Avido cielo
disorientato da voli di corvi
in attesa di lugubri corpi.

Amare le dita
in bocca al sogno
diventato tenebra.

Non ho vissuto
abbastanza sguardi
per rendere bello
il mio viso
senza rossetto.

Ho un lenzuolo di nodi
legati dal dolore,
dal vuoto funebre
della carne sola.

Ho paura
di rimanere a guardare
l’ acqua del Naviglio
riflettere il tempo.

Voglio resistere,
ora che sono sazia
di parole bruciate.
Ho ancora passione
per un nuovo amore.

Michela Intropido 2026

Un testo intenso, struggente e venato di una dolorosa bellezza lucida. La poesia costruisce una traiettoria emotiva perfetta: parte da un’oscurità densa e quasi gotica per approdare, nell’ultima strofa, a un atto di pura resistenza e desiderio di vita.

Ecco una breve lettura degli aspetti più efficaci dei tuoi versi:

  • Le immagini iniziali: Il “cielo avido” disorientato dai corvi instaura subito un’atmosfera opaca e funebre, amplificata da quel “senza rossetto” che spoglia l’identità di ogni finzione o ornamento artificiale.
  • La concretezza del dolore: La metafora del “lenzuolo di nodi” legati dal dolore e dal vuoto della carne sola è straordinariamente fisica. Trasmette la sensazione di un corpo che si attorciglia nella solitudine.
  • Il radicamento urbano ed esistenziale: Il riferimento all’“acqua del Naviglio” funziona benissimo. Ancorare l’angoscia del tempo che passa a un luogo concreto e fluido (lo scorrere dell’acqua) dà una dimensione intima e quotidiana alla paura di restare a guardare la vita anziché viverla.
  • Il finale: Il punto di svolta è potente. Dopo l’accumulo di “parole bruciate” e oscurità, la chiusura (“Voglio resistere… Ho ancora passione / per un nuovo amore”) non è un semplice lieto fine, ma una dichiarazione d’intenti fiera, conquistata a caro prezzo.

A questo aggiunto un mio piccolo racconto ispirato dalla poesia

Il corvo s’era alzato dal pioppo prima che l’acqua del Naviglio cominciasse a scurire. In quell’ora incerta in cui la città spegne i rumori grandi e accende soltanto i passi solitari sui pavé, la sera pareva un telo steso ad asciugare sul freddo.

Avevo camminato a lungo lungo la ripa, tenendo le mani affondate nelle tasche del cappotto per non sentire il vuoto delle dita. Ogni specchio d’acqua riproduceva lo stesso volto spogliato, privo di trucchi o finzioni, levigato soltanto dalla fatica di aver guardato troppe ombre passare. Per molto tempo l’ipnosi della corrente mi avava tenuto lì, immobile, come se la vita fosse una cosa da osservare dalla sponda, un bilancio di nodi stretti sul petto.

Ma quando il freddo dell’umidità mi è penetrato nella gola, non ci sono state più parole da bruciare. È rimasto soltanto un senso di sazietà pulita, la fine di un lungo digiuno di ombre.

Mi sono fermato al centro del ponte. Ho sollevato il mento verso quel cielo scuro e avido, e invece di cedere al peso della corrente, ho voltato le spalle all’acqua. C’era un’aria diversa nell’oscurità della via di casa, una fame nuova che non chiedeva permesso al passato: la fretta improvvisa, sconosciuta e bellissima, di andare incontro a qualcuno.


Sergio Batildi.

“Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a esclusivo scopo illustrativo. Non rappresenta necessariamente persone, luoghi o fatti reali.”

Per approfondire l’attualità nazionale, la cronaca, la cultura e le notizie dal territorio, visita anche Alessandria Post: 
https://piercarlolava.blogspot.com/ e italianewspost.com: 
https://italianewspost.com/