IL CURATO DI SALINELLA

(Prima parte)

   I campi cominciarono a respirare all’avvicinarsi della sera dopo una giornata di afa ininterrotta.

Il lamento delle cicale accompagnò i contadini sulla strada del ritorno. Scorgevano già le prime ombre sui tetti dei dammusi. Lo scirocco indebolito dalla frescura serale risalì i campi della Bassura, passando tra i canneti della palude, e dopo tra le chiome di carrubi e mandorli. Il fruscio di fronde e d’altro ancora, pareva il vociare dei morti. Di tanto in tanto tornavano nelle loro case. Così si raccontava in queste terre. Anime sollecitate da tardivi bisogni venivano sulla strada di Salinella senza mostrarsi per non doversi mescolare agl’ignari abitanti. Su picchi e colli i corvi s’attardavano nell’ultimo volo prima prima di trovare riparo ed annidarsi. L’oscurità impauriva da sempre uomini e bestie. La sosta notturna era solita mutare i sogni in incubi che l’alba lasciava poi sparire assieme alla notte.

   Don Jano Zappulla, curato di Salinella, tirò con tutte e due le mani la corda della campana.

Era l’ora del vespro ed i rintocchi si smarrirono nella campagna, aggiungendosi al fastidio di chi a quell’ora s’abbandonava alla malinconia serale. Quando finì, alzò gl’occhi al cielo, alla bragia dell’orizzonte e poi alla viottola che, passando dalla chiesa, attraversava tutto il fegho fino a raggiungere il mare dalla parte di Mazzarelli. Sul finire dell’inverno si copriva dei fiori dei mandorli, in autunno invece dell’odore amaro delle foglie secche. Sospirò rassegnato. “Tutto è nelle mani del Signore” borbottò entrando nella canonica. La malinconia gli mordeva il cuore. Si sentiva un orfano. Accese la lucerna a due beccucci e si guardò intorno in cerca della propria ombra. Trovo’ soltanto una stanzetta coi muri intristiti dalla patina del tempo e dai propri sospiri. Chiuse le imposte, e dopo non ebbe più l’aspetto d’un curato di campagna quando si spogliò della talare lasciandola sulla seggiola ai piedi del letto. Era l’estate dell’anno del Signore 1645, e non aveva più fedeli a seguirlo nell’unica messa della giornata. Dal pulpito osservava la chiesa vuota. Odorava di muffa e di stantio. L’uscio aperto gli lasciava scorgere l’orizzonte d’un mondo lontano mai conosciuto interamente. Rimandava il sermone ad un evento che mai sarebbe accaduto. Più tardi, quando fu sul giaciglio ed ebbe spento la lucerna, recitò le ultime preghiere. Il buio fu ventre di madre, la mente una pentola in ebollizione. A cuocerlo erano i pensieri. A nulla valse il tentativo di celarli. Continuò ad affogare nel pantano della tristezza. Ma quella sera prima d’addormentarsi prese una decisione. — Così, hajo a fari…” pensò girandosi sul fianco sinistro. — Il Signore conosce le ragioni della mia anima –. Ciò che aveva pensato gli era parsa una cosa ragionevole da farsi. Il priore d’ogni convento aveva l’autorità d’esaminare l’istanza di chi, come lui, cercava la strada che conduceva all’Altissimo. — La mia richiesta sarà una pura formalità –. E con questo pensiero s’addornento’.

   All’alba si svegliò al primo canto dei galli. Quando cessarono di cantare, nella palude rimasero solo voci rotte da lamenti, mescolate ai gracchi dei corvi. Per il curato sentirle fu peggio del delirio della notte appena passata. Si alzò rimanendo seduto sul letto. La vecchiaia incapace di portargli via dal grembo dolori ed angustie, ogni mattino ne aggiungeva di nuovi.

Indossata la talare lasciò la canonica ed uscì incamminandosi per la viottola che attraversava la palude. Il paesaggio e la gente che l’abitava, non riuscirono a redimerlo dall’ansie notturne, né da quelle del passato. Ciò nonostante sentì che quella era la giornata giusta per cambiare vita. Se ne rallegrò, ed ascoltò con piacere il verso dell’allodola ed il fruscio degl’alberi smossi dal vento. Trascinava altrove le voci della notte rimaste impigliate tra i rami. Non ebbe bisogno di fermarsi per sentire ciò che dicevano, lo sapeva già. Erano le voci dei morti che chiamavano le loro anime rimaste sulla strada dei cipressi. Camminò per alcune miglia tra campi segnati d’alberi magri e nudi, la cui tristezza struggeva pecorai e mannare, contadini e viandanti. Sebbene stanchi, costoro non mancavano a sera di mettersi a capo d’una mandria di festaioli per raggiungere la taverna di Titta Bellofiore, e cantare canzonacce condite d’oscenita’, bevendo succo d’assenzio ed acqua di canna. La serata finiva sempre allo stesso modo, nell’allegria d’un ritrovato bordello, in letti a baldacchino di canne intrecciate e con lenzuoli di ruvido cotone. Scompigliati dall’ebrezza dell’alcol e del vino, uomini e donne sperimentavano la diversità anatomica dei loro corpi, arrivando alla più grande scoperta scientifica! Le fattezze erano opposte ma compatibili fra loro, giusto per la necessità d’unirsi per complementarsi. In un primo momento le donne dubitose della sperimentazione pratica chiesta dagl’uomini, si erano rifiutate di sperimentarne la verifica, per cedere dopo un consulto veloce. In cambio avevano chiesto vitto ed alloggio. Ma questo era accaduto in un tempo lontano quando le vecchie donne della palude erano bimbette tristi che passavano il tempo a giocare coi rospi canterini e Titta Bellofiore non aveva ancora aperto la taverna, né i suoi uccelli di latta cantavano per rallegrare la Bassura nei lunghi tramonti da favola.

   Don Jano Zappulla per la prima volta attraversò l’uscio della taverna, lasciando fuori il cielo luminosissimo spruzzato di bianca lanugine d’una nuvola che non si riteneva obbligata a scompisciare sui campi perennemente asciutti. Non pioveva da anni, almeno così dicevano i più vecchi. Fermo sulla soglia, alla vista dei tavoli si ricordo’ del padre. A sera spezzava il pane per dividerlo ai figli, come nell’ultima cena. Era morto seduto davanti al tavolo mentre i figli aspettavano ancora il pane. Poi la sua memoria deviò verso altri disperati pensieri, schiarendosi la gola per il bisogno d’improvvisare un sermone agl’avventori seduti ai tavoli davanti ad un quarto di rosso, sorpresi dall’entrata del curato in quell’antro di fornicatori e di buttane per vocazione. Anche i topi smisero la corsa sul piancito per fermarsi a taliarlo. Fu allora che Titta Bellofiore zitti gl’uccelli di latta. Il curato non aspetto’ oltre, ed improvvisamente sbottò con la voce dei vecchi intervallata da lunghi silenzi, facendo sobbalzare tutti dalle sedie.

Cominciò con una storia il cui rimbombo era destinato a durare nel tempo per tutta la Bassura con la gazzara d’una grancassa.

   — Gesù non è il figlio di Dio!, ma di Satanasso! — gridò con voce stentorea. Il vento non si curò di portare altrove la blasfemia. — Altrimenti come spiegare le guerre?, la miseria e la fame?, le carestie e l’epidemie? — continuò santamente infervorato. In quel momento un sasso gli centro’ la fronte lasciandolo senza ricordi e senza memoria. Uscì dalla taverna con l’aria candida d’un bambino. Tornò indietro e s’incamminò nuovamente attraverso la palude, tra viottole intricate come labirinti senz’uscita, con la risolutezza con la quale un tempo aveva marciato incontro ai villaggi nei giorni di festa per annunciare la parola del Signore a quanti dubitavano persino della propria esistenza. Non li aveva mai tirati fuori dalla gora d’incredulità nella quale erano precipitati. Camminò per alcune miglia verso levante per arrivare a metà giornata a Spinazza, innanzi al convento delle Milizie. Nell’ampio piazzale davanti alle mura cerco’ l’ombra d’un carrubo per abbandonarsi alla tediosita’ del riposo e dell’ozio e per trovare refrigerio alla calura, ma non al frastuono delle cicale. Se ne sentì lacerato. — Silenzio! — gridò. Tacquero le cicale, ogni altro bisbiglio ed anche le voci dei morti trasportate dal vento. Quando busso’ al convento, il frate che venne ad aprirgli si fermò a taliarlo. Era un uomo di Dio ma così vecchio da sembrare eternato, con la faccia di chi ha piacere a smarrirsi nei labirinti della senilità per non essere preso sul serio. — Francesco è venuto a parlare agl’uccelli — disse con voce innocente e con l’aria imbambolata di chi non è più di questo mondo. La luce del sole gli dava la luminosità dei santi. Anche il venerabile priore, fra Muzio Sucameli da Bivona, si scomodo’ con la degnazione spontanea di conoscere il forestiero. Nel vederlo scosse la testa. Non era matto, pensò, piuttosto un uomo di Dio sottoposto al diabolicus delirium. Purtroppo il priore non era portato per la poesia e nemmeno per la filosofia. Senza nulla chiedergli gli chiuse il portone in faccia. Che portasse altrove i suoi deliri! Ed ancora lo rinchiuse il giorno dopo ed il giorno successivo ed ancora negl’altri giorni. Al novantesimo giorno con l’inizio dell’autunno, un muschio autunnale cominciò ad arrampicarsi dapprima sulle sue gambe e poi su tutto il resto del corpo giungendo in pochissimo tempo sulla faccia barbuta. Dalle pieghe della talare si aprirono esili fiorellini gialli che a sera chiudevano le corolle per non lasciarsi infreddolire dall’uzza. Per impedire che andasse in rovina, un mattino in cui un giglio immacolato era sbocciato sulla sua testa, i frati commossi dalla sua miseria francescana, gli spalancarono il portone, avendo prima cura di liberarlo dalle erbacce e dalle ragne. — Vieni — gli dissero prendendolo come un fagottello per condurlo nella chiesa conventuale. Dopo alcuni giorni don Jano Zappulla dimentico di tutto, imparò nuovamente a leggere ed a scrivere, le preghiere del mattino e quelle della sera, persino i primi rudimenti di teologia. Ma quando il priore lo interrogò sul mistero della Trinità, si relegò in un freddo silenzio rifiutandosi di mettere radici in un territorio ostile, opponendo una candida resistenza. — Non conosco questa storia di dèi che si avvicendano l’uno contro l’altro facendosi una concorrenza sleale — disse con la bocca piegata in una smorfia d’innocente sorriso. I frati che transitavano curiosi da quelle parti, sobbalzarono nell’udirlo, guardando in faccia il priore rimasto paralizzato. Il dèmone era entrato nel convento!          (continua)

(Dal romanzo LA LEGGENDA DEL DIO PESCATORE)

Vincenzo Savoca 

Un incipit di straordinaria densità visiva e materica, dove il barocco siciliano del Seicento si fonde con un realismo magico arcaico, terrigno e visionario.

Elementi di rilievo del testo

  • L’atmosfera sensoriale e spettrale: La calura soffocante, il vento di scirocco, il sale e la palude non fanno solo da sfondo, ma respirano come organismi viventi. Il dettaglio delle anime dei morti che si mescolano al fruscio dei carrubi e dei mandorli ancora prima dell’ingresso in scena dei vivi stabilisce subito un tono sospeso tra aldiquà e aldilà.
  • La crisi e la catarsi eretica: La solitudine disperata di don Jano nella chiesa vuota si trasforma, per paradosso, nell’atto dissacrante alla taverna di Titta Bellofiore. La sua bestemmia paradossale (“Gesù non è il figlio di Dio!, ma di Satanasso!”) non nasce dalla malvagità, ma dal dolore per le miserie del creato (carestie, guerre, fame).
  • La metamorfosi vegetale e mistica: La pietrificazione vegetale davanti al convento delle Milizie – con il muschio, i fiorellini gialli e infine il giglio sulla testa – richiama le grandi metamorfosi agiografiche e mitologiche. Don Jano diventa un vegetale sacro, un elemento della natura prima di essere riaccolto.


Sergio Batildi

“Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a esclusivo scopo illustrativo. Non rappresenta necessariamente persone, luoghi o fatti reali.”

Per approfondire l’attualità nazionale, la cronaca, la cultura e le notizie dal territorio, visita anche Alessandria Post: 
https://piercarlolava.blogspot.com/ e italianewspost.com: 
https://italianewspost.com/