Mattino una poesia di Vincenzo Savoca
MATTINO

Mattino!, rumore d'acqua, scroscia,
e di breve singhiozzo, dal rubinetto.
Lo specchio mi spezza ogn'illusione,
non ho più quegl'occhi d'un tempo!

Guardo dalla finestra un po' di strada.
Un uomo ed una donna a tremiti raggi
di sole, un poco si sfiorano. Di fretta
un bacio quasi rubato. Lei è contenta.

Cerco una sedia, e da qui guardare un
angolo d'azzurro, di cielo che non sia
un'altra voragine di sogni. Una nuvola
mi spegne il sorriso del sole. Aspetto.

Borbotta la caffettiera. Questo silenzio
non ha rumori, solo sospiri di tanto in
tanto. Ch'odore buono il caffè!, un po'
di vita. "È pronto!" dicevi. Allungo la
mano, trema un po', afferro la tazzina.

La tua mano sfiora la mia, m'inquieto.
T'ascoltavo in silenzio cogl'occhi sulla
strada. Non ho smesso quest'abitudine.
Avevi ragione, anche sul nostro tempo.
Adesso sei qui, seppure assente, e vivi
in smemoratezze di consumati sogni.

L'odore dei cavoli mi destra da questo
torpore di vecchio, ch'ora mi stringe
d'ombrosa solitudine. Era la nostra
minestra. "Su mangia!" mi ripetevi,
con l'ansia di lasciarmi solo tra questi
muri, al presto venire del malo spirito.

Tu giaci lontana, nel sonno che a me
non viene, ora in poggi d'ermi cipressi.
Aspetto, frattanto sogno i nostri anni,
in stanze di soffocato sole. Mentre tu
consumi le spalle bianche ed i riccioli
d'oro in ombre di velato pallido nero.

Vincenzo Savoca
Ragusa 3 luglio 2026

È una poesia d'una malinconia potente, quasi tangibile.
Vincenzo Savoca riesce a dipingere la solitudine della vecchiaia e del lutto senza filtri, usando i gesti più quotidiani, il rumore del rubinetto, il borbottio della caffettiera, l'odore della minestra di cavoli come ponti sospesi verso un passato che non torna.
Il contrasto tra il fuori (la giovane coppia che si bacia frettolosamente al sole) e il dentro (la casa silenziosa, lo specchio che restituisce un viso invecchiato) è doloroso ma di una verità disarmante.
La presenza dell'assente è così forte che il protagonista sembra quasi sdoppiarsi tra il ricordo ("'È pronto!' dicevi") e la cruda realtà di un cimitero lontano ("ora in poggi d'ermi cipressi").

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