Tania Silvani, artista e ritrattista autodidatta di Tortona, dal 2020 esprime la propria ricerca visiva e artistica attraverso il disegno in grafite.
Le sue opere nascono dalla rielaborazione personale a mano libera di immagini reali, che siano fotografie d’autore o le mille immagini analogiche e digitali dalle quali siamo quotidianamente “bombardati”. Le sue opere danno vita a visioni intime e suggestive, che invitano a un’osservazione lenta e riflessiva.
La sua poetica è incentrata sulla convivenza degli opposti: bellezza e dolore, anatomia umana e mondo animale, grazia e cruda realtà. Nella mostra Visione di Insieme in corso presso Spazio Arte Viva a Tortona fino al 24 Settembre, l’artista ricrea una sua visione personalissima a partire dalle immagini che l’hanno colpita, affrontando temi che vanno dall’archetipo del “femminino sacro” alla guerra e al sovraccarico di comunicazione negativa che caratterizza la nostra contemporaneità, dalla metamorfosi all’erotismo talora marcato talora accennato e sempre collegato a temi come l’autocura femminile, dalla malattia al rapporto tra umanità e mondo animale, in una “visione di insieme” che solleva anche temi attuali molto importanti.
Una visione davvero personalissima e originale, espressione della creatività di un’artista autodidatta che da alcuni anni ha ripreso in mano la sua passione per l’arte e il disegno. Le sfumature e i contrasti netti, la ricerca della precisione e il lavoro sulla texture sono elementi caratteristici del suo stile, in bilico tra la ricerca del dettaglio perfetto e la spontaneità dell’espressione personale.
L’ho intervistata in occasione della sua mostra personale “Visione di Insieme” presso Spazio Arte Viva a Tortona.

Come ti sei avvicinata al mondo dell’arte? Hai una formazione specifica o sei autodidatta?
Forse non me sono mai allontanata, ma non ne ero consapevole. Sono sempre stata brava a scuola nel disegno libero e tecnico, ma non ho mai coltivato il mio talento con studi appositi. Il mio percorso di studio dopo le medie è stato completamente diverso, avevo anche dimenticato il disegno anche solo come attività di piacere per molti anni. La passione per l’arte è riemersa prepotente durante il lockdown, per ovvi motivi, quando c’era necessità di riempire il tempo, e dal 2020 ho ripreso in mano la mia passione per il disegno e l’arte senza più abbandonarla. Sono completamente autodidatta, a parte la scuola non ho fatto nessun corso o tutorial specifico.

Nella presentazione della mostra si parla di opere create “reinterpretando immagini reali” ci puoi spiegare che cosa intendi e quale tecnica hai usato per realizzarle?
Le mie opere nascono dalla reinterpretazione delle immagini, contestualizzandole con temi collegati alle realtà sociali attuali. Mi affido molto alle intuizioni. Se un’immagine di per sé molto semplice, mi colpisce, e non ne individuo immediatamente il perché, significa che c’è del potenziale da tirare fuori. Un esempio è “Antitesi Visiva” dove la posizione delle mani mi ha colpita, suggerendomi di farle parlare, come espressione delle nostre possibilità di scelta, tra felicità e rovina. La tecnica che uso per realizzare le mie opere è la semplice grafite anche se alcune sono arricchite da inserti materici.

Molte delle tue opere rappresentano figure femminili, alcune caratterizzate da un marcato erotismo altre che evocano il tema della metamorfosi. Ci puoi illustrare cosa hai voluto esprimere con queste opere, che costituiscono una parte significativa della tua mostra “Visione di Insieme”?
La figura femminile è il filone di immagini più diffuso in tutte le rappresentazioni della storia dell’arte. Personalmente penso che sia fondamentale non cadere in iconografie semplicistiche o banali. Nelle mie opere l’erotismo non è mai fine a sé stesso, ma è sempre collegato ad altri temi o significati: può apparire tra la sinuosità delle forme accennate, collegato un tema importante come l’autocura o il “nastro rosso” simbolo della lotta alla violenza sulle donne, può trasparire dalla seduzione con la testa del serpente accolto in mano, o ancora percepirsi nell’adolescente che dorme con i lupi, un’opera che racconta un’ideale simbiosi tra mondo umano e animale.

Ho rappresentato invece la metamorfosi principalmente nell’opera con l’adolescente e la farfalla, strettamente correlate per dar vita al significato che vorrei trasmettere a chi la guarda.

Altre opere si focalizzano su temi sociali e di attualità, come la guerra e la società dell’immagine. Ci puoi parlare meglio di questa parte del tuo lavoro artistico?
Il contesto reale che ci circonda è diventato molto pesante, siamo attorniati da una negatività che ci tocca sempre più da vicino e bombardati da un flusso continuo di immagini. Siamo sempre più incollati al monitor di qualche dispositivo, guardiamo sempre di più e parliamo sempre meno. Da qui nasce la mia opera “Il testimone muto” bocca cucita dal sistema e occhi esasperatamente enormi. E poi c’è il tema della guerra, perennemente presente da anni e disegnata sul palmo della mano in contrapposizione all’altra mano che regge i giochi sereni dei bambini in “Antitesi Visiva”.


C’è un’opera della mostra in particolare che ti rappresenta di più o alla quale sei più legata?
L’opera alla quale sono più legata è “Il sonno del branco” in quanto ho un trasporto particolare verso il mondo animale, è l’unica opera che mi trasmette tranquillità e serenità, un riflesso del mondo ideale nel quale animali e umani sono in totale simbiosi e rispetto.

Un’altra opera alla quale sono molto legata è quella che rappresenta il “femminino sacro” l’archetipo della donna portatrice di vita.

Hai in programma altri eventi espositivi nei prossimi mesi?
Al momento ho in programma due eventi che devo preparare: a ottobre una call per artisti, che riguarda proprio la realizzazione di ritratti di animali dove protagonista sarà lo sguardo, gli occhi che parlano. Successivamente sarò presente con un’opera rappresentativa sulle donne per l’8 marzo del prossimo anno.
Andrea Macciò
Intervista e fotografie di Tania Silvani, dei particolari delle opere e degli allestimenti a cura di Andrea Macciò