Ci sono scrittori che usano parole difficili per spiegare i sentimenti e poi c’è Charles Bukowski. Lui non aveva bisogno di nascondersi dietro frasi complicate. Parlava di vita, di solitudine, di sbronze e di amore in modo così diretto che sembrava ti stesse parlando al bancone di un bar. Aveva una corazza da uomo duro, cinico e disincantato, ma sotto quella superficie batteva un cuore immenso e vulnerabile, capace di provare una tenerezza devastante.

Sul web ho letto  una poesia bellissima, che tutti gli attribuiscono ma non fa parte delle sue poesie, che parla del vuoto immenso che si prova quando l’altra persona non c’è:

Col doppio dell’amore

Due che si baciano.
Su una panchina.
Chissà se si amano
e altri due passeggiano.
Ma non si parlano.
Chissà se si amano.
Io non lo so poi.
Quanto dura.
Questo eterno cercarsi.
Questo eterno volersi.
Senza volersi mai.
E questo eterno ignorarsi.
Volendosi sempre.
Forse l’amore è.
Di chi si ama.
Da lontano,
Perché bisogna amarsi.
Col doppio dell’amore.

Anche se non è stata scritta da lui, questi versi  toccano una corda profonda che Bukowski conosceva bene. Chi si ama a distanza sa perfettamente cosa significa. Non ci sono le carezze quotidiane, non c’è un caffè preso insieme la mattina, manca la normalità di un abbraccio sul divano dopo una giornata difficile. C’è solo l’attesa. E per far bastare quell’attesa, per non far spegnere il fuoco, serve davvero una forza incredibile.

Io sono profondamente d’accordo con questa idea: chi si ama da lontano ha davvero bisogno del doppio dell’amore. Quando la distanza fisica separa due corpi, i sentimenti non possono appoggiarsi sulle abitudini o sulla vicinanza di ogni giorno. Bisogna raddoppiare gli sforzi, metterci il doppio della fiducia, il doppio della pazienza e il doppio della passione per far sentire la propria presenza oltre i chilometri. Questo tipo di amore non è per tutti. Richiede un coraggio immenso e una dedizione assoluta, perché ogni pensiero, ogni telefonata e ogni messaggio devono pesare il doppio per riuscire a colmare quel vuoto e tenere vivo il legame.

Il vero Bukowski ha vissuto sulla sua pelle questo genere di mancanza e di dolore. L’amore della sua vita si chiamava Jane Cooney Baker. Era una donna tormentata, più grande di lui, con cui ha condiviso anni intensi fatti di passioni violente, litigi e tanta miseria. Quando Jane morì prematuramente, Bukowski andò in mille pezzi. Fu in quel momento di assenza assoluta che il poeta scrisse i suoi versi più sinceri e strazianti. Scrisse che lei gli aveva portato via l’unica luce che aveva, dimostrando al mondo che dietro il personaggio del “vecchio sporcaccione” c’era un uomo capace di un romanticismo puro, assoluto e disperato.

Ecco perché questa poesia nata su internet che tutti gli attribuiscono sembra così sua perché parla di quella fatica invisibile che tutti facciamo quando amiamo qualcuno con tutto noi stessi.