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“TRA DUE LINGUE E NESSUNA!”

Da: Hassane Yarti – Marocco & Spagna

Mi piego sotto il peso della mia lingua, del mio arabo, che mi siede in gola come una pietra pesante. E se persino l’arabo sta cercando il proprio posto in un mondo che parla con un’altra voce, come posso usarlo per costruire un ponte verso coloro che non possono ascoltarlo? Eppure devo parlare. Devo raccontare all’altro della mia esistenza, di quella di un marocchino che vive tra due lingue che non si incontrano mai, se non nel suo petto gravato dal peso di entrambe. Fuggire in una direzione o nell’altra significa esilio; il silenzio è esilio, e scrivere in inglese significa essere bandito in una lingua che non mi ha cresciuto e che io non ho cresciuto. Dunque, devo rimanere prigioniero del mio bellissimo arabo, fatto prigioniero anch’esso, oppure devo presentare, nella mia frattura, una richiesta d’asilo all’inglese, la lingua che è diventata la lingua del mondo, che il mondo lo abbia voluto oppure no?

Di tanto in tanto, negli ambienti culturali della diaspora marocchina emerge una domanda provocatoria: quale natura ha la scrittura degli autori arabi che si esprimono in altre lingue, in particolare in inglese? È una domanda che si è intensificata negli ultimi anni, parallelamente alle grandi ondate migratorie, quando molti si sono ritrovati in Paesi indifferenti al loro arabo, al loro amazigh e persino allo spagnolo che avevano conquistato attraverso la fatica e le notti insonni. Ed è così emersa un’altra domanda, non meno urgente: la letteratura scritta in inglese da un marocchino è letteratura marocchina? Oppure è soltanto un prestito culturale riversato in uno stampo straniero?

Chiunque osservi il panorama culturale della diaspora marocchina noterà l’esistenza di due schieramenti che non si incontrano mai. Il primo sostiene che l’anima rimane la stessa, indipendentemente dalla lingua in cui parla; che quando un marocchino scrive dell’odore del pane cotto sulla brace, di un vicolo stretto di Fès o di Tétouan, del dolore dell’esilio che nessun permesso di soggiorno può guarire, quella è letteratura marocchina, pura e integra, anche se plasmata dall’alfabeto di Shakespeare. L’altro schieramento affida la questione alla lingua, sostenendo che l’arabo, l’amazigh o la darija siano il grembo dal quale nasce la letteratura e che ogni figlio nato al di fuori di esso sia un orfano senza discendenza.

In verità, sembra che entrambe le parti custodiscano una parte della verità, senza possederla interamente. Perché una letteratura possa essere autenticamente marocchina, in teoria dovrebbe scaturire dalla lingua di quella terra. D’altra parte, però, la vocazione stessa della letteratura è quella di essere ascoltata, di arrivare, di toccare un cuore in qualche altro luogo di questo pianeta. Quando uno scrittore marocchino che si trova in Spagna vuole dire al mondo intero: «Io sono qui e porto con me tutto questo bellissimo peso», quale lingua sceglie? Lo spagnolo è la lingua del Paese in cui vive. L’inglese è la lingua dell’epoca in cui vive. E l’arabo è la lingua della madre che lo chiama nei sogni.

Quando il francese fu imposto al Marocco durante il Protettorato, si trattò di un’imposizione esplicita, esercitata attraverso le armi e l’amministrazione. L’inglese, oggi, è un’imposizione più sottile, esercitata attraverso gli algoritmi dell’editoria internazionale, le piattaforme dei social media e le grandi case editrici che decidono chi deve essere letto e chi, invece, deve rimanere nell’ombra. Lo scrittore marocchino che vive a Siviglia, Madrid o Barcellona si trova davanti a un bivio che, in realtà, ha tre direzioni, non due: scrivere in arabo e raggiungere coloro che già lo comprendono; scrivere in spagnolo ed entrare in un mercato locale, per quanto ampio possa essere; scrivere in inglese e gettare la propria rete nell’intero mare del mondo. Ma che cosa perde ogni volta che compie una scelta?

Dal mio punto di vista, credo che dobbiamo distinguere tra tre cose, non due: lingua, identità e pubblico. La lingua è uno strumento. L’identità è un’anima. Il pubblico è un destino. Lo scrittore marocchino che scrive in inglese non vende la propria identità, ma la negozia con ogni frase che mette sulla pagina. E quando scrive di Abdullah o di Naima usando le lettere latine, qualcosa si perde nella traduzione interiore; qualcosa che non ha un nome, ma che si avverte come si avverte l’assenza in una vecchia fotografia i cui bordi si sono consumati.

Il vero problema, dunque, non è la scelta della lingua, ma il rapporto con la lingua scelta. Scrivi l’inglese dall’interno o passando dalla porta sul retro? Lo trasformi, lo contamini con il tuo profumo marocchino, vi porti il ritmo del Malhoun, il vociare dei vicoli e il silenzio del deserto, oppure lo scrivi come lo scriverebbe un giornalista di Londra? La differenza tra le due cose è la differenza tra la letteratura e un resoconto.

Quando penso alla scrittura in inglese, mi viene in mente un’immagine: cammino lungo una strada di Barcellona, portando in una mano una borsa piena di gelsomini provenienti dal giardino di mia madre, in Marocco. Il mondo vede un uomo che passa. Ma io so che cosa c’è dentro quella borsa. So come il suo profumo cambia nell’aria europea. Scrivere in inglese significa aprire quella borsa, offrire il gelsomino in un mercato che non ne ha mai conosciuto il profumo. Forse, lungo il cammino, perderà una parte della sua fragranza. Ma arriverà a destinazione. E forse proprio l’arrivare è una forma di lotta.

Perché scrivere della propria causa, del proprio dolore, della propria identità, in una lingua che non è la propria, è una battaglia combattuta su uno degli infiniti fronti.

Alla fine, il mio arabo non si arrabbierà con me per aver prestato, per un po’, la mia voce all’inglese. Sa, come lo so io, che torneremo l’uno all’altro nel momento in cui nessun’altra lingua sarà capace di contenermi; in quel momento in cui avrò bisogno di piangere.