Prima di proseguire, è bene avvertire il lettore di una cosa.
Su questo treno vigono regole che non troverete in nessun regolamento ferroviario, e la prima è forse la più importante: le parole non sono tenute a rimanere ciò che erano quando sono state pronunciate.
Una parola può salire a bordo come “soja” e scendere alla stazione successiva trasformata in “troia”, un nome può appartenere a una persona che non è mai esistita, un ricordo può precedere colui che lo ricorda e, se Boris decide di ascoltare, perfino una conversazione privata può diventare materia di letteratura.
Non è un errore del racconto.
È il regolamento.
[Mefistofele alza gli occhi dal giornale.]
E chi non lo accetta, farebbe meglio a scendere alla prossima fermata.
[Il treno fischia. Fuori, la Siberia continua a passare.]
Il treno correva verso Vladivostok con quella sua ostinazione sovietica, lunga, pesante, quasi offesa dal fatto che il mondo fosse così grande, e fuori dai finestrini la Siberia scivolava via in silenzio, prima una distesa di betulle nere contro il cielo, poi piccoli villaggi con tre case, un cane, una luce accesa dietro una tenda, poi di nuovo il nulla, neve sporca ai bordi dei binari e foreste che sembravano non avere mai ricevuto la notizia della fine dell’inverno.
Nel vagone, invece, la vita continuava con una normalità così perfetta da diventare sospetta.
Le due donne parlavano a bassa voce, ma non abbastanza, perché sui treni nessuno parla davvero a bassa voce, si limita a credere di farlo.
«Te lo dico io, Silvia non può sposarsi con quel piede.»
«Ma si sposa lo stesso.»
«E allora che si metta le scarpe basse.»
«Lei voleva i tacchi.»
«I tacchi? Con il metatarso rotto?»
Una risata breve, soffocata nella mano, poi il paesaggio prese per un momento il posto della conversazione, una fila interminabile di betulle comparve oltre il vetro e sembrò che fossero loro, le betulle, a seguire il treno, correndo insieme ai finestrini.
«Comunque il tipo che l’ha portata in ospedale era bellissimo.»
«Quello biondo?»
«Biondissimo. E con un culo che, guarda, io non so come dirtelo…»
L’amica abbassò gli occhi, come se il culo del soccorritore potesse materializzarsi improvvisamente sotto il sedile.
«Le ha dato il numero?»
«Numero, WhatsApp, email, tutto.»
«E lei?»
«Lei niente, dice che si sposa.»
«Ah.»
Quell’“ah” rimase sospeso nell’aria con la gravità di una sentenza.
In fondo al vagone, Boris ascoltava.
Era seduto composto, il pelo nero lucido, il fiocco rosso al collo perfettamente annodato, le zampe raccolte con l’eleganza di un diplomatico che avesse appena assistito alla caduta di un impero.
Accanto a lui Mefistofele guardava fuori dal finestrino.
Il paesaggio cambiava lentamente, la neve lasciava posto a grandi campi bruni, poi a una foresta fitta, poi a una pianura immensa nella quale il cielo sembrava essersi dimenticato di tramontare.
«Gli uomini sono straordinari», disse Mefistofele.
Boris non si mosse.
«Per cosa?»
«Riescono a tradire un matrimonio prima ancora di celebrarlo e a farlo sembrare un problema di scarpe.»
Boris socchiuse gli occhi.
«Non è tradimento.»
«No?»
«È letteratura.»
Mefistofele lo guardò.
«La letteratura?»
«Una donna con un piede rotto, un matrimonio imminente, un uomo biondo con un corpo memorabile, un numero di telefono e un paio di sandali. Cosa vuoi di più?»
Mefistofele sorrise.
«Un testimone.»
Boris si voltò verso le due donne proprio nel momento in cui una di loro pronunciava la parola fatale.
«Io avrò una borsa argento, però.»
«E le scarpe?»
«Argento anche quelle. Con le mie gambe color latte di soja, stanno benissimo.»
La voce arrivò disturbata dal telefono, che aveva appena iniziato a gracchiare, la linea andava e veniva, le parole si deformavano, soja diventava ssss… oia… troia…, e dall’altra parte qualcuno evidentemente aveva deciso che il problema non fosse la tecnologia ma la morale.
La donna al telefono insistette.
«No, soja, ho detto soja! Latte di soja!»
Il telefono gracchiò di nuovo.
Lei rimase immobile, ascoltò, poi guardò l’amica.
«Questa ha capito troia ed io dicevo soja.»
L’amica si coprì la bocca per non ridere.
Boris invece rise.
Non forte, naturalmente, perché un gatto elegante non ride mai forte, ma con quel piccolo movimento delle vibrisse che, in certe circostanze, è molto più inquietante di una risata.
Mefistofele sospirò.
«Il linguaggio umano è un sistema fallimentare.»
«No», disse Boris, «è un sistema perfetto.»
«Perfetto?»
«Sì. Basta che nessuno capisca.»
Fuori, il treno attraversò un ponte e sotto di loro comparve un fiume enorme, nero e immobile, con il ghiaccio che si spezzava in grandi lastre bianche. Per qualche secondo il vagone sembrò sospeso sopra quell’acqua infinita, e le luci delle carrozze si rifletterono sul ghiaccio come piccole stelle malate.
Poi il ponte finì.
Le due donne continuarono a parlare.
Parlarono della sposa, del vestito, delle scarpe, del biondo, del suo culo, del fatto che certe occasioni capitano una volta sola nella vita, del fatto che invece i matrimoni, a ben vedere, capitano anche più di una volta, e ogni tanto una delle due guardava fuori dal finestrino e taceva, come se la Siberia avesse improvvisamente detto qualcosa che non era prudente ripetere.
Boris si alzò.
Attraversò il corridoio con passo lento e andò a sedersi di fronte a loro.
Le due donne lo guardarono.
«Che bello», disse una.
Boris inclinò appena la testa.
«Parla italiano?» chiese l’altra.
«No», disse Boris.
Le donne si guardarono.
Mefistofele, dall’altro lato del vagone, chiuse gli occhi.
«Cominciamo bene», mormorò.
Boris appoggiò le zampe sul tavolino.
«Avete detto soja.»
Silenzio.
Il treno continuava a correre.
Fuori passavano alberi, neve, case isolate, pali della luce, stazioni senza nome, piccoli fuochi lontani, poi ancora foresta, ancora cielo, ancora quella Siberia interminabile che sembrava non voler concedere all’uomo nemmeno la consolazione di arrivare da qualche parte.
La donna fissò Boris.
«Tu… hai sentito?»
«Ho sentito tutto.»
«E hai capito?»
Boris guardò Mefistofele.
Mefistofele guardò il paesaggio.
«Ha capito più di quanto fosse necessario», disse.
Boris tornò a guardare la donna.
«Io ho sentito soja.»
La donna respirò.
«Meno male.»
«Ma lei ha sentito troia.»
La donna rimase con la bocca aperta.
L’amica scoppiò a ridere.
E fu allora che il treno entrò in una galleria.
Per qualche istante i finestrini divennero specchi neri e dentro quegli specchi comparvero i volti dei passeggeri, deformati dalla luce intermittente, il volto della donna, quello dell’amica, Mefistofele, Boris con il suo fiocco rosso, e per un attimo, proprio dietro di loro, anche il volto del biondo soccorritore che nessuno aveva invitato.
Poi la galleria finì.
La Siberia tornò a scorrere.
Boris si alzò.
«Non preoccupatevi», disse. «Succede spesso.»
«Cosa?»
«Che una parola ne diventi un’altra.»
Mefistofele lo raggiunse nel corridoio.
«E qualche volta», disse, «è tutta la vita a diventare un’altra parola.»
Il treno fischiò nella notte.
Da qualche parte, molto lontano, una stazione si preparava ad accoglierli, mentre fuori dai finestrini il paesaggio continuava a scorrere, lento e smisurato, come se il mondo intero fosse stato messo su rotaie e qualcuno, lassù, avesse dimenticato di azionare il freno.
Boris guardò il buio.
«Vladivostok è ancora lontana.»
Mefistofele sorrise.
«Per fortuna.»
E il treno continuò a correre.
Sergio Batildi
“Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a esclusivo scopo illustrativo. Non rappresenta necessariamente persone, luoghi o fatti reali.”
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