“ZAKONET E MALEVE – LE CONSUETUDINI DELLE MONTAGNE ”, IL PESO DELLA TRADIZIONE E IL CORAGGIO DI SPEZZARE LA CATENA DELLA VENDETTA
Da Angela Kosta
Il film di Dibran Fylli affronta il dramma della vendetta di sangue (gjakmarrja ), e mette a confronto l’antico codice dell’onore con la coscienza dell’uomo
Tradizione, onore, famiglia, amore e vendetta. Sono questi i temi che attraversano “Zakonet e Maleve – Le consuetudini delle Montagne”, film sceneggiato da Dibran Fylli, che ne interpreta anche il ruolo principale, e prodotto da Elsa Production.
Fin dal primo episodio, l’opera affronta una delle questioni più complesse e dolorose legate alla società tradizionale albanese: la vendetta di sangue, e le conseguenze che può produrre quando l’onore familiare viene interpretato attraverso una logica di ritorsione.
La vicenda cinematografica nasce da un sentimento semplice e universale: l’amore di due giovani. Ma in una comunità nella quale il giudizio sociale, l’autorità familiare e il rispetto delle consuetudini hanno un peso determinante, anche un sentimento innocente può trasformarsi in motivo di conflitto.
Al centro della storia si trova Zuk Alia, interpretato dallo stesso regista Dibran Fylli.
È un uomo profondamente legato ai valori della propria comunità e a una concezione dell’onore nella quale la reputazione della famiglia deve essere difesa a ogni costo.
Quando un giovane si avvicina alla figlia, Zuka non legge quel gesto come l’espressione di un sentimento, ma come una violazione dell’ordine familiare che ritiene di dover proteggere.
Da questa interpretazione nasce la tragedia.
Per comprendere il mondo nel quale si muovono i personaggi di “Zakonet e Maleve – Le Consuetudini delle Montagne”, è necessario richiamare il Kanun di Lekë Dukagjini, uno dei più importanti sistemi di diritto consuetudinario della tradizione albanese.
Il Kanun, attribuito nella tradizione a Lekë Dukagjini, non può essere considerato una semplice “legge della vendetta”. È un complesso sistema di norme tramandate oralmente che regolava numerosi aspetti della vita comunitaria e familiare: l’onore, la famiglia, il matrimonio, la proprietà, l’ospitalità, i rapporti tra i membri della comunità e la composizione delle controversie. La sua forma scritta fu raccolta e sistematizzata soprattutto grazie al lavoro di Shtjefën Gjeçovi, prima della pubblicazione integrale a Scutari nel 1933.
È proprio questo universo di valori a fare da sfondo culturale alla vicenda narrata nel film.
Parole come onore, famiglia, appartenenza e responsabilità nei confronti del proprio gruppo acquistano infatti un peso particolare nelle scelte dei protagonisti. Il dramma nasce quando questi valori vengono interpretati in maniera rigida e l’idea di difendere l’onore finisce per essere associata alla violenza.
Il film non propone, dunque, una semplice contrapposizione tra tradizione e modernità. Mostra piuttosto il momento in cui una consuetudine, separata dalla responsabilità personale e dalla dignità dell’altro, può trasformarsi in una forza distruttiva.
È questa la frattura che attraversa il personaggio di Zuk Alia.
Esso non si considera un uomo che sta commettendo un crimine in nome della violenza. È convinto di difendere la propria famiglia e ciò che ritiene essere il suo onore.
Proprio per questo il personaggio assume una particolare rilevanza drammatica. Il film mostra come una mentalità possa diventare più forte della coscienza individuale quando l’individuo considera un obbligo ciò che dovrebbe invece essere sottoposto al giudizio morale.
La morte del giovane segna il punto di non ritorno.
Ma la tragedia non si conclude con l’uccisione. Entra nella casa di Zuk Alia, coinvolgendo la moglie, la figlia e il figlio, che non accettano ciò che è accaduto e comprendono immediatamente la gravità delle conseguenze.
La famiglia diventa così il primo luogo nel quale si manifesta il conflitto tra autorità, tradizione e coscienza.
L’azione compiuta dal padre non produce infatti l’onore che egli credeva di difendere. Produce paura, dolore e una nuova minaccia.
Dall’altra parte della tragedia c’è Bilal, padre del giovane ucciso.
La sua sofferenza è quella di un padre che ha perso il figlio. La promessa di vendetta nasce dal dolore e dal desiderio di reagire a un’ingiustizia subita. Ma proprio qui il film introduce il tema centrale della vendetta di sangue: una morte può generare una nuova richiesta di sangue e quella nuova morte può, a sua volta, prepararne un’altra.
La vendetta si trasforma così in una catena.
Una famiglia perde un figlio; l’altra rischia di perdere un padre o un altro figlio; la comunità viene trascinata nella paura e nell’incertezza.
Il film mette in evidenza la contraddizione fondamentale di questo meccanismo: la vendetta nasce dal dolore, ma non elimina il dolore; lo trasferisce da una famiglia all’altra e lo consegna alle generazioni successive.
Anche sotto questo profilo, il riferimento al Kanun deve essere letto con attenzione. La storia del diritto consuetudinario albanese è complessa e le norme furono trasmesse e interpretate nel corso dei secoli. La vendetta di sangue rappresenta uno degli aspetti più noti e controversi associati al Kanun, ma non esaurisce il significato dell’intero sistema consuetudinario.
Nel film assumono particolare rilievo anche gli uomini della parentela e il Capo del vilaggio, che cercano di impedire che la sofferenza di Bilal si trasformi in una nuova tragedia.
La loro presenza introduce una dimensione importante: all’interno della stessa comunità che riconosce il peso delle consuetudini esistono anche voci che cercano la mediazione e la pace.
È una distinzione fondamentale.
Infatti, tra le parole più significative dell’episodio vi sono quelle pronunciate dal Capo del villaggio, figura autorevole della comunità, quando cerca di fermare la spirale della vendetta.
“Nemmeno Dio vuole sangue tra fratelli.”
È una frase breve, ma racchiude il senso più profondo della vicenda.
Non è soltanto un invito a rinunciare alla vendetta. È un richiamo alla coscienza, alla responsabilità e al valore della vita umana.
Il Capo del villaggio si pone davanti al dolore di Bilal e cerca di impedire che una tragedia ne generi un’altra.
Il sangue versato non può restituire la vita a chi è morto.
La vendetta non cancella il dolore di una famiglia, ma rischia di consegnare lo stesso dolore a un’altra.
In questa prospettiva, la parola dell’anziano saggio assume un valore che supera la singola vicenda narrata.
È la voce della comunità che, davanti alla possibilità di una nuova morte, richiama gli uomini alla ragione.
È anche una voce che invita a distinguere l’onore dalla violenza.
Perché l’onore non dovrebbe consistere nella capacità di vendicare un torto, ma nella forza di impedire che il torto produca altro male.
La frase dell’anziano diventa così una sorta di coscienza collettiva del film.
Davanti alla vendetta, propone la pace. Davanti all’odio, richiama la fratellanza. Davanti alla morte, difende la vita. E soprattutto ricorda che nessuna tradizione, nessun rancore e nessuna offesa possono giustificare una catena infinita di sangue.
“Nemmeno Dio vuole sangue tra fratelli” sono poche parole che racchiudono l’invito più importante del film, quello a fermarsi prima che il dolore diventi tragedia.
“Zakonet e Maleve – Le consuetudini delle Montagne” non rappresenta la tradizione come un blocco unico e immutabile. Al contrario, mostra una comunità attraversata da tensioni diverse, nella quale alcuni cercano di preservare l’ordine ereditato e altri tentano di impedire che quell’ordine produca nuove vittime.
Il richiamo alla responsabilità collettiva diventa allora centrale.
Un’altra linea narrativa rafforza il significato del film: la storia d’amore tra Arben e la figlia di Mark.
Anche il loro rapporto viene ostacolato da un conflitto antico, nato prima di loro e trasmesso dalle generazioni precedenti.
I due giovani diventano così il simbolo di una generazione costretta a confrontarsi con un passato che non ha scelto.
Il loro amore rappresenta la possibilità di interrompere questa trasmissione dell’odio. Non cancella ciò che è accaduto, ma rifiuta l’idea che il passato debba necessariamente determinare il futuro.
È uno dei messaggi più significativi del film: nessuna nuova generazione dovrebbe essere obbligata a pagare il prezzo delle inimicizie ereditate dagli parenti lontani anche.
È nella parte conclusiva dell’episodio che il film raggiunge il suo momento simbolicamente più forte.
Zuk Alia si presenta davanti alla casa di Bilal senza arma. Dopo aver agito in nome dell’onore e aver provocato una morte, torna davanti alla famiglia della vittima non per continuare il conflitto, ma per cercare un confronto.
Il suo richiamo disperato, distruttivo: “O Bilal” assume allora un significato che va oltre una semplice chiamata.
È il momento nel quale il personaggio sembra confrontarsi con le conseguenze delle proprie azioni.
La scelta di presentarsi disarmato modifica il significato stesso della forza. Essa non è più rappresentata dall’arma, dall’imposizione o dalla vendetta, ma dalla capacità di riconoscere l’errore e di tentare di fermare la spirale della violenza.
In questa prospettiva, il gesto di Zuk Alia rappresenta il punto di svolta dell’intero episodio.
L’uomo che aveva creduto di difendere l’onore attraverso il sangue si trova davanti alla possibilità di concepire l’onore in un altro modo: assumersi la responsabilità, chiedere perdono e impedire che un’altra famiglia venga colpita dalla stessa tragedia.
È qui che il film “Zakonet e Maleve – Le consuetudini delle Montagne” supera il semplice racconto di una vicenda ambientata nella società tradizionale.
Il film dialoga con una parte importante della memoria culturale albanese, ma allo stesso tempo pone una domanda contemporanea: che cosa accade quando una consuetudine entra in conflitto con la dignità, la libertà e il valore della vita umana?
La risposta dell’opera non consiste nel cancellare il passato.
Il passato va conosciuto, compreso e contestualizzato. Ma conoscere una tradizione non significa necessariamente riprodurne ogni pratica. La cultura può essere preservata anche attraverso una lettura critica delle sue forme storiche.
Ed è proprio in questa prospettiva che il film acquista una dimensione civile.
Il Kanun appartiene alla storia del diritto consuetudinario e alla memoria delle comunità che lo hanno tramandato; “Zakonet e Maleve – Le consuetudini delle Montagne”, invece, porta lo spettatore davanti alle conseguenze umane che possono emergere quando determinati codici vengono applicati senza mediazione e senza una piena assunzione di responsabilità individuale.
Attraverso Zuk Alia, Bilal, Arben e gli altri personaggi, il regista Dibran Fylli costruisce un racconto nel quale il passato e il futuro si confrontano continuamente.
Da una parte ci sono il peso dell’onore, il rancore, la paura e le inimicizie ereditate.
Dall’altra ci sono l’amore, la parola, il perdono e la possibilità di interrompere la catena.
Il valore del film sta proprio in questo confronto.
“Zakonet e Maleve – Le consuetudini delle Montagne” non racconta soltanto la vendetta. Racconta il momento in cui la vendetta può essere rifiutata.
E il suo messaggio più forte non è che il passato debba essere dimenticato, ma che il futuro non debba necessariamente ripeterlo.
Perché la vera svolta non avviene quando un uomo trova la forza di rispondere al sangue con altro sangue, ma quando trova il coraggio di fermarsi.
In una società nella quale l’onore è stato per secoli legato anche alla responsabilità verso la famiglia e la comunità, il film propone una domanda essenziale: quale forma di onore può avere oggi il valore più alto?
La risposta di “Zakonet e Maleve – Le consuetudini delle Montagne”, passa attraverso un gesto semplice e difficile: deporre l’arma, pronunciare una parola e scegliere di non lasciare in eredità l’odio.
ZAKONET E MALEVE – LE CONSUETUDINI DELLE MONTAGNE, IL PESO DELLA TRADIZIONE E IL CORAGGIO DI SPEZZARE LA CATENA DELLA VENDETTA