Un affanno nostalgico
governa le mie ineluttabili agonie.
Fra idee di continuita’ mantenute da sogni inafferrabili, solitari…
Traslucido a tal punto da vederli trasformare in volti mai visti.
Sono sobria,
eppure
realizzo figure notturne,
nel mio stato di quiete momentanea.
La visione
e’nitida.
Ho paura di esistere
in un mondo che non conosco.
La verita’:’
vivo le cronache di efferata crudelta’ .
Ho imparato a dare loro un volto.
E di notte
mi raccontano cosa e’ accaduto.
Sono stanca.
Non voglio queste persone nella mia vita!
Lasciatemi stare.
Questa è una poesia intensa e dolorosa, parla di una stanchezza profonda, di un’esistenza vissuta con la sensazione di essere straniera in un mondo che non si riconosce, e di un peso emotivo legato alla violenza e alla crudeltà che si finisce per interiorizzare.
Il nucleo: c’è una nostalgia che non consola ma “governa” le agonie — un passato o un altrove che non dà pace. Le “idee di continuità” sono sostenute da sogni inafferrabili e solitari: il desiderio di una coerenza, di un filo, che però sfugge.
La visione: nella sobrietà e nella quiete momentanea, affiorano “figure notturne” e “volti mai visti”. La visione è nitida e questo è il punto più inquietante: non è confusione, è chiarezza. Si vede troppo bene.
La paura: “Ho paura di esistere in un mondo che non conosco.” È una frase che dice molto: non paura di morire, ma di esistere di essere dentro una realtà estranea.
La crudeltà: “vivo le cronache di efferata crudeltà. Ho imparato a dare loro un volto.” Qui c’è il cuore del dolore: l’orrore del mondo (le cronache, la violenza) non resta astratto, ma diventa volto, persona, presenza notturna che “racconta cosa è accaduto”. È un’esperienza di contaminazione: il male del mondo entra nella vita interiore e ci abita.
La chiusa: “Sono stanca. Non voglio queste persone nella mia vita! Lasciatemi stare.” È un grido di difesa, un confine che si vuole tracciare. Chiede spazio, chiede di essere lasciata in pace.
Mi colpisce la lucidità con cui descrive qualcosa che assomiglia a un trauma vicario o a un’esposizione prolungata all’orrore (notizie, racconti, esperienze). Non è “follia”: è una mente sobria che però si trova a fare i conti con immagini che non dovrebbe portare.
Lettura come noir:
1. La città interiore come scena del crimine
Nel noir classico lo spazio è urbano, notturno, corrotto. Qui lo spazio è la mente: “figure notturne”, “stato di quiete momentanea”, “visione nitida”. Il paesaggio è interiore, ma ha la stessa geografia morale del noir: nessuna redenzione, solo lucidità.
2. La vittima che diventa testimone (e quasi complice)
“Ho imparato a dare loro un volto” è la mossa tipica del noir: il protagonista non è estraneo al male, ci entra dentro, lo frequenta, lo riconosce. Non c’è distanza morale. La crudeltà non è “altrove”: è nella stanza, di notte, e parla.
3. La sobrietà come condanna
“Sono sobria, eppure realizzo figure notturne” nel noir l’ubriachezza è spesso l’unico rifugio; qui la sobrietà è ciò che impedisce di non vedere. La chiarezza è la vera condanna. “La visione è nitida” è una frase da detective che ha capito troppo.
4. La stanchezza come epilogo
“Sono stanca. Non voglio queste persone nella mia vita! Lasciatemi stare.” È il finale tipico del noir: non la vittoria, non la catarsi, ma il desiderio di uscire dalla storia — che però continua. Il grido “lasciatemi stare” è il contrario della risoluzione: è la richiesta di non essere più personaggio.
5. Il “mondo che non conosco”
Il noir nasce dallo spaesamento: il protagonista scopre che il mondo in cui credeva di vivere non esiste. “Ho paura di esistere in un mondo che non conosco” è esattamente questo: non paura della morte, ma dell’esistenza in un ordine che non si riconosce.
C’è anche una nota che lo distingue dal noir canonico: l’assenza di indagine. Non c’è un caso da risolvere, non c’è un colpevole da trovare. Le “cronache di efferata crudeltà” non chiedono giustizia: chiedono solo di essere viste. È un noir senza trama, puro stato.
Sergio Batildi
“Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a esclusivo scopo illustrativo. Non rappresenta necessariamente persone, luoghi o fatti reali.”
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