“I’ ca già dicere? Tu t’haje sta zitto” di Giuseppina De Biase

Viviamo nell’era della competizione più tossica che esiste: la gara a chi soffre di più.

A tutti sarà capitato di trovare finalmente il coraggio di aprirsi, di buttare fuori un peso, di mostrare la sua vulnerabilità a qualcuno. E qual’è la risposta? Non un abbraccio, un consiglio   ma  “E io allora cosa dovrei dire?” o, per dirla alla napoletana “Io ca gia dicere?”

Con questa risposta il nostro  dolore viene cancellato,  polverizzato, declassato a problema di serie B.

Cosa scatta nella testa di chi risponde così? Non è per forza cattiveria, spesso chi usa questa frase soffre di un egocentrismo difensivo, non ha lo spazio mentale per accogliere il nostro malessere perché è troppo occupato a pensare al  proprio. 

La conversazione si trasforma così in un tabellone segnapunti della sfortuna.

Tu hai l’influenza? Loro hanno avuto la polmonite.

Tu sei stanco per il lavoro? Loro non dormono la notte.

Tu hai il cuore spezzato? Loro lo hanno devastato.

Ti fa male la testa? Loro hanno un tumore immaginario.

Sei stanco per il lavoro? Loro lavorano h 24.

Ti rubano la parola per rimettersi al centro del palcoscenico.

Il punto che queste persone dimenticano è semplice: la sofferenza non è relativa. Il fatto che nel mondo ci sia qualcuno che sta peggio non rende il tuo dolore meno reale o meno invalidante degli altri.  

Sminuire lo sfogo di una persona dicendo “Io ho problemi peggiori” è il modo più rapido per farla tacere.

Chi si sente rispondere così, la volta successiva semplicemente starà zitto, si chiuderà in se stesso. 

Dobbiamo smetterla di ascoltare gli altri solo come scusa per prendere la parola e parlare di noi. Dire “Ti capisco, ci sono passato anch’io” è solidarietà. 

Chi ti dice “Cosa dovrei dire io?”

la risposta corretta da dare  è una sola: “Niente… 

Tu t’haje sta zitto. 

Infatti devi stare  solo a sentire.

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