Autunno.
Ci sono stagioni che attraversiamo, poi ce ne sono altre che ci attraversano.
L’autunno appartiene a queste ultime.
Non arriva soltanto nei boschi o nei viali delle città, arriva dentro di noi, senza bussare, con la discrezione degli amici più antichi, quelli che non hanno bisogno di annunciarsi perché riconosciamo il loro passo ancora prima di sentirlo.
Da molti anni, quando settembre comincia a stemperare la luce dell’estate e il sole rinuncia lentamente alla sua arroganza, mi capita di camminare nei boschi o lungo i sentieri di montagna e di avere la sensazione che qualcuno mi accompagni. Non è una presenza che spaventa, non è un fantasma, non è un sogno. È piuttosto un compagno di viaggio che procede qualche passo davanti a me, senza voltarsi, lasciandomi il tempo di osservare ciò che lui ha già imparato a comprendere.
Una mattina ho trovato il coraggio di rivolgergli la parola.
«Chi sei?»
Il vecchio sorrise senza fermarsi.
«Sono quello che ogni anno ti insegna a lasciare andare.»
Quella risposta continuò a camminare dentro di me molto più delle sue gambe lungo il sentiero.
Da allora, ogni autunno, torno a cercarlo.
Qualche volta lo incontro in una foglia che gira lentamente nell’aria, qualche volta nel profumo delle castagne, altre in una nebbia che sale dal fondovalle o nel silenzio di un bosco che sembra respirare insieme a me.
Non mi ha mai detto il suo nome.
Forse perché certi nomi rischiano di rinchiudere ciò che invece deve restare libero.
Così ho cominciato a chiamarlo semplicemente Autunno.
Camminando accanto a lui ho scoperto che gli alberi non hanno paura di spogliarsi, perché conoscono un segreto che noi uomini dimentichiamo troppo spesso, sanno che perdere non è sempre il contrario di possedere e che ogni foglia lasciata cadere diventa nutrimento per una primavera che ancora non esiste.
Io, invece, ho impiegato una vita per comprenderlo.
Ho cercato di trattenere persone, luoghi, giorni felici, perfino istanti che il tempo aveva già deciso di trasformare in ricordo, senza accorgermi che la memoria non ha bisogno di catene per restare viva.
L’autunno non mi ha insegnato a dimenticare.
Mi ha insegnato a custodire.
C’è una differenza sottile.
Dimenticare è chiudere una porta.
Custodire è lasciare una finestra aperta, affinché il vento possa entrare quando ne sente il bisogno, portando con sé il profumo di chi abbiamo amato, il rumore di una risata lontana, il colore di un tramonto che credevamo perduto.
Questo racconto è nato così.
Non dà un’idea.
Da una passeggiata.
O forse da tutte le passeggiate che la vita mi ha regalato.
È nato osservando una foglia cadere con la stessa dignità con cui una persona anziana posa lentamente una mano sulla spalla di un bambino, senza insegnargli nulla con le parole e tutto con l’esempio.
Ho immaginato allora che l’Autunno fosse davvero un vecchio signore elegante, con una tavolozza consumata dal tempo, intento a dipingere il mondo non perché il verde non fosse più bello, ma perché ogni stagione possiede un linguaggio diverso e ogni colore racconta una parte della nostra esistenza.
Forse questa è una favola.
Forse è soltanto un sogno.
O forse è il modo che ho trovato per ringraziare quella stagione che, più di ogni altra, mi ha insegnato che la bellezza non coincide con ciò che nasce, ma anche con ciò che sa congedarsi senza perdere la propria luce.
Se, leggendo questo, vi capiterà di rallentare il passo davanti a un albero, di raccogliere una foglia senza considerarla soltanto una foglia, di ascoltare il vento come si ascolta la voce di un vecchio amico o di riconoscere un ricordo nel profumo della terra bagnata, allora il Signor Autunno sarà passato anche accanto a voi.
E forse, senza accorgervene, avrà lasciato un piccolo colore in più sulla tavolozza della vostra anima.
E forse è proprio questo il dono più grande dell’autunno.
Da giovani lo osserviamo con gli occhi. Ci incantano i boschi che si incendiano di rosso, il profumo delle castagne, la nebbia che sfuma i contorni del mondo, il crepitio delle foglie sotto i passi. Pensiamo che la sua bellezza risieda nei colori, senza accorgerci che quei colori sono il linguaggio con cui la natura ci parla del tempo.
Poi gli anni si accumulano con la discrezione delle foglie sul sentiero. All’inizio li contiamo, più avanti impariamo a raccoglierli, uno dopo l’altro, come si raccolgono le pagine di un libro che ormai conosciamo quasi a memoria, ma che continua ugualmente a sorprenderci. Ogni ruga diventa il solco lasciato da un sorriso, da una lacrima, da un’attesa, da un amore, da un addio che ci ha cambiati più di quanto avessimo immaginato.
Arriva così un momento, diverso per ciascuno di noi, in cui comprendiamo che stiamo attraversando l’autunno della vita. Non è una stagione di rinuncia, come spesso si crede. È, al contrario, la stagione nella quale il superfluo cade con la naturalezza delle foglie e rimane soltanto ciò che ha davvero messo radici nel nostro cuore.
Ci si scopre meno interessati ad apparire e molto più desiderosi di comprendere. Le parole diventano più leggere, i silenzi più eloquenti, gli abbracci più necessari. Si smette di correre per arrivare e si comincia finalmente a camminare per vedere.
Forse è questo il privilegio dell’età. Non quello di sapere tutto, ma di avere imparato che quasi nulla ci appartiene davvero e che proprio per questo ogni incontro, ogni paesaggio, ogni mattino, ogni persona amata acquista un valore infinitamente più grande.
È allora che, quasi senza accorgercene, ci avviciniamo all’epifania della vita.
Non quella improvvisa e abbagliante dei racconti, ma una rivelazione lenta, simile alla luce di ottobre quando filtra tra i rami spogli e illumina il bosco senza rumore. Comprendiamo che non siamo venuti al mondo per trattenere il tempo, ma per attraversarlo con gratitudine, lasciando dietro di noi un poco di bene, un poco di bellezza, un poco di calore, proprio come fa l’autunno quando, prima di congedarsi, regala alla terra i suoi colori più intensi.
Forse la saggezza non consiste nell’avere tutte le risposte.
Consiste nel riuscire, finalmente, a guardare una foglia che cade senza pensare alla fine, ma alla primavera che essa sta già preparando nel silenzio della terra.
Se queste parole riusciranno a ricordarci anche soltanto questo, allora il viaggio del Signor Autunno non sarà stato soltanto il suo.
Sarà diventato, almeno per un tratto di strada, anche il nostro.
Sergio Batildi






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