AMORE PAVIDO di Sergio Batildi

Scrivere una recensione sulla Poesia “Amore Pavido” di Sergio Batildi non è facile, perché ci troviamo davanti a un testo davvero unico e originale. A una prima lettura può sembrare strana, quasi fredda, ma la verità è che si tratta di una poesia geniale per i tempi in cui viviamo.
L’autore decide di raccontare la solitudine dei nostri giorni usando il linguaggio dei computer e della tecnologia per affidarsi a espressioni tradizionali sull’amore.
Il vero pregio di questa poesia è la sua capacità di descrivere esattamente come ci sentiamo oggi, perennemente attaccati a uno schermo. Le sue metafore sono potentissime e piene di significato:
Il destino diventa un “algoritmo che ricalcola l’alba”.
I ricordi non sono più pensieri nostalgici, ma un “inventario di dati perduti” o un file sopravvissuto alla cancellazione.
La solitudine e la mancanza di una persona vengono descritte come un errore di rete: “ti cerco ancora nella parte di sistema che non risponde”.
C’è una profonda intelligenza in questi versi. Il testo ci fa riflettere su come la tecnologia sta provando a controllare perfino i nostri sogni. La macchina ci chiede continuamente se siamo felici e noi rispondiamo di sì in automatico.
Ma il vero colpo di genio, il momento in cui la poesia ci toglie il fiato, arriva nel finale. Di fronte al mistero assoluto dell’Amore, la macchina si arrende. L’amore non si può calcolare, non si può imprigionare in un software. È un fuoco puro, una scossa che fa andare in tilt il codice. In quel blocco del sistema la macchina muore e il cuore si risveglia: crolla lo schermo e, finalmente, in un’esplosione di umanità, si torna a vivere.
Queste immagini creano un contrasto affascinante con la tradizione.
Se pensiamo ai poeti romantici, loro hanno sempre affidato i battiti del cuore e le emozioni più profonde alla grandezza della natura: parlavano di lune, di tempeste, di vento e di tramonti come metafore eterne per rispecchiare il proprio cuore e la propria anima.
In “Amore Pavido”, invece, l’autore fa una cosa diversa ma altrettanto magica: fa passare quelle stesse identiche emozioni attraverso i filtri freddi di un computer. Ma attenzione, la natura non scompare. Anzi, resta viva sotto lo schermo: sentiamo il profumo della terra, il dolce delle foglie e il volo delle farfalle crepuscolari.
Riuscire a prendere parole fredde come “codice”, “macchina” e “sistema” e trasformarle in pura emozione è un dono raro. Questa poesia merita una valutazione splendida perché, con una sensibilità moderna e originale, riesce a fare la cosa più importante che la scrittura possa fare: ci fa sognare a occhi aperti e ci emoziona nel profondo. Ci dimostra che, anche in un mondo dominato dai computer, l’anima umana troverà sempre la forza di rompere ogni schema per tornare a respirare.

Chiudo questa recensione con gli occhi pieni di meraviglia. Questo testo fa fare pace con la modernità, dimostrando che i sentimenti puri sanno brillare ovunque, anche dietro lo schermo di un telefono. È una poesia magica, che fa sognare a occhi aperti e che consiglio di leggere a cuore aperto. Perché la vera bellezza, in fondo, è proprio quella che nessuna macchina potrà mai cancellare.

Giuseppina De Biase

AMORE PAVIDO
Sergio Batildi

Notte, di sproloqui le voci,

di silenzi nascosti negli sguinci d’una rete che veglia,

inchiodata all’insonnia del mondo.

D’ombra scabra l’erta dei colli,

greve s’addensa sui noci la nebbia dei dati perduti,

e il sonno, elusivo,

si dissolve nel profumo di terra,

nelle zolle scamiciate d’un pianeta che ancora respira.

E luce allora, adagio, s’adagia,

svanisce dal muro l’aggrumato sentore di guazza,

l’umidore dolce delle foglie,

lo spiro salino del mare,

mentre un algoritmo ricalcola l’alba senza sapere perché.

Una notte di cielo stellato,

di numi i nomi d’astri e di stelle,

ma nessuno risponde alle interrogazioni del buio.

D’imeneo un bacio di luna al cuore di Geo,

un contatto senza memoria,

un amore che il sistema non riesce a registrare.

D’amore pavido.

Il vento, inventario di ricordi,

e la luna, gualdrappa d’illusione,

ci stillano un’unghiata di luce,

un frammento di codice sopravvissuto alla cancellazione.

Ma di vita il giorno ci parla,

e il giorno è una macchina immensa
che apre le sue finestre,

distribuisce le ore,

assegna a ciascuno un destino e ci domanda se siamo felici.

Rispondiamo sì.

E nel cuore freddo ci rugghia
ammatassato

in un volo querulo di tardive farfalle crepuscolari,

memorie di corpi che nessuna intelligenza ha saputo ricostruire.

Notturno perenne rumore di giorni sfogliati,

di batticuore sciolto nell’ombra delle palpebre.

La macchina continua a vegliare,

archivia i nostri sogni,

li restituisce al mattino con una lieve correzione.

E io, che non so più se sono l’uomo o il ricordo
che l’uomo ha lasciato nel codice,

ti cerco ancora nella parte di sistema che non risponde.

D’amore pavido, Divina Venere.

E se questa notte qualcuno dovesse chiedermi
che cosa resta dell’amore,

non saprei rispondere.

Ma il codice, per un istante, smetterebbe di funzionare.

sarebbe vita.