Furore, il celebre “Paese che non c’è” sorge quasi a strapiombo sulle rocce della Costiera Amalfitana e qui, in questo luogo fuori dal mondo, trascorro ogni anno le mie vacanze.
Oltre al celebre Fiordo di Furore e ai famosi dipinti murali che colorano le sue pareti di roccia, a Furore esiste una monumentale scultura astratta che ancora è fonte di polemiche.
Chi si ferma davanti all’imponente scultura, posta all’inizio del Paese, realizzata con tubi d’acciaio saldati uno sopra l’altro, alti più di cinque metri, nota subito una targa alla base. L’iscrizione originale recita: “Nel giardino del tempo, Sara accompagna un uccello”.
Se cercate questa frase sui Social, vi trovate a leggere una valanga di parole su un grossolano doppio senso. Eppure, la realtà è diversa.
Il primo grande falso operato dal passaparola digitale riguarda la paternità della scultura. Sulla rete l’autore viene chiamato Giovanni Ferrentino mentre invece il vero nome è Giovanni Ferrenti
nato a Napoli nel 1936 e deceduto il 21 agosto 2024 all’età di 88 anni, uno dei più stimati protagonisti dell’astrattismo e della scultura plastica napoletana. Formatosi negli anni Cinquanta Ferrenti era un artista che dedicava la sua intera ricerca al rapporto geometrico tra l’Uomo, la materia e lo Spazio. L’opera di Furore, presentata alla fine degli anni Novanta all’interno della storica rassegna “L’essere e lo spazio”, è un pezzo di storia dell’arte che vinse persino il Premio Italia per le Arti Visive.
Il secondo falso è l’iscrizione che viene quasi sempre alterata in “Nel giardino del tempio…”.
L’aggiunta della lettera “I” sposta la percezione dello spettatore verso un contesto sacro, classico e mitologico, amplificando l’effetto del doppio senso. Sulla targa reale l’artista invece ha inciso rigorosamente la parola “Tempo”.
Perché Tempo? Perché la struttura di tubi industriali sovrapposti è la rappresentazione fisica della stratificazione dei giorni. In un Paese come Furore, dove la roccia millenaria blocca l’orizzonte Ferrenti ha bloccato il ferro attraverso la saldatura, creando un monumento all’immobilità cronologica.
A rendere l’opera un capolavoro di estetica contemporanea è il suo profondo paradosso visivo. La frase parla di un’azione leggera e in pieno movimento “Sara accompagna…” ma l’installazione è un gigante di metallo freddo, immobile ed eterno.
Non cercate forme umane o animali tra le saldature: l’opera è totalmente astratta.
Nelle intenzioni del maestro Ferrenti, sono i vuoti tra i tubi e le linee geometriche oblique che si aprono verso l’esterno a dover evocare l’idea stilizzata di un’ala spiegata. La targa non descrive ciò che la scultura mostra, ma ciò che lo spettatore deve immaginare spostandosi intorno ad essa, sfruttando i giochi di luce e le ombre proiettate sulla pietra.
La parola “uccello” ha poi attivato la malizia della rete.
A uno sguardo più profondo, tuttavia, l’opera di Giovanni Ferrenti esprime un concetto molto più intimo e potente. Secondo me, questa scultura rappresenta il bisogno profondamente umano di conferire leggerezza e libertà a ciò che nasce pesante e opprimente, simboleggiando attraverso i freddi tubi d’acciaio le rigidità del tempo che ci schiaccia. Questo netto contrasto visivo ci ricorda che l’immaginazione e lo spirito dell’uomo possono sempre liberarsi dalla materia più dura, trovando la poesia e la leggerezza anche laddove tutto sembra apparentemente immobile ed eterno.