò che rischia di scomparire.
Anche la luce assume significati diversi: è una possibilità di sopravvivenza, una memoria affettiva, una via d’uscita dal dolore. Nel noir, invece, la notte diventa lo spazio nel quale le immagini della crudeltà prendono forma.
Non siamo davanti a una poesia che cerca risposte definitive. Piuttosto, emerge una scrittura che interroga l’esistenza attraverso le sue contraddizioni: la voglia di trattenere e la necessità di lasciare andare, il desiderio di proteggere e l’impossibilità di controllare il mondo, la ricerca della quiete e l’irruzione di pensieri che non concedono riposo.
Una voce poetica in evoluzione
Questi componimenti testimoniano anche una ricerca stilistica in movimento.
Dalla brevità dell’haiku alla lirica affettiva, dalla costruzione simbolica alla poesia sensoriale, fino alla tensione del noir psicologico, si riconosce il tentativo di non rimanere confinati in una sola forma espressiva.
È una ricerca che si affianca a quella dell’Algolirica, dove il rapporto tra essere umano, tecnologia, memoria e identità viene esplorato attraverso un linguaggio più sperimentale.
Qui, invece, il punto di partenza è la materia più elementare dell’esperienza umana: il corpo, il respiro, il tempo, la paura, l’amore.
Due percorsi differenti, ma accomunati dalla stessa necessità di interrogare ciò che significa essere umani.
Quello che resta
Forse il significato più profondo di queste poesie si trova proprio nella loro fragilità.
Non cercano di dimostrare che l’amore possa vincere la morte, che il perdono possa cancellare il passato o che la conoscenza possa proteggerci dalla crudeltà del mondo.
Raccontano piuttosto il tentativo di continuare a vivere nonostante tutto questo.
Un cane che respira ancora, una luce che non si vuole dimenticare, una persona che ritrova la strada, qualcuno che veglia e qualcuno che chiede di essere lasciato in pace.
Sono immagini diverse, ma tutte riconducono a una domanda essenziale:
Che cosa rimane di noi quando tutto ciò che credevamo stabile comincia a scomparire?
Forse rimane proprio questo: la capacità di sentire, di amare, di custodire, di riconoscere la propria fragilità e, qualche volta, di trovare ancora il coraggio di cercare la luce.
Perché la poesia, quando riesce a raggiungere questa dimensione, non ha bisogno di spiegare la vita.
Le basta restituirle un respiro.
Sergio Batildi
“Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a esclusivo scopo illustrativo. Non rappresenta necessariamente persone, luoghi o fatti reali.”
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