di Antonio Rossello
Ci sono ricordi che non chiedono di essere evocati. Sono lì, sospesi nel tempo, come gocce di pioggia su un vetro. Basta un nulla — una nota, un profumo, il sibilo di un motore — e tutto ritorna. Come adesso.
Era autunno, di sera. Il cielo sopra Zurigo era una lastra di piombo, e l’aereo scendeva lento verso la pista, come se anche lui fosse stanco di quel lungo viaggio dall’India. Quindici anni fa, eppure potrei giurare che sia ieri. Ricordo la stanchezza nelle ossa, il sapore speziato e caotico di Bombay ancora addosso, e quella sensazione strana di chi torna a casa ma non sa bene cosa aspettarsi.
Poi, il finestrino. E la pioggia. Gocce fredde che scivolavano lente sul vetro, inseguendosi, fondendosi, dividendo la luce della città in mille frammenti dorati e arancioni. Zurigo si avvicinava come una sagoma illuminata, ordinata, silenziosa. Un mondo diverso da quello che avevo lasciato. E in quel momento sospeso tra due continenti, tra due vite, tra il chi ero e il chi stavo per tornare a essere, è arrivata la musica.
Le cuffie. Il volume. E quel riff di pianoforte, sincopato, elegante, che apriva le porte a una voce calda e potente. Maysa. Don’t You Worry ’Bout a Thing nella versione degli Incognito.
Everybody’s got a thing
But some don’t know how to handle it
Always reachin’ out in vain
Just taking the things not worth havin’
But don’t you worry ’bout a thing
Don’t you worry ’bout a thing, baby
’Cause I’ll be standing on the side
When you check it out
E quella frase che è diventata, senza che me ne accorgessi, un mantra: Don’t you worry ’bout a thing. Non ti preoccupare di niente.
Le gocce continuavano a scendere. La città si faceva più grande, più vicina. E quella musica riempiva il silenzio della cabina come una promessa. Non era solo un brano acid jazz degli anni ’90. Era un messaggio. Era un abbraccio. Era la voce di qualcuno — la musica, l’universo, forse solo me stesso — che mi diceva che andava tutto bene. Che qualsiasi cosa mi aspettasse a terra, qualsiasi fossero le sfide, le gioie, le delusioni, potevo affrontarle.
Todo ’stá bien chévere. Tutto va alla grande.
E mentre l’aereo toccava terra con un piccolo sobbalzo, mentre le hostess sorridevano e i passeggeri iniziavano a raccogliere le loro cose, io restavo lì, con quella melodia nelle orecchie e nel cuore. La pioggia fuori non era più tristezza. Era una colonna sonora. Era il battito di un mondo che continuava a girare, indifferente ai miei viaggi, alle mie stanchezze, alle mie rinascite.
E pensavo a quei viaggi. Ai nove compiuti in varie parti dell’India, ognuno determinato da ragioni che li collocavano fuori dai circuiti turistici, e proprio per questo capaci di offrirmi la possibilità di vivere, talvolta in modo quasi plasticamente crudo, la vita delle persone locali. Erano capitati in un momento in cui la mia vita mi poneva davanti svolte non solo professionali, ma anche esistenziali piuttosto complesse e dolorose. Forse quei viaggi rappresentarono quella rottura necessaria — e per nulla scontata — di alcuni schemi che fino ad allora mi avevano impedito di raggiungere una consapevolezza più matura. Il volgere dei quarant’anni prima, e il loro superamento poi, con l’esperienza che inevitabilmente portano con sé, ebbero certamente un peso. E insieme agiva anche quella quasi intatta energia vitale degli anni giovanili, che però forniva spinte propulsive non sempre ben calibrate rispetto alla realtà oggettiva delle cose.
Di quei viaggi, il loro esito fu quello di farmi accorgere dell’esistenza in loco di una realtà non propriamente intonata, in generale, a quell’immagine di spiritualismo che qui in Occidente viene propinata nei centri di pratica di meditazione, yoga o filosofie orientali. Un’immagine che avevo respirato anch’io, come tanti, in sale dal pavimento di legno chiaro e dall’incenso sempre acceso, dove maestri o santoni — a leggere bene le loro referenze — altro non avevano fatto che ricevere una formazione di risulta qui in Occidente, da altri che in Oriente, se c’erano stati, poco o addirittura niente avevano assimilato. Una catena di rimandi che si perdeva nel vuoto, come quei telescopi puntati su un cielo che però non contiene la stella che si credeva di osservare. E con tutti i relativi sospetti che dietro a queste forme si celassero ben altri interessi: il business della serenità, la mercificazione del silenzio, l’acquisto rateale di una pace interiore che in Oriente, quello vero, non si comprava perché non si vendeva.
Certo, in India qualche tempietto con vecchi guru meditabondi dentro, in attesa di sparuti fedeli, c’era ancora; qualche monastero con monaci dalle tonache arancioni pure si incontrava, e in quei luoghi il silenzio aveva ancora un peso, una consistenza che non era quella delle sale occidentali. Ma ciò che di sacro mi parve essere rimasto erano le diffusissime vacche, effettivamente rispettate da tutti: animali sacri non per teologia, ma per abitudine, per inerzia millenaria, per un rispetto che sopravviveva a tutto il resto come un ultimo relitto galleggiante su un mare in tempesta. Per il resto, torme brulicanti in un frenetico attivismo, impegnate nelle più per noi ineffabili pratiche lavorative: officine artigianali e commerciali che agivano su quanto noi consideriamo cianfrusaglia, impiegando donne e bambini, vecchi e malati, mendicanti. Tutto in una lotta per la sopravvivenza e per sogni impossibili di riscatto, che manteneva una parvenza di serenità grazie a residuali antichi retaggi religiosi.
E poi le caste. La logica delle caste non era per me un capitolo di sociologia da manuale: era un’architettura invisibile ma solidissima, che regolava ogni sguardo, ogni scambio, ogni silenzio. Un sistema che non aveva bisogno di essere pronunciato per essere operante, perché era già scritto nei corpi, nei gesti, nelle distanze che le persone mantenevano tra loro con una naturalezza che faceva più male di qualsiasi proclama. La spiritualità, in quel contesto, non livellava le differenze: le consacrava. E così l’antica promessa di liberazione si rovesciava nel suo contrario, in una gabbia dorata di rassegnazione, dove ognuno accettava il proprio posto perché quel posto era stato deciso altrove, in un altrove che nessuno aveva mai visto ma che tutti rispettavano.
Al vertice di questa piramide c’era già una middle class senza scrupoli, anche formata presso i college inglesi e americani — quelli che ti rendono “well educated” — che abitava le aziende e le imprese commerciali, bramando ricchezza e opulenza, volendo a tutti i costi raggiungere un tenore di vita comparabile al nostro. Era una classe che aveva imparato la lezione dell’Occidente e la rimodulava con una disinvoltura che lasciava sgomenti: le formule dello sfruttamento e della malizia negoziale non erano più quelle antiche dei padroni di un tempo, ma quelle nuove, levigate, dei manager che avevano letto i nostri manuali e li applicavano con la freddezza di chi sa che il denaro non ha caste, o meglio, ne ha una sola: quella di chi lo possiede. E sotto di loro, la piramide intera continuava a reggersi, paziente e immobile, come se il tempo non fosse mai passato davvero.
C’era poi quel dettaglio, apparentemente minimo, che mi ossessionò per settimane: il gesto del capo. Una cultura fatta di ritorni sempre sulle stesse domande, con tempismi per noi occidentali pragmatici estenuanti, una cultura tanto diversa dalla nostra, nella quale la rotazione del capo sul collo significa sostanzialmente un “sì”, laddove noi la interpretiamo con un “no”. Quante volte mi ero trovato a fraintendere, a insistere, a spiegare di nuovo ciò che credevo non fosse stato compreso, quando in realtà era stato compreso benissimo — e forse troppo. Quel gesto era una piccola metafora dell’intero incontro tra due mondi: noi che leggiamo il segno con la nostra grammatica, loro che lo scrivono con la propria, e in mezzo un malinteso che non è solo linguistico ma ontologico, un disallineamento di codici che nessun interprete avrebbe potuto colmare. E forse, a ripensarci oggi, è proprio in quel gesto — dolce, ambiguo, sfuggente — che si riassume tutto il senso di quei viaggi: la scoperta che l’altro non è mai dove lo cerchiamo, e che la vera crescita comincia quando smettiamo di pretendere che il suo “sì” suoni come il nostro.
Erano tutti questi i pensieri che, intensi, circolavano nella mia mente, senza una possibile immediata possibilità di riconciliazione data la loro complessità, di ritorno su un volo della Swiss Air da uno degli ultimi di quei viaggi in India, allorquando alla iniziale voglia di scoperta di nuove dimensioni di quel Paese distante, si cominciava di già a sostituire la rassegnazione del disincanto, accompagnata quasi dalla necessità di recuperare in qualche modo brandelli di quello che per certi versi era divenuto un sogno infranto, lo svanire di una illusione sorta dal mito dell’oriente di fronte a quella che avevo appurato essere la realtà delle cose sul luogo.
E mentre l’aereo rullava verso il gate, la musica continuava:
They say your style of life’s a drag
And that you must go other places
But just don’t you feel too bad
When you get fooled by smiling faces
But don’t you worry ’bout a thing
Don’t you worry ’bout a thing, baby
’Cause I’ll be standing on the side
When you check it out
Sì, ero stato ingannato da facce sorridenti — quelle dei santoni occidentali, dei manager senza scrupoli, delle caste che consacravano le differenze. Ma non dovevo sentirmi troppo male. Perché ognuno ha bisogno di un cambiamento, la possibilità di verificare ciò che ha. E io ero l’unico a vedere i cambiamenti che stavo attraversando.
Everybody needs a change
A chance to check out what you’ve got
But you’re the only one to see
The changes you take yourself through
Oggi, ogni volta che sento quella canzone, torno a quel finestrino. Vedo quelle gocce. Sento quella stanchezza dolce. E sorrido. Perché quella sera, atterrando a Zurigo, ho capito una cosa semplice e profonda: che la vita è fatta di partenze e di ritorni, di cieli scuri e di città illuminate, di stanchezza e di meraviglia. E che a volte, per non preoccuparsi di niente, basta una canzone. Basta un ricordo. Basta una goccia di pioggia sul vetro.
E va tutto bene. Davvero. E anche se forse allora quella canzone cominciò a dirmi qualcosa, solo oggi capisco a fondo la sua essenza, con una risonanza vibrante che in questo momento mi attraversa più che mai. Perché don’t you worry ’bout a thing non è un invito a ignorare il mondo, ma a guardarlo con occhi nuovi: a vedere le caste senza lasciarsene imprigionare, a riconoscere le facce sorridenti senza farsi ingannare, a portare a casa i brandelli di un sogno infranto e a ricomporli in una consapevolezza più matura. La pioggia sul vetro non cancella il paesaggio: lo trasforma in mille frammenti dorati e arancioni, e in quella luce che si spezza e si ricompone, c’è tutto il senso del viaggio — e del ritorno.
Todo ’stá bien chévere. Tutto va alla grande. E mentre l’aereo toccava terra, io restavo lì, con quella melodia nelle orecchie e nel cuore, e sentivo che anche le gocce più fredde potevano diventare una colonna sonora. Perché la vita è fatta di partenze e di ritorni, di cieli scuri e di città illuminate, di stanchezza e di meraviglia. E a volte, per non preoccuparsi di niente, basta una canzone. Basta un ricordo. Basta una goccia di pioggia sul vetro.
E va tutto bene. Davvero.