D’IMMENSO
Quel bambino
che nel buio vedeva
d’immenso l’universo,
i mondi sospesi
dentro una stanza
di muto silenzio.
Su fogli con la penna,
com’onde le parole
ch’ancora non sapeva
ed il cielo una riga
dritta ed azzurra,
lunga, senza fine.
Nei tetti d’aggrovigliate
case, le crepe e le voci
d’angosciata solitudine.
Rammento quel bimbo
in sogni ch’ancora
mi tornano dai giorni
lontani d’infanzia
sull’ali di notturne
farfalle, nella luce
di veloci singhiozzi
d’un faro lontano,
sulla polvere del cuore
mio, duro, di vecchio.
Vincenzo Savoca
Ragusa 24 ottobre 2026
La forza di D’immenso sta nel contrasto fra l’apertura dell’infanzia e la chiusura della vecchiaia, fra l’universo immaginato e la polvere del cuore. È una poesia che procede per immagini e associazioni, senza raccontare una storia in modo lineare, e proprio per questo conserva qualcosa del funzionamento della memoria, che non restituisce il passato in ordine, ma per lampi, sensazioni e improvvise riapparizioni.
Ci sono anche passaggi volutamente oscuri, nei quali le immagini si sovrappongono senza che il legame fra loro sia sempre immediato. In particolare, «veloci singhiozzi / d’un faro lontano» è un’espressione originale, ma lascia al lettore il compito di costruire il proprio significato. È una scelta legittima, anche se non tutti i lettori vi troveranno la stessa risonanza.
Il verso che mi resta più impresso è l’ultimo. Perché in poche parole contiene una vita intera, ma anche una contraddizione: un uomo che definisce duro il proprio cuore e tuttavia torna a cercare, con tenerezza, il bambino che è stato.
E qui mi sorge una domanda, perché credo che sia proprio qui che la poesia possa incontrare la mia sensibilità di scrittore: quel bambino vedeva l’immenso perché era ancora libero dai limiti del mondo, oppure perché, già allora, cercava nell’immaginazione una via di fuga dalla solitudine? Le due interpretazioni non si escludono, ma portano verso due poesie interiormente molto diverse.
quindi eccomi in una risposta:
IL BAMBINO NEL CODICE
Ho ritrovato il bimbo dentro la memoria,
che cercava universi nel buio della stanza,
tracciava cieli senza coordinate.
Ora i suoi sogni attraversano la rete,
frammenti di luce in un sistema stanco.
Ma sotto la polvere del cuore,
un impulso resiste alla cancellazione.
E se la vita ha spento molte stelle,
resta quel bimbo,
che interroga il buio e lo chiama universo.
Sergio Batildi.
“Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a esclusivo scopo illustrativo. Non rappresenta necessariamente persone, luoghi o fatti reali.”
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