UFFICIO CENTRALE PER LA CATALOGAZIONE DEI SOGNI IRRISOLTI
Divisione Drammatica, Sezione Onirico-Commestibile
Pietroburgo, martedì (ora imprecisata)
FASCICOLO N. 21
SINFONIA PER GATTO, DIAVOLO E CAVOLO IN MINORE
Racconto teatrale in tre movimenti
(già noto negli archivi come: La spesa di Irina)
«В среду всегда идёт дождь. Но это не значит, что среда виновата.»
«Il mercoledì piove sempre. Ma questo non significa che sia colpa del mercoledì.»
— Grigori Nikolaevič, Modulo 14-B, Ufficio Responsabilità Atmosferiche
[nota archivistica: il modulo fu redatto di martedì. Il mercoledì protestò formalmente.]
COMUNICAZIONE UFFICIALE N. 21-α , emessa con timbro bagnato alle ore non classificabili
Il sottoscritto Grigori Nikolaevič, Demone Burocratico di Prima Classe, Responsabile della Sezione Martedì e Ortofrutticoli Metafisici, certifica che il presente fascicolo contiene materiale drammatico di natura pericolosamente vera. Chiunque legga oltre questa pagina è avvisato: potrebbe riconoscersi in Irina Nikolaevna Korolenko. L’Ufficio declina ogni responsabilità per le conseguenze emotive. Boris ha già letto tutto due volte e non ha detto nulla. Il silenzio di un gatto è la forma più alta di giudizio.
Timbro: [ILLEGGIBILE, applicato due volte per insicurezza]
Introduzione
per «La spesa di Irina»
C’erano giorni, a Pietroburgo, in cui il vento sembrava voler riscrivere le strade, e il gelo aveva il tono di una voce antica che sussurra senza fretta, come se sapesse che ogni passo può diventare storia, se qualcuno lo ascolta davvero. E Irina camminava proprio così, nel respiro lento di un martedì qualunque, senza sospettare che anche le abitudini hanno un punto segreto in cui cedono, e si aprono come fessure attraverso cui passa un’altra vita. Ogni viaggio comincia da una distrazione, da un dettaglio minuscolo, come la sciarpa che le sfiorava il mento, o il modo in cui stringeva la lista della spesa, un gesto così normale che nessuno si sarebbe accorto del piccolo tremore nascosto nel polso.
Eppure, basta un gatto con un farfallino rosso per cambiare il destino di un giorno. Lo capii guardando Irina da lontano, mentre entrava nel negozio con la stessa pazienza dei nevai che resistono al disgelo. Dentro di lei, senza che lo sapesse, si stava già muovendo un’onda più grande, una specie di richiamo, una fenditura lieve nell’ordine del mondo, quel punto esatto in cui il quotidiano si frantuma e lascia entrare la musica. Le storie, dopotutto, non chiedono permesso, arrivano come i sogni: quando sanno che siamo abbastanza stanchi da ascoltare e abbastanza vivi da cambiare.
Non c’è viaggio che cominci davvero con una partenza, ma con un’incrinatura, con un passo che non era stato previsto, e con la voce giocosa del destino che sbuca da un angolo di corsia. Così, dove tutti avrebbero visto un mercato, Irina vide un varco, e dietro il varco un mondo che assomigliava all’infanzia, agli errori, ai desideri incustoditi, al profumo di pane nero e al gelo delle mattine invernali. Un mondo dove anche il cavolo poteva diventare un maestro e il Diavolo un compagno di viaggio.
È da lì che si comincia. Da un martedì qualsiasi. Da un gesto semplice. Da quel modo gentile in cui la vita ci mette alla prova proprio quando crediamo di non avere più sorprese. E noi, senza accorgercene, diventiamo viaggiatori di un territorio che si apre soltanto a chi non lo cercava. Irina non sapeva nulla di questo, e forse è per questo che la storia ha scelto lei.
I. L’Ouverture del Cavolo
Irina Nikolaevna Korolenko uscì di casa alle sette e diciotto del mattino, esattamente come ogni martedì, con una lista della spesa stretta nella mano guantata. Una lista scritta con l’inchiostro sbiadito del dovere quotidiano: cavolo, pane nero, burro e, se il destino fosse stato clemente, un’arancia.
Le sue scarpe sfioravano i marciapiedi come in punta di note stanche. L’anima? Annodata nella sciarpa. Il cuore? Conservato tra il portafoglio e una tessera della biblioteca scaduta.
Ma quel giorno, sulla soglia del negozio, accadde.
Un gatto. Un gatto col farfallino rosso.
Accovacciato sopra una cassa di barbabietole, la fissava con lo sguardo di chi ha letto il libro della tua vita e ne ha saltato il finale.
Boris
«Irina Nikolaevna,» disse il gatto con la gravità di un arcivescovo che ha già visto tutto, «oggi il cavolo non si farà comprare.»
II. L’Entrata di Mefistofele
Irina, donna pragmatica, credette di avere freddo alle orecchie.
Poi l’aria si fece densa, odorava di cannella bruciata e vecchie biblioteche. Comparve lui: alto, elegante, con occhi scuri come l’inchiostro di una bugia ben raccontata.
Mefistofele
«Madame,» disse inchinandosi con la precisione di chi ha praticato l’inchino davanti a secoli di umanità distratta, «volete ballare un minuetto con l’impossibile?»
E prima che Irina potesse dire «arancia», la strada si piegò su sé stessa come un pentagramma sbronzo. I passanti iniziarono a levitare. Le insegne pubblicitarie cantavano in latino. E un violino, abbandonato sulla pensilina del tram, prese a suonare da solo una melodia che pareva composta da un ubriaco e da un angelo.
Irina
«Ma io volevo solo comprare del cavolo,»
disse, fluttuando a mezz’aria, le calze a pois ben visibili.
Boris
«Ogni desiderio è l’inizio di una sinfonia,» rispose, accarezzandosi i baffi con l’aria di chi ha già detto questa frase a Čechov e non ne è rimasto deluso.
III. Il Gran Finale (con Cavolo)
Nel cuore della piazza Nevskij, ormai trasformata in una sala da concerto a cielo aperto, apparve un gigantesco cavolo. Scolpito nel ghiaccio, incrostato di note musicali. Il popolo di Pietroburgo lo osservava in silenzio. Le nonne si facevano il segno della croce. I bambini recitavano poesie. Gli ufficiali scrivevano rapporti su quanto fosse difficile arrestare una verdura artistica.
Irina toccò il cavolo. Si sciolse. Ne uscì… un violino.
Boris
«Ogni scelta è un’aria d’opera.
Ogni cavolo contiene una fuga.»
Mefistofele la guardò, serio come un teologo e folle come un clown:
Mefistofele
«Hai danzato bene, Irina. Ora scegli: tornare al pane nero… o restare nella musica.»
Irina sorrise. Per la prima volta, da anni.
Scelse.
Scelse l’arancia.
Il mondo si ricongiunse. I violini tacquero. Il gatto sparì, ma lasciò un biglietto:
«Ci rivedremo, tra le righe di un altro spartito.»
[si spegne il lampione. Sipario.]
Sergio Batildi.
“Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a esclusivo scopo illustrativo. Non rappresenta necessariamente persone, luoghi o fatti reali.”
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