L’evasione fiscale e contributiva continua a rappresentare una delle grandi questioni irrisolte dell’economia italiana. I dati più aggiornati relativi al 2023 indicano un ammontare delle imposte e dei contributi non versati compreso fra 107,9 e 112,8 miliardi di euro, una cifra enorme che deve però essere interpretata con attenzione: l’aumento in valore assoluto non significa automaticamente che gli italiani abbiano improvvisamente cominciato a evadere di più, perché sulla dimensione del tax gap incidono anche l’aumento delle basi imponibili, la crescita nominale dell’economia e l’inflazione. Il segnale che merita maggiore attenzione è piuttosto il rallentamento del percorso di miglioramento osservato negli anni precedenti e, soprattutto, l’andamento di alcune imposte, a cominciare dall’IVA. In un Paese caratterizzato da un elevato debito pubblico e da una pressione fiscale significativa per chi paga regolarmente, recuperare anche soltanto una parte consistente di queste risorse rappresenterebbe un elemento fondamentale non solo per i conti dello Stato, ma anche per rendere più equilibrata la distribuzione del carico fiscale.
Pier Carlo Lava
Le nuove stime emergono dalla Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva, elaborata dalla Commissione istituita presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze. Secondo i dati più recenti, nel 2023 il complesso delle mancate entrate tributarie e contributive si colloca fra 107,9 e 112,8 miliardi di euro, con un incremento superiore ai 7 miliardi rispetto all’anno precedente.
Il confronto deve tuttavia essere effettuato con prudenza. Le stime degli anni precedenti vengono periodicamente riviste alla luce dei nuovi dati statistici e dei Conti nazionali. Non sarebbe quindi corretto leggere la variazione esclusivamente come un improvviso peggioramento dei comportamenti dei contribuenti.
Il dato più significativo è la propensione all’evasione
Per capire se la fedeltà fiscale stia realmente migliorando o peggiorando è più utile osservare la cosiddetta propensione al gap, cioè il rapporto fra le imposte non versate e quelle che teoricamente avrebbero dovuto essere pagate.
Su questo fronte il quadro del 2023 è meno negativo di quanto potrebbe suggerire l’aumento dell’evasione espresso in miliardi. La propensione complessiva viene stimata fra il 17,3% e il 17,5%, circa 0,2 punti percentuali in meno rispetto all’anno precedente.
Guardando un periodo più lungo, inoltre, il miglioramento rimane evidente: fra il 2019 e il 2023 la propensione all’evasione si è ridotta complessivamente di circa 2,5 punti percentuali.
Questo significa che non è corretto affermare semplicemente che tutti i progressi compiuti negli ultimi anni siano stati cancellati. Più precisamente, la discesa dell’evasione sembra aver perso parte della sua forza, mentre emergono segnali di peggioramento in alcune componenti particolarmente importanti.
L’IVA torna a preoccupare
Uno dei dati che richiedono maggiore attenzione riguarda infatti l’IVA. Nel 2023 la propensione all’evasione dell’imposta sul valore aggiunto è salita al 20,4%, contro il 19,4% del 2022.
L’IVA rappresenta un indicatore particolarmente significativo perché attraversa gran parte dell’economia e perché il suo andamento può riflettere fenomeni molto diversi: operazioni non dichiarate, sottofatturazione, frodi, mancati versamenti di imposte già dichiarate e altre forme di irregolarità.
La nuova fotografia evidenzia inoltre come una parte crescente del problema possa derivare non soltanto dall’occultamento dei redditi o delle operazioni economiche, ma anche dalle somme dichiarate e successivamente non versate. È una distinzione importante: evasione nascosta e mancato pagamento di un’imposta dichiarata sono fenomeni differenti e richiedono strumenti di contrasto diversi.
Oltre 100 miliardi: che cosa significa realmente
Il tax gap misura la distanza tra quanto lo Stato dovrebbe teoricamente incassare in una situazione di pieno adempimento e quanto viene effettivamente versato.
Non significa quindi che lo Stato potrebbe automaticamente recuperare domani tutti i 110 miliardi circa stimati per il 2023. Una parte del divario può risultare estremamente difficile da riscuotere e le stime stesse sono soggette a successive revisioni.
Resta però impressionante la dimensione economica del fenomeno.
L’evasione produce infatti almeno tre conseguenze: sottrae risorse al finanziamento dei servizi pubblici, crea una disparità fra chi rispetta integralmente gli obblighi fiscali e chi non lo fa e altera la concorrenza tra imprese e attività economiche.
C’è poi un problema di equità fiscale. Quando una quota rilevante di imposte e contributi non viene versata, il finanziamento della spesa pubblica finisce inevitabilmente per gravare maggiormente sui contribuenti che non possono o non vogliono sottrarsi ai propri obblighi.
Un miglioramento di lungo periodo che non va ignorato
La fotografia del 2023 deve essere inserita anche in un quadro storico più ampio. Negli ultimi anni l’Italia aveva registrato progressi significativi nel contrasto all’evasione. Digitalizzazione dei pagamenti, fatturazione elettronica, trasmissione telematica dei corrispettivi e maggiore capacità dell’amministrazione finanziaria di incrociare le informazioni hanno contribuito a ridurre progressivamente alcune componenti del tax gap.
Anche la Banca d’Italia ha evidenziato come, in una prospettiva di lungo periodo, l’incidenza dell’evasione fiscale sul prodotto nazionale si sia significativamente ridotta. Il problema, dunque, rimane enorme, ma la situazione attuale non può essere rappresentata come se nulla fosse cambiato rispetto a dieci o quindici anni fa.
Proprio per questo i dati del 2023 meritano attenzione: dopo anni di miglioramento, il percorso appare meno lineare.
La vera sfida è trasformare il recupero dell’evasione in minori tasse per chi paga
La questione centrale non riguarda soltanto quanto denaro lo Stato riesca a recuperare attraverso controlli e accertamenti. La sfida più importante è aumentare stabilmente l’adempimento spontaneo, facendo in modo che le imposte vengano dichiarate e pagate correttamente fin dall’origine.
Ridurre strutturalmente l’evasione significherebbe ampliare la base imponibile e, almeno potenzialmente, creare maggiori spazi per alleggerire il carico fiscale sui contribuenti regolari.
È questo probabilmente il punto più rilevante che emerge dai numeri: oltre cento miliardi di euro di tax gap rappresentano non soltanto un problema per lo Stato, ma anche una questione di equità nei confronti di milioni di cittadini e imprese che le tasse le pagano regolarmente.
Il 2023 non cancella i progressi realizzati negli anni precedenti, ma indica che non possono essere considerati irreversibili. La lotta all’evasione rimane quindi uno dei passaggi decisivi per rendere il sistema fiscale italiano più sostenibile, più efficiente e soprattutto più equo.
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Fonte: elaborazione Alessandria Post su dati della Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva 2026, Ministero dell’Economia e delle Finanze, e documentazione OCSE.
GEO: Italia
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