«Non voglio vivere tra la turba; la mediocrità mi fa una paura mortale». Giacomo Leopardi, 26 settembre 1817.
Ci sono frasi che sembrano attraversare i secoli senza perdere forza. Questa di Giacomo Leopardi, scritta quando aveva appena diciannove anni, appartiene certamente a quella categoria. Non è soltanto l’affermazione orgogliosa di un giovane consapevole della propria intelligenza. Dentro quelle poche parole si intravede già un’intera concezione dell’esistenza: il rifiuto dell’omologazione, il bisogno di pensare autonomamente, la ricerca di qualcosa che vada oltre una vita semplicemente ordinaria.
Pier Carlo Lava
Un Leopardi di appena diciannove anni
Nel 1817 Leopardi vive ancora a Recanati, immerso nella straordinaria biblioteca paterna e reduce da quelli che lui stesso avrebbe definito anni di «studio matto e disperatissimo». È un giovane di cultura eccezionale, ma anche un ragazzo che avverte sempre più intensamente la distanza fra il proprio universo interiore e l’ambiente che lo circonda.
Proprio in quell’anno comincia a prendere forma lo Zibaldone di pensieri, l’immenso laboratorio intellettuale nel quale Leopardi, per molti anni, annoterà riflessioni sulla filosofia, sulla lingua, sulla letteratura, sull’uomo, sulla natura, sulle illusioni e sulla felicità.
La frase sulla «turba» e sulla «mediocrità» acquista allora un significato particolare. Non è necessariamente disprezzo per le persone comuni. È soprattutto il timore di essere trascinato verso una vita priva di profondità, dominata dalle convenzioni e incapace di alimentare quella smisurata esigenza di conoscenza che Leopardi sente dentro di sé.
Che cosa significa avere paura della mediocrità
La parola mediocrità può essere facilmente equivocata. Non significa necessariamente non avere successo, ricchezza o prestigio. Si può condurre una vita semplice senza essere affatto mediocri, così come si può occupare una posizione importante ed esserlo profondamente.
La mediocrità alla quale sembra ribellarsi Leopardi è soprattutto quella dello spirito: accettare idee senza interrogarle, conformarsi perché è più semplice, rinunciare alla curiosità, smettere di cercare, vivere secondo ciò che gli altri si aspettano senza domandarsi che cosa davvero si desideri essere.
È interessante che un pensiero così radicale emerga a soli diciannove anni. Leopardi sembra già percepire un pericolo che accompagnerà tutta la sua esperienza intellettuale: quello di vedere l’individuo dissolversi nella massa e perdere la propria capacità critica.
La solitudine come prezzo dell’indipendenza
C’è però un’altra faccia della frase. Rifiutare la “turba” significa spesso accettare la solitudine.
Leopardi la conoscerà profondamente. La sua vicenda personale sarà segnata dal desiderio di uscire da Recanati, dalla ricerca di interlocutori capaci di comprenderlo, dai soggiorni a Roma, Milano, Bologna, Firenze, Pisa e infine Napoli. Cercherà continuamente un luogo, umano prima ancora che geografico, nel quale poter vivere pienamente la propria dimensione intellettuale.
Eppure sarebbe riduttivo immaginarlo come un uomo che disprezza l’umanità. Nel Leopardi maturo emerge anzi una concezione sorprendentemente solidale dell’esistenza. Ne La ginestra, una delle sue ultime e più alte opere, gli esseri umani sono chiamati a riconoscere la propria comune fragilità e a unirsi in una «social catena» contro le difficoltà imposte dalla natura.
È una differenza fondamentale: una cosa è rifiutare il conformismo, un’altra rifiutare gli uomini.
Una frase del 1817 che parla anche al presente
A più di due secoli di distanza, quelle parole conservano una sorprendente attualità. Viviamo in un’epoca nella quale essere parte della «turba» può essere perfino più facile. I social network amplificano opinioni, mode e comportamenti; il consenso immediato viene spesso misurato attraverso visualizzazioni, condivisioni e reazioni; l’algoritmo tende a mostrarci ciò che attira maggiormente l’attenzione.
Ma proprio per questo il pensiero leopardiano può assumere un significato nuovo. Non vivere nella mediocrità significa conservare la capacità di pensare con la propria testa. Significa leggere, approfondire, dubitare, cambiare opinione quando i fatti lo richiedono. Significa non confondere ciò che è popolare con ciò che è vero e ciò che raccoglie consenso con ciò che possiede valore.
Naturalmente esiste anche un rischio opposto: sentirsi superiori agli altri soltanto perché ci si considera diversi. Leopardi è molto più complesso di una semplice celebrazione dell’individualismo. La sua opera ci ricorda continuamente quanto l’essere umano sia fragile, limitato e bisognoso degli altri.
Non essere uno dei tanti, ma essere se stessi
Forse è proprio qui che quella frase giovanile acquista oggi il suo significato più interessante. Non bisogna necessariamente fuggire dalla folla. Bisogna evitare che la folla pensi al nostro posto.
Essere diversi non significa essere migliori. Significa però difendere uno spazio personale nel quale interrogarsi, conoscere, creare e scegliere. E soprattutto significa non accontentarsi intellettualmente.
Quel ragazzo diciannovenne chiuso nella biblioteca di Recanati non poteva sapere che sarebbe diventato uno dei più grandi autori della letteratura mondiale. Ma aveva già compreso qualcosa che avrebbe attraversato tutta la sua opera: una vita autenticamente umana non può rinunciare alla ricerca, alla conoscenza e alla libertà del pensiero.
Forse è proprio questa la forma più profonda della sua paura della mediocrità.
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Giacomo Leopardi e il rifiuto della mediocrità: dalla celebre riflessione del 26 settembre 1817 al valore della libertà di pensiero, della conoscenza e dell’indipendenza intellettuale.
GEO: Recanati, Marche, Italia
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Crediti immagine: Ritratto di Giacomo Leopardi, attribuito a Domenico Morelli, 1845. Fonte: Wikimedia Commons / Wikipedia. Immagine di pubblico dominio. Wikipedia