L’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania non è soltanto una questione di nuove abitazioni. Dietro i numeri ci sono strade, infrastrutture, controllo del territorio, comunità palestinesi sottoposte a crescenti pressioni e soprattutto una domanda politica destinata a pesare sul futuro del Medio Oriente: rimane ancora materialmente possibile costruire due Stati territorialmente sostenibili, Israele e Palestina? Gli sviluppi registrati tra il 2025 e il 2026 rendono questa domanda sempre più urgente.

Pier Carlo Lava

La Cisgiordania è sotto occupazione israeliana dal 1967. Gli accordi di Oslo degli anni Novanta l’hanno suddivisa nelle aree A, B e C, con differenti forme di amministrazione e controllo. L’Area C, che costituisce circa il 60% della Cisgiordania, è rimasta sotto controllo israeliano per sicurezza e amministrazione civile, in attesa di una soluzione definitiva negoziata.

È proprio in questo territorio che si trova gran parte degli insediamenti israeliani e che negli ultimi anni si è verificata una forte accelerazione delle politiche di espansione.

L’accelerazione del 2025

Per comprendere quello che sta accadendo nel 2026 bisogna partire dall’anno precedente. Secondo il rapporto dell’Unione Europea sugli insediamenti israeliani, nel 2025 il governo israeliano ha approvato l’istituzione di 54 nuovi insediamenti ufficiali in Cisgiordania, esclusa Gerusalemme Est: il numero più elevato mai registrato in un solo anno.

Nello stesso periodo sono stati creati 86 nuovi avamposti, con un ritmo medio compreso tra uno e due alla settimana.

Ancora più impressionanti sono i dati relativi alla pianificazione edilizia. Secondo il rapporto europeo, che riprende i dati delle organizzazioni israeliane Peace Now e Ir Amim, nel 2025 sono state portate avanti procedure riguardanti 27.941 unità abitative negli insediamenti della Cisgiordania e altre 35.370 unità a Gerusalemme Est.

Complessivamente si arriva quindi a 63.311 unità abitative interessate da procedure di pianificazione nel corso dell’anno. È importante precisare che ciò non significa che 63 mila abitazioni siano state effettivamente costruite: si tratta di progetti avanzati nelle diverse fasi amministrative.

Nel 2026 l’espansione continua

Il processo non si è arrestato.

In un rapporto presentato al Consiglio di Sicurezza l’11 agosto 2026, le Nazioni Unite hanno riferito che dall’inizio dell’anno le autorità israeliane avevano approvato o fatto avanzare circa 12.360 unità abitative: circa 7.200 nell’Area C e 5.160 a Gerusalemme Est.

Il governo israeliano aveva inoltre annunciato il 14 luglio circa 431 milioni di dollari di finanziamenti destinati a sostenere 34 nuovi insediamenti precedentemente approvati, finanziando infrastrutture e abitazioni prefabbricate.

Il fenomeno, quindi, non riguarda esclusivamente la costruzione delle case. Un insediamento richiede collegamenti stradali, reti elettriche e idriche, servizi, sicurezza e infrastrutture. Ed è proprio l’insieme di queste opere a modificare progressivamente la geografia della Cisgiordania.

Il punto decisivo si chiama E1

Uno dei progetti più controversi è quello denominato E1, nell’area compresa tra Gerusalemme Est e l’insediamento israeliano di Ma’ale Adumim.

Il progetto prevede complessivamente 3.401 abitazioni.

Ad agosto 2026 era stato pubblicato un bando relativo a oltre 1.200 abitazioni; a settembre è stato aggiunto un secondo bando per 2.167 unità, portando a 3.401 il totale interessato dalle gare.

E1 assume un’importanza particolare non tanto per le sue dimensioni quanto per la sua posizione geografica.

Secondo l’Unione Europea, la realizzazione del progetto dividerebbe di fatto la Cisgiordania, isolando ulteriormente Gerusalemme Est e compromettendo la continuità territoriale necessaria alla costituzione di un futuro Stato palestinese.

È questo uno degli aspetti fondamentali per capire il problema: sulla carta può continuare a esistere l’ipotesi di uno Stato palestinese, ma se il territorio viene progressivamente frammentato in zone separate fra loro, la sua realizzazione concreta diventa molto più complessa.

Non soltanto case: gli avamposti agricoli

Esiste inoltre un fenomeno meno conosciuto rispetto ai grandi insediamenti urbani: quello degli avamposti agricoli e pastorali.

Secondo quanto riferito dalle Nazioni Unite nell’agosto 2026 sulla base di organizzazioni israeliane di monitoraggio, questi avamposti eserciterebbero un controllo effettivo su un territorio vicino al 20% della Cisgiordania.

Il meccanismo è particolare perché bastano poche persone, allevamenti e strutture relativamente semplici per esercitare una presenza su superfici territoriali molto più grandi rispetto a quelle occupate materialmente dagli edifici.

Per questo, quando si parla dell’espansione degli insediamenti, limitarsi a contare il numero delle abitazioni può fornire un’immagine incompleta.

La violenza dei coloni e lo spostamento delle comunità palestinesi

Alla questione territoriale se ne aggiunge un’altra, particolarmente grave: la violenza.

Secondo l’ONU, fino al 10 agosto 2026 erano stati documentati oltre 1.430 episodi attribuiti a coloni israeliani che avevano provocato vittime, danni alle proprietà o entrambe le conseguenze, interessando circa 260 comunità palestinesi.

Nello stesso anno circa 3.800 palestinesi, quasi la metà bambini, risultavano sfollati a causa di una combinazione di violenze dei coloni, demolizioni e sfratti. Dal gennaio 2023, 127 comunità palestinesi avevano subito uno spostamento totale o parziale.

Il quadro non è però costituito da una violenza a senso unico. Nello stesso rapporto l’ONU ricorda che nel 2026 erano stati uccisi in Cisgiordania anche tre israeliani, due appartenenti alle forze di sicurezza e un civile, in scontri con palestinesi o in un presunto attacco con un veicolo.

La responsabilità dei singoli episodi deve naturalmente essere accertata caso per caso dalle autorità competenti.

Gli insediamenti sono illegali secondo il diritto internazionale?

Su questo punto occorre distinguere nettamente le diverse posizioni.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la Risoluzione 2334 del 2016, ha stabilito che gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati dal 1967, compresa Gerusalemme Est, non hanno validità giuridica e costituiscono una violazione del diritto internazionale.

Una conclusione ulteriormente rafforzata dal parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 19 luglio 2024. La Corte ha affermato che gli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est e il regime ad essi associato sono stati istituiti e vengono mantenuti in violazione del diritto internazionale. Ha inoltre indicato l’obbligo di cessare immediatamente ogni nuova attività di insediamento.

Il governo israeliano sostiene una diversa interpretazione su diversi aspetti giuridici e politici. In particolare, Israele sottolinea che gli accordi di Oslo lasciarono la questione degli insediamenti alle trattative sullo status finale e attribuirono alle parti competenze di pianificazione nelle rispettive aree di giurisdizione, compresa quella israeliana nell’Area C.

Questa posizione, tuttavia, non modifica quella espressa dalle principali istituzioni internazionali sullo status degli insediamenti.

Perché il governo israeliano continua a espanderli?

Le motivazioni non sono tutte identiche.

Una parte della politica israeliana considera la Cisgiordania – spesso indicata in Israele con i nomi biblici di Giudea e Samaria – parte della terra storica del popolo ebraico. Esistono inoltre motivazioni di sicurezza, strategiche, religiose e politiche.

Una parte dell’attuale classe dirigente israeliana esprime però apertamente un obiettivo ulteriore: impedire la formazione di uno Stato palestinese.

Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, uno dei principali sostenitori dell’espansione degli insediamenti, ha dichiarato esplicitamente che il progetto E1 contribuirebbe a impedire la nascita di uno Stato palestinese.

È quindi difficile considerare l’espansione soltanto come una politica abitativa. Per almeno una parte significativa del governo israeliano essa costituisce anche uno strumento politico e territoriale.

L’Italia e l’Europa

Anche l’Italia ha assunto una posizione precisa.

Il 21 agosto 2026, Italia, Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi, Canada, Norvegia, Australia, Nuova Zelanda, Svezia e Belgio hanno diffuso una dichiarazione congiunta contro il progetto E1, chiedendo al governo israeliano di ritirarlo.

Secondo questi Paesi, E1 rischia di creare una frattura attraverso la Cisgiordania e di compromettere la continuità territoriale dei territori palestinesi.

Due giorni dopo anche l’Alto rappresentante dell’Unione Europea ha ribadito che gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono considerati illegali secondo il diritto internazionale e ha chiesto a Israele di fermare E1 e gli altri progetti di espansione.

La vera questione: può ancora nascere uno Stato palestinese territorialmente continuo?

È probabilmente questa la domanda più importante.

Il 22 settembre 2026, intervenendo a una riunione internazionale sulla soluzione dei due Stati, il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha sostenuto che le condizioni necessarie alla creazione di uno Stato palestinese indipendente, sovrano, territorialmente continuo e sostenibile vengono progressivamente compromesse dall’espansione degli insediamenti, dagli avamposti e dalla crescente violenza.

Il problema può essere compreso osservando una carta geografica.

Un futuro Stato non necessita soltanto di una superficie territoriale complessiva. Ha bisogno di continuità territoriale, strade, collegamenti tra le città, accesso alle risorse, possibilità di sviluppo economico e controllo amministrativo.

Se tra una città palestinese e l’altra si moltiplicano insediamenti, strade e aree sottoposte a differenti sistemi di controllo, il territorio rischia di trasformarsi progressivamente in un mosaico.

Ed è proprio questa trasformazione, più ancora del semplice numero delle abitazioni, a rappresentare il cuore della questione.

Una trasformazione che rischia di diventare irreversibile

La Cisgiordania del 2026 è dunque molto diversa da quella sulla quale si discuteva ai tempi degli accordi di Oslo.

Gli insediamenti si sono ampliati, nuovi avamposti sono comparsi sul territorio, sono state costruite infrastrutture e sono avanzati progetti strategicamente rilevanti come E1.

Israele continua a indicare esigenze storiche, politiche e di sicurezza, mentre una parte dell’attuale governo dichiara apertamente di voler impedire la nascita di uno Stato palestinese. Dall’altra parte, palestinesi, Nazioni Unite, Unione Europea e numerosi governi sostengono che proprio l’espansione degli insediamenti stia rendendo sempre più difficile quella soluzione dei due Stati che per decenni ha costituito il principale riferimento della diplomazia internazionale.

La questione, dunque, non riguarda soltanto quanti coloni o quante abitazioni ci saranno in Cisgiordania tra qualche anno.

Riguarda qualcosa di ancora più sostanziale: quale territorio rimarrà concretamente disponibile per un eventuale Stato palestinese e se quel territorio sarà ancora sufficientemente continuo e autonomo da poter funzionare realmente come uno Stato.

Ed è per questo che ciò che sta accadendo oggi in Cisgiordania potrebbe pesare sulla configurazione politica del Medio Oriente per molti decenni.

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GEO: Cisgiordania – Gerusalemme Est – Israele – Territori palestinesi – Medio Oriente

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