IL CURATO DI SALINELLA

(seconda parte)

Era una blasfemia che a saperla fuori da quelle sacre mura, avrebbe scatenato l’arrivo a Spinazza d’alti prelati, specie inquisitori, in compagnia di micheletti armati d’archibugi. Il priore restò a guardarlo scorgendogli negl’occhi l’allucinazione della fede e l’incertezza della ragione. Ma il cuore non era inaridito. Un mattino novembrino frati e novizi lo cercarono

senza trovarlo. Ispezionarono la sua cella, i corridoi, lo scrittorio e la biblioteca, le cucine e l’orto, persino l’ossario sotto al transetto. Nemmeno negli stabbi trovarono traccia del suo passaggio. A sera smisero le ricerche ed il priore convenne che si era allontanato intenzionalmente. — Preghiamo perché il Signore gli conceda la pace. — disse, — È un’anima smarrita ma buona — aggiunse subito dopo. In seguito, nessuno dei frati si ricordò di don Jano Zappulla, del curato di Salinella. In breve, ne persero il ricordo. Tempo dopo, due novizi in vena di giocare, si spinsero oltre le mura familiari inoltrandosi in un sotterraneo scavato nella timpa al tempo di Guglielmo il Malo, dopo la rivolta dei baroni. Ma quale fu la loro sorpresa allorché con una lanterna illuminarono in un cantuccio il curato! Era ridotto ad un cencio, con la talare impolverata, i bottoni sfibbiati e la pelle avvizzita dalla tristezza. Tutta la figura coperta di ragne e d’umido muschio, era imputridita dal verme della solitudine. Si era fermato tempo addietro in quell’angolo a meditare in pace ed in silenzio. — Ecco dov’era finito! –. Gli toccarono un braccio per accertarsi che la morte non l’avesse ghermito. Al tocco il curato aprì gl’occhi ma senza degnarli di un’occhiata. Bersagliati dalla luce delle pupille, i novizi fuggirono a gambe levate, spaventati pure dal rantolo sordo, cupo come una ventata di gelo fiatato dal curato, incapace di parlare. In lotta con le parole dimenticate aveva ripiegato su un suono gutturale terrorizzandoli. Sfortunatamente il priore dapprima si convinse che i due novizi, come accade ai fanciulli della loro età, fossero in vena di facezie e avessero montato quella storia solo per gioco. Tuttavia fu la loro insistenza a convincerlo d’organizzare un’altra ricerca, sebbene la via praticata dal curato d’isolarsi da tutto e da tutti gli parve del tutto impraticabile, anche se quell’uomo non pareva appartenere a questo mondo. In breve, la voce del ritrovamento del curato si sparse per tutto il convento e la folla dei frati si diede convegno nel vestibolo, in attesa di sua paternità fra Maurizio Sucameli da Bivona. Egli giunse con il suo bagaglio d’autorità dando l’ordine d’iniziare la ricerca. Con una lanterna s’avviò verso il sotterraneo seguito dai frati. Attraversò la porticina e scese per le scale. Escluso i due novizi, nessuno mai vi aveva messo piede! Le ombre parevano scivolare sui muri scavati nella timpa. Il buio oltre lo specchio di luce della lanterna, cominciò ad agitare i più pavidi dei frati. Temevano di trovare qualcosa di diabolico, persino Satanasso in persona con coda e corna! Per alcuni la ricerca ebbe termine prim’ancora di cominciare. Rimasero indietro, mentre gl’altri proseguirono dietro al priore. Alla fine della scalinata il sotterraneo continuava con volte ancora più basse, dritto e lungo, un interminabile budello d’aria umida ed insalubre. Altri monaci si erano fermati storditi dall’aria malsana, dall’umido e dal neutro chiarore della lanterna. Paventavano che quell’antro d’ombra perenne fosse certo la dimora di creature

demoniache che loro, adesso, stavano svegliando dal lungo sonno, andando incontro a chissà quali spaventose conseguenze!

Ma non si fermarono ed andarono avanti recitando preghiere ed invocando tutti i santi, anche quelli meno conosciuti, fino a quando in un cantuccio trovarono il fardello cencioso che stavano cercando. Il buon senso e la prudenza consiglio’ di non avvicinarsi troppo. La vista del curato li portò ad un iniziale disgusto. Le grida d’orrore proferite nel vederlo, li assegnò definitivamente ai paurosi senza rimedio. –, Ecco dov’era! — mormorò frastornato Muzio Sucameli da Bivona, toccandolo con le mani per trasmettergli l’intensità del calore paterno.

Al tocco, il curato restò immobile ed in silenzio, impregnato di nostalgia per le lontane transumanze nei pantani della palude e per le chiacchere cogl’abitanti che inutilmente aveva tentato di redimere. Quando i frati superato l’iniziale timore si prodigarono per condurlo di sopra, il curato invece guardò dalla parte opposta come avesse voluto proseguire fino al termine del cunicolo. La lanterna fece luce da quella parte. Era un budello lungo lungo capace d’ingoiare un intero esercito! — Vieni — gli disse il priore commosso. E dopo qualche incertezza il curato si rassegnò a seguirli saltellando a piccoli passi. I frati fecero largo per lasciarlo passare e quando fu passato l’aria inacidita si muto’ in effluvi di bosco e di pergamene. Sui muri apparve la sua storia passata e quella futura. Ma nessuno dei frati fu capace d’interpretarla. Il passato era cupo e misterioso edl futuro ancora peggio, un intreccio oscuro con al centro una donna di belle fattezze, una meritrice nuda sul letto a baldacchino e con lenzuoli di fiandra, con gl’occhi chiusi ed un coltello nel petto. — È Mena Ciccazzo! — mormorò lui passando in mezzo ai frati. Ma non s’intromisero nonostante lo sdegno per la donna nuda. Si prodigarono invece per condurlo di sopra, sorreggendolo perché in certi momenti pareva sul punto di cadere. Il cunicolo era oramai scomparso alle loro spalle e dalla porticina all’inizio della scalinata oltre ad un fiotto di luce penetrava pure una ventata d’aria buona. –Portatemi nello scrittorio — fu tutto quello che disse quando furono nel vestibolo, — e datemi un pennino ed una pergamena –. I frati guardarono il priore. Cosa significava? Dopo tutto quel tempo passato in quello stretto budello non aveva altro da dire? Soltanto il bisogno d’un pennino e d’una pergamena? Cos’aveva in mente di scrivere? Un messaggio? Da parte di chi? E per chi? Un’illuminazione gneoseologica? Tuttavia qualsiasi cosa avesse avuto in mente, al momento non bisognava contraddirlo. Il priore abbassò il capo dando il proprio assenso, impressionato dalla sua serenità. Chiunque fosse rimasto nel ventre della terra come Cristo nel deserto, aveva diritto ad esprimere ed ottenere ciò che voleva.

Nello scrittorio regnava il disordine di chi tanto studia e poco s’interessa del disordine di libri, di cartigli e fogli. Erano dappertutto, sui tavoli, per terra, sugli scaffali, nelle librerie e sulle sedie. Dopo averlo fatto sedere davanti ad un tavolo, i frati si disposero in cerchio, chi da una parte e chi dall’altra, alla luce d’una finestra che dava sull’orto. — Tutto quanto mi è mancato, è stata la zuppa di cavoli! — poi disse prima d’incominciare per non saziare soltanto la lussuria dell’intelletto. Il frate bibliotecario ebbe cura di portargli quanto aveva domandato,

e nel silenzio che seguì, aspettarono di vederlo all’opera. Invece lui li guardò chiedendo ad ognuno perché mai erano venuti ad importunarlo, interrompendo la breve meditazione.

Abbassò dunque gl’occhi sulla pergamena e cominciò a tratteggiare delle linee. Alcune dritte, altre curve, tracciate tenendo gl’occhi socchiusi, ma suscitando nei frati ironia e sarcasmo. Il frate bibliotecario ebbe una smorfia di disappunto, temeva d’avere sprecato pergamena ed inchiostro. Ma nell’osservarlo più attentamente, non gli sfuggì la perversione con la quale il curato continuava ad insistere mentre scriveva. — Manus diaboli! — mormorò con sgomento. Che ignominia! I frati a sentirlo si raccolsero stretti stretti ad osservarlo da lontano, paventando di trovarsi al cospetto d’un servo del principe degl’angeli neri! Indifferente a quando gli accadeva intorno, il curato continuò come fosse sotto dettatura, senza manifestare alcuna contrarietà al disappunto dei frati. Gli costava un terribile sforzo continuare, sebbene fosse il pennino a condurre la sua mano e non il contrario! Ad un certo punto il frate bibliotecario pensò di fermarlo, di porre fine allo scandalo. Era in serio pericolo la santità del luogo! Gli tremava il mento mentre l’osservava scuotendo il capo, e muovendo la mano in una sorta di nascosta benedizione, ed invocando il nome santissimo dell’Altissimo. Ma quando indirizzò lo sguardo nuovamente sulla pergamena, ne restò impressionato! Il pennino scorreva con particolare virtuosismo, ed il curato pareva aduso alle rappresentazioni grafiche di valore. Sotto al suo sguardo, dapprima miope, apparve una miniatura come non se ne vedeva da tempo, ricca di particolari alla vecchia maniera! Nessuno amanuense dei tempi nuovi n’era capace! Non poteva che essere opera divina! Il suo entusiasmo crebbe nel vedere la bellezza antica a cui mancava soltanto la patina dorata tanta cara un tempo. L’interesse lo spinse ad avvicinarsi di più al tavolo, rimanendo con lo sguardo fisso sull’immagine d’una donna dall’espressione dolcissima, d’amore universale ma al contempo una piega appena accennata sulle labbra, esprimeva l’angoscia per il futuro che presagiva tremendo ed allucinante. Quali profezie stava svelando questo curatolo di campagna? Continuò a fissare la miniatura, pallido, nervoso, ma soprattutto infastidito dalla vicinanza degl’altri frati, e in un impeto di rabbia allungò le braccia per allontanarli. Anch’essi incuriositi, si erano nuovamente avvicinati al curato, incurvandosi dietro le spalle del frate bibliotecario. All’ordine d’allontanarsi qualcuno borbottò che niente di buono poteva venire da un pretastro che usava la sinistra e che aveva abiurato il proprio gregge, per non parlare della donna nuda sul letto vista prima sui muri del cunicolo. — È arrivato al convento in un modo piuttosto insolito! — disse uno. — Ed è sceso pure negl’inferi! — aggiunse un altro. –, È al servizio del maligno! –. Convennero che il priore avrebbe dovuto costringerlo ad una confessione, prima di consentire che gli venissero consegnati pennino e pergamena. Il frate bibliotecario nel frattempo aveva continuato a seguire il curato senza lasciarsi suggestionare dai loro commenti. La luce che penetrava dalla finestra illuminava contemporaneamente la pergamena ed il viso del curato, donandogli un tocco di mistico rapimento. Ciò che stava disegnando non poteva che venire da un animo dedito alla purezza ed alla santità, al pari di Bazaleel, il costruttore dell’Arca, e dall’uguale ispirazione dalla quale era partito Chokhmah, ovvero dal punto di partenza della creazione. Così aveva scritto nello Zohar il rabbino Eliyahu de Vidas. Lo sapeva bene il

bibliotecario per averne letto una copia nel monastero dei santi Pietro e Paolo a Casal vecchio siculo, tempo addietro. Nel frattempo era apparso per intero il pargolo tenuto in braccio dalla donna. Engmatico il sorriso della bocca stretta dai guanciotti paffuti, e con gl’occhi fissi sulla madre. Tutto esprimeva un sentimento di gioiosa devozione.

continua

(Dal romanzo La leggenda del dio pescatore)

Vincenzo Savoca

Il brano possiede una forte carica espressiva, costruita su un contrasto vivido tra la dimensione terrena e grottesca (la battuta sulla zuppa di cavoli, i sospetti gretti dei frati) e l’irrompere del sacro e della profezia attraverso l’atto artistico.

La tensione narrativa cresce con un ottimo ritmo visivo: l’iniziale diffidenza dei monaci di fronte a un tratto apparentemente caotico e sinistro si trasforma progressivamente nello stupore del bibliotecario, che riconosce nella miniatura la maestria perduta degli antichi amanuensi. Il dettaglio della Vergine con il Bambino — segnata al tempo stesso da dolcezza universale e presagio di sventura — unito ai richiami cabalistici (Chokhmah, lo Zohar) e biblici, dona al testo uno spessore mistico e arcaico di grande suggestione.

Ci aspetta il seguito …..


Sergio Batildi

“Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a esclusivo scopo illustrativo. Non rappresenta necessariamente persone, luoghi o fatti reali.”

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