Regina Resta (ph. Mario Giannini)


Il bisogno non ha colore politico, la cultura non deve avere steccati

Una riflessione sulla libertà di pensiero, sul valore del servizio e sulle divisioni del nostro tempo

di Regina Resta *

*Presidente e fondatrice di VerbumlandiArt Aps

Non ho mai fatto politica attiva. È stata una scelta consapevole, maturata soprattutto attraverso la mia lunga esperienza nella Caritas Diocesana e parrocchiale, alla quale ho dedicato ben trentacinque anni della mia vita. Trentacinque anni trascorsi accanto a persone, famiglie, uomini e donne che vivevano situazioni di disagio, sofferenza, povertà e solitudine. Non ho mai chiesto a nessuno quale partito votasse, quale ideologia professasse, se fosse cattolico, ebreo, musulmano, credente o ateo. Davanti a me c’era una persona, non un’appartenenza. C’era una necessità, non una bandiera. Perché il bisogno non ha una carta d’identità, non possiede una tessera di partito e non conosce confini ideologici.

Ho vissuto quel servizio con serenità, nella convinzione che la solidarietà autentica non debba mai essere subordinata a un giudizio politico, religioso o sociale. Aiutare qualcuno significa riconoscerne la dignità, non verificarne le convinzioni. Da alcuni anni ho concluso quell’esperienza e oggi dedico gran parte delle mie energie all’associazione culturale VerbumlandiArt Aps, che ho fondato quattordici anni fa, con lo stesso spirito di apertura, dialogo e condivisione.

Eppure, osservando l’evoluzione della nostra società, non posso nascondere una crescente amarezza. La politica, che dovrebbe essere l’arte del confronto, della mediazione e della ricerca del bene comune, sembra essersi trasformata in una competizione permanente tra appartenenze contrapposte. Non si discute più soltanto delle idee, ma si giudicano le persone in base allo schieramento al quale appartengono, o al quale si presume appartengano. La diversità di opinione, anziché rappresentare una ricchezza democratica, diventa troppo spesso motivo di sospetto, diffidenza, esclusione.

Si è arrivati al punto che anche iniziative culturali, sociali e associative, nate per unire e non per dividere, rischiano di essere valutate non per il loro contenuto, ma per la provenienza politica di chi le sostiene, le promuove o semplicemente ne rende possibile la realizzazione. Ed è proprio questo che trovo profondamente assurdo. Se un progetto culturale è valido, se promuove la pace, la legalità, la dignità umana, la solidarietà, la libertà di espressione e il dialogo tra i popoli, perché dovrebbe perdere valore soltanto perché sostenuto da una persona appartenente a uno schieramento politico piuttosto che a un altro? Da quando il valore di un’iniziativa si misura dal colore politico di chi apre una porta, anziché dalla qualità di ciò che attraverso quella porta si riesce a costruire?

Non credo che la neutralità culturale significhi assenza di idee. Ognuno di noi possiede convinzioni, sensibilità, principi e una propria visione della società. Ed è giusto che sia così. Ma esiste una differenza fondamentale tra avere idee politiche e pretendere che esse diventino il criterio con cui giudicare ogni persona, ogni collaborazione, ogni opportunità. Un’associazione culturale non è una sezione di partito. È uno spazio libero nel quale persone diverse devono potersi incontrare, collaborare e riconoscersi in obiettivi condivisi, senza essere costrette a rinunciare alla propria identità. L’indipendenza non significa rifiutare il dialogo con le istituzioni o con chi esercita responsabilità politiche. Significa, piuttosto, saper dialogare con tutti senza diventare strumenti di nessuno.

In questi anni ho conosciuto persone straordinarie, appartenenti a mondi culturali e politici differenti, così come ho incontrato persone incapaci di superare i propri pregiudizi. E ho imparato che la correttezza, la generosità, la competenza e il rispetto non sono prerogative esclusive di alcuno schieramento. Mi chiedo allora quale futuro possa avere una società nella quale persino la cultura rischia di essere ostaggio delle contrapposizioni ideologiche. Dove è finita la capacità di riconoscere il merito anche in chi non la pensa come noi? Dove è finito il rispetto per la libertà delle scelte altrui? E soprattutto, perché abbiamo tanta difficoltà a distinguere il valore delle persone dalle loro appartenenze?
Non pretendo che tutti condividano il mio pensiero. Pretendo, però, che la diversità non diventi una condanna e che nessuno si arroghi il diritto di stabilire chi sia moralmente superiore soltanto sulla base delle proprie convinzioni politiche. Dopo trentacinque anni dedicati alla solidarietà e quattordici alla promozione culturale, continuo a credere in un principio che considero irrinunciabile: le persone vengono prima delle ideologie, il merito prima delle appartenenze e il bene comune prima degli interessi di parte.

Non intendo rinunciare a questa libertà, né permettere che la cultura diventi terreno di scontro per battaglie che non le appartengono. Perché la cultura, quando è autentica, non domanda da quale parte stai. Ti chiede che cosa sei capace di offrire agli altri. E allora la domanda che vorrei rivolgere a tutti è semplice: Vogliamo continuare a costruire muri in nome delle nostre idee, oppure trovare finalmente il coraggio di costruire ponti attraverso ciò che ci unisce? Io ho scelto da tempo da quale parte stare. Dalla parte delle persone, della dignità, della libertà e della cultura. Senza tessere, senza pregiudizi e senza padroni.



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