Settembre incontra l’autunno sul calendario ma non ha cancellato granché l’impronta dell’estate eccezionalmente calda che ci ha accompagnati. Secondo il Copernicus Climate Change Service, l’estate 2026 è stata la terza più calda mai registrata in Europa nel dataset ERA5. Nell’Europa occidentale è stata addirittura la più calda e questo caldo fuori stagione è proseguito anche nei primi giorni di settembre.
Nel Pacifico equatoriale El Niño non soltanto è presente ma si sta addirittura rafforzando.
Lo dice chiaramente la NOAA, l’agenzia statunitense che studia oceani e atmosfera. Nell’aggiornamento del 10 settembre, il Climate Prediction Center scrive che El Niño si è ulteriormente intensificato nell’ultimo mese e che, secondo le previsioni ufficiali, continuerà con ogni probabilità a rafforzarsi fino alla fine dell’anno.
Per capire bene El Niño bisogna partire dal mare: rappresenta una fase dell’ENSO, l’oscillazione naturale che coinvolge contemporaneamente l’Oceano Pacifico tropicale e l’atmosfera sovrastante. Durante El Niño le acque superficiali di vaste zone del Pacifico centrale e orientale diventano più calde rispetto alla norma e, insieme al mare, cambia anche la circolazione atmosferica. Ad agosto l’indice Niño 3.4, uno dei parametri più utilizzati per seguire l’evoluzione del fenomeno, aveva raggiunto un’anomalia di +1,8 gradi. Nell’area più orientale del Pacifico equatoriale la NOAA ha registrato anomalie della superficie marina superiori ai 3 gradi.
Sono cambiati anche i venti e la distribuzione delle piogge nel Pacifico tropicale. È proprio l’insieme di questi segnali, oceanici e atmosferici, che permette agli scienziati di parlare di El Niño e non semplicemente di un oceano particolarmente caldo. La previsione NOAA va oltre: c’è una probabilità superiore al 90% che l’evento diventi “molto forte” durante l’autunno e l’inverno 2026-2027 nell’emisfero settentrionale. Per il trimestre ottobre-dicembre viene indicata anche una probabilità del 75% che la sua intensità superi quella degli episodi precedenti presenti nella serie di riferimento dal 1950.
È una previsione, diciamolo, non un risultato già acquisito. Ed è una distinzione che conta.
Quando si parla di El Niño si finisce spesso per associarlo soltanto al caldo. In realtà è un fenomeno molto più complesso. Può modificare la distribuzione delle precipitazioni e favorire siccità in alcune zone e piogge molto abbondanti in altre. Può incidere sulla frequenza di alcuni eventi estremi e cambiare condizioni atmosferiche che hanno conseguenze sull’agricoltura, sull’acqua disponibile e sulle comunità più esposte, e gli effetti, peraltro, non sono uguali dappertutto.
Uno dei settori che viene seguito con maggiore attenzione è quello agricolo.
A giugno la FAO ha individuato le aree nelle quali, sulla base di oltre quarant’anni di osservazioni satellitari, gli episodi forti di El Niño tendono ad aumentare maggiormente il rischio di siccità per coltivazioni e pascoli.
Tra le zone più esposte figurano il Sahel, l’Africa meridionale, alcune parti dell’Asia meridionale e sud-orientale, l’America centrale e i Caraibi. In alcune aree la probabilità di siccità agricola nei prossimi mesi supera il 50%. Se diminuiscono i raccolti, possono ridursi le disponibilità di alcuni prodotti, aumentare le necessità di importazione e cambiare gli equilibri dei mercati internazionali. La FAO, a settembre 2026, segnala che El Niño minaccia la produzione in diverse regioni e che le preoccupazioni sui suoi possibili effetti hanno già inciso, per esempio, sulle quotazioni internazionali dell’olio di palma.
Non vuol dire che El Niño farà automaticamente aumentare la spesa degli italiani. Sarebbe un salto logico che i dati non consentono di fare, significa però che ciò che accade alle coltivazioni di grandi Paesi esportatori può entrare nelle filiere internazionali e, da lì, interessare anche economie molto lontane dal Pacifico.
Senza dimenticare l’acqua: El Niño può spostare le piogge, accentuando la siccità in alcune regioni e aumentando invece il rischio di precipitazioni intense e alluvioni in altre. La siccità, ad esempio, non riguarda soltanto l’agricoltura perché significa minori riserve idriche per le popolazioni, maggiore pressione sui pascoli, difficoltà per gli allevamenti e, nei sistemi che dipendono fortemente dall’acqua, problemi che possono estendersi ad altre attività economiche.
L’Organizzazione mondiale della sanità ha dedicato nell’agosto 2026 un approfondimento specifico ai rischi sanitari legati al nuovo El Niño. Tra quelli indicati dall’OMS ci sono le malattie dovute al caldo, quelle trasmesse attraverso acqua contaminata o da vettori come alcuni insetti, la malnutrizione e le possibili interruzioni dei servizi sanitari nelle aree colpite da eventi estremi.
Ancora una volta non significa che questi fenomeni debbano verificarsi ovunque.
Il rischio cambia in base al territorio, alle condizioni sociali e alla disponibilità di acqua.
L’influenza di El Niño sull’Europa è meno diretta rispetto a quella osservata nelle regioni tropicali e nel Pacifico. Non si può quindi prendere una giornata calda in Italia, o anche un intero periodo sopra la media, e attribuirlo automaticamente a El Niño.
Copernicus, nelle previsioni stagionali pubblicate il 10 settembre, indica per l’inverno europeo una tendenza verso temperature superiori alla media su gran parte delle terre emerse del continente. Ma una previsione stagionale descrive probabilità e andamenti medi su periodi lunghi, non dice quale temperatura avremo in una determinata città il 15 dicembre o se pioverà in un determinato fine settimana.
Ed è bene non chiedere alle previsioni quello che non possono dare.
Lo stesso vale per il caldo che abbiamo appena vissuto. L’estate 2026 è stata eccezionalmente calda in Europa e il Pacifico sta contemporaneamente entrando in una fase di El Niño sempre più forte. I due fatti sono reali, ma questo non basta per dire che l’uno abbia causato direttamente l’altro. C’è però un elemento che rende questo episodio particolarmente interessante.
Agosto 2026 è stato il mese di agosto più caldo mai registrato a livello globale nel dataset ERA5.
Anche gli oceani hanno raggiunto valori eccezionali. La temperatura media della superficie degli oceani extra-polari è arrivata a 21,07 gradi, il valore più alto mai registrato per il mese di agosto.
Copernicus attribuisce queste temperature marine eccezionali sia al riscaldamento globale prodotto dalle emissioni di gas serra sia al rapido aumento delle temperature nel Pacifico equatoriale legato allo sviluppo di El Niño.
Sono due fenomeni diversi.
El Niño è un’oscillazione naturale del sistema oceano-atmosfera. Il riscaldamento climatico di lungo periodo è invece legato soprattutto all’aumento dei gas serra prodotto dalle attività umane. Oggi, però, i due fenomeni agiscono contemporaneamente.
Ed è su questa sovrapposizione che gli scienziati stanno concentrando l’attenzione.
Per ora il dato più solido è questo: a fine settembre El Niño è già forte e si sta ancora rafforzando.
Il prossimo aggiornamento mensile del Climate Prediction Center della NOAA è previsto per l’8 ottobre.
Agricoltura, disponibilità d’acqua, salute, incendi, produzioni alimentari e mercati sono quindi tra gli aspetti osservati con maggiore attenzione nelle aree più esposte, ma sarebbe sbagliato trasformare queste possibilità in una lista di catastrofi già scritte.
El Niño modifica probabilità ed equilibri. Poi molto dipende da dove, quando e con quale intensità i suoi effetti si presenteranno. Ed è forse proprio questa la notizia, oggi: mentre settembre chiude alle spalle un’estate europea eccezionalmente calda, nel Pacifico uno dei principali motori naturali del clima mondiale non ha ancora raggiunto il suo massimo e sta continuando a rafforzarsi.
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