In una poesia breve e intensa, Hikmet racconta un sentimento che è insieme nostalgia, assenza, gelosia e felicità.
“Ciò che ho scritto di noi” è una delle poesie d’amore più limpide e, nello stesso tempo, più inquietamente contraddittorie di Nazim Hikmet. Pochi versi, immagini immediate, nessun compiacimento: eppure vi entra tutto ciò che rende un legame umano difficile da definire fino in fondo.
Pier Carlo Lava
La poesia si apre e si chiude con una frase che sembra negare se stessa: ciò che il poeta ha scritto di quel “noi” è “tutta una bugia”, ma è anche “tutta verità”. Non è un gioco di parole, né un paradosso costruito per stupire. È l’ammissione che l’amore, quando viene ricordato o trasformato in poesia, non coincide mai del tutto con i fatti.
La “bugia” è la nostalgia: un sentimento che cresce sul “ramo inaccessibile”, fatto di desiderio e distanza. È la sete che il poeta cerca di trarre dal pozzo dei sogni, il disegno fragile affidato a un raggio di sole. Sono immagini leggere e luminose, ma proprio per questo precarie: raccontano qualcosa che non si può afferrare.
Poi arriva l’altra metà della poesia: la verità. È la grazia dell’amata, è la sua assenza quando il poeta si sente “l’ultima luce all’ultimo angolo della via”, è la gelosia di chi corre nella notte “fra i treni con gli occhi bendati”. E infine è la felicità, descritta come un fiume soleggiato che rompe le dighe.
Hikmet non addolcisce l’amore. Non lo riduce alla sola gioia, né alla sola sofferenza. Lo riconosce nella sua natura più autentica: un’esperienza capace di generare bellezza e smarrimento, presenza e vuoto, bisogno di possedere e desiderio di liberarsi.
La forza della poesia sta anche nel suo linguaggio. Non ci sono parole difficili, ma immagini concrete: il ramo, il pozzo, l’erba, la luce, i treni, il fiume. La vita sentimentale non viene spiegata in modo astratto; viene mostrata attraverso oggetti e paesaggi che diventano interiori.
Nazim Hikmet, poeta della libertà, dell’esilio e dell’amore, sa che anche un rapporto tra due persone può essere una forma di lontananza. E tuttavia proprio questa lontananza alimenta la scrittura. Il poeta non risolve la contraddizione: la lascia vivere, perché è lì che la poesia trova la sua verità.
“Ciò che ho scritto di noi” resta così un testo breve ma profondissimo: ci ricorda che non esiste un unico racconto dell’amore. Ogni memoria è, nello stesso momento, fedele e infedele; ogni parola tenta di salvare qualcosa che già sta cambiando.
Testo consultato nella versione italiana attribuita a Joyce Lussu e datata Berlino 1961.
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In sintesi: L’amore, per Hikmet, non è mai soltanto vero o falso: è la contraddizione viva tra ciò che si è vissuto e ciò che resta nel ricordo.
Immagine creata con IA – a solo scopo illustrativo.