Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a esclusivo scopo illustrativo.
LA LEGGENDA DEL DIO PESCATORE
IL DUCA DI SALINELLA
QUINTA PUNTATA
— Siamo arrivati — aveva detto alla fine della strada, fermandosi davanti ad un portone. Era dirimpetto alla barberia di don Procopio Bellaccheri, ed alle spalle dell’abside di San Nicola, all’angolo d’una scalinata che costeggiando la chiesa finiva davanti ad una modesta piazzetta su cui s’affacciava un groviglio di poveri dammusi. Estratta una chiave dal farsetto sotto l’ampio mantello, aveva schiavato la serratura spalancando poi il portone. — Troverai una lanterna ed un acciarino all’inizio della scala –. E nel girarsi l’aveva quasi sfiorata. — Non venite con me? — gl’aveva detto con l’intenzione di ringraziarlo nell’unica maniera che le era possibile. — Sarai stanca, va’ da sola –. Com’era cambiato dai tempi della giovinezza! Eppure, eppure c’era qualcosa che gl’impediva di guardarla come si talia una femmina bella come il sole e con la pelle come la seta, e che per sdebitarsi gl’aveva offerto le giovani carni sfiorandolo di proposito delicatamente. La notte era piena ed ambedue sentivano la necessità di riposarsi. — Chi siete? — aveva poi insistito Mena Ciccazzo. — Un ammiratore delle stelle –. Ne sapeva ogni nome quando le mirava nel cielo del Mare africano a bordo del vascello. Splendevano caste e pure. Quaggiù invece riverberavano di vergogna. Era stato restio a presentarsi, forse per un eccesso di prudenza, perché non si sapesse che aveva dato ospitalità alla buttana che nei giorni a venire avrebbe acceso la fantasia d’ogni uomo del circondario. Avrebbero parlato di lei con poco sentimento, ma con quanto e quale desiderio!, chiamandola in modo diversi, con nomignoli più o meno irriverenti. Infine, sarebbe stata conosciuta come la picciotta della strada Della Piancada, mentre per le mogli sarebbe stata semplicemente a stuppagghiara, una che sa come chiudere i buchi coi tappi. — Puoi rimanere quanto vuoi — l’aveva rassicurata il duca prima di lasciarla e di proseguire per l’ultimo tratto della Piancada. Dopo San Nicola, raggiunto lo slargo, s’era fermato davanti a palazzo Della Conciara a guardare l’imponente edificio e le finestre agghindate da motivi floreali, con foglie querciuto e ghiande. Dietro ad una di queste, un’ombra pareva aspettarlo. — Eccolo lì, in ansia per il padrone –, aveva pensato prima d’attraversare il portone. Il cielo notturno s’era fatto d’argento tra gli squarci delle nuvole. Un quarto di luna si specchiava con la gobba a ponente nell’immensità dell’infinito, ed anche sui pensieri degl’uomimi, piccoli quanto inutili ed inconcludenti.
– E che bisogno c’è di mettere i mutandoni pi bannera? — spiò don Galileo Filippo Della Conciara ch’ancora non riusciva a capirne il motivo. — Ma pi dari l’avviso! — trillò ruvidamente il barbiere. — L’avviso? L’avviso di che? Che volete dire? Spiegatevi meglio! –. Don Procopio Ballaccheri lo guardò con una mala taliata, al duca piaceva babbiare anche quando non c’era bisogno!. Era un uomo di spirito, ma certe volte scassava proprio la vàddara! — Voscenza sapi come cert’uomini mortificati dalle mogli, mischini, che possono fare? Sfogarsi ca sipala dei fichi d’India? Co purtuso della botte? No!, vanno da Mena Ciccazzo che è sempre pronta a scaldare u broru che favi! –. Qui don Procopio Ballaccheri si rammaricò per quelle parole tanticchia colorite. — Eccellenza, non volevo mancarvi di rispetto, vi domando perdono — . Il duca divertito dalla sua faccia mortificata e da quelle parole poco vastase per la verità, ma colorite assai, non disse nulla. Di quante parole più vastase era stata la sua giovinezza!, e tutte per cantare la bellezza femminina a cui i poeti continuavano a dedicare rime e versi, ma mai con il proposito di magnificare l’unica cosa che non faceva rima né con cuore e neanche con amore. Non era mai stato un poeta, ma aveva fatto tremare lo stesso le donne, certo, non per un sentimento letterario, ma per qualcosa d’altro che niente aveva a che fare con quel genere. Ora, messi a dormire gl’istinti, passava il tempo a taliare le ricamatrici del portico e a scrivere per loro versi senza capo né coda. Si mortificava lo spirito e s’arraggiava i nervi, senza sapere dove sbattere la testa, ché lo spirito ancora reclamava ciò che la carne non voleva più sapere.
— Continuate — gli disse il duca. Gli piaceva quel modo ch’aveva spassoso ed in un certo senso pure divertente, di narrare quella storia. — Ecco, fu per la scerra che la picciotta venne ad aprire la bottega qui, alla Piancada. Mai la strada è stata così china ri cristiani schetti e maritati, picciotti e ommini ranni (Il barbiere non disse vecchi per non mancare ancora di rispetto al duca), tutti mascariati per non farsi riconoscere. Ed all’inizio tanta fu la folla davanti al portone, che la ronda si mise in allarme. E una mattina capitò coi morioni luccicanti qui, alla Piancata!, per una perlustrazione fuori ordinanza! Che farsa ci fu! –. Il barbiere come sempre raccontava la storia col solito piglio picaresco, buttandola a babbio. Aveva da poco superata la cinquantina. Era chiaro di carnagione e longilineo di costituzione. Non aveva l’abitudine di riempire il falsetto con stracci o stecche metalliche per mostrare una pancetta che non c’era, tenuta in grande considerazione dalla moda corrente. La barbetta donava al viso scarno l’espressione profonda dei cantastorie, e probabilmente lo sarebbe stato se non avesse fatto il barbiere. — Ecco, ora sapete perché i mutandoni si trovano dove sono — concluse. — Na minchia saccio! — esclamò il duca facendo sobbalzare il maestro di casa alle sue spalle. Il barbiere, anche lui scosso, era rimasto però con lo sguardo attaccato ai mutandoni per non incontrare gl’occhi del duca. — Don Procopio!, non m’avete ancora spiegato perché i mutandoni stanno dove sono! — continuò il duca. — Non l’ho detto? — farfugliò lui. — Che stanno a significare? — lo incalzò ancora. Il barbiere talio’ Geremia Mangiagli, oh!, se almeno lui l’avesse capito! Il maestro di casa per non dare torto al duca e ragione al barbiere, sì girò da un’altra parte. Era aduso alle conversazioni del duca. Il più delle volte gli risultavano incomplete e discontinue, altre volte erano solo le allucinazioni d’una mente alla deriva, in ogni caso era lui il padrone, perciò, aveva sempre ragione. A dire il vero, il duca era così da quando aveva abbandonato il mare e tutte le insulse cerimonie ch’avevano accompagnato la sua vita militare, pensate e messe in atto per spaventare la povera gente con sfilate e marcette ed altre minchionerie. Sospirò ed invito’ il barbiere ad avere pazienza. Anche lui tante volte era costretto a mangiarsi le mani, quando vedeva il duca che, affacciato alla finestra che dava sul convento delle benedettine, ragliava come un asino azzoppato
versi d’amore alle ricamatrici del portico. Loro si divertivano, e per aizzarlo alzavano un poco le sottane sulle caviglie lasciandogli vedere un pezzo delle calze di lana, come fosse stato l’intimo argine, la soglia d’ogni delirio a cui lui inutilmente aspirava. Qualcuna osava più d’ogni altra, e lo guardava cogl’occhi spalancati sbattendo le palpebre. Il duca non aveva dubbi, era amore!, e quella ancora indugiava con sorisetti e con cenni d’intesa solo per il piacere d’amminchialirlo, e lui manco s’accorgeva che gli faceva la farsa. — Ah!, la carne, sì giovane e bella come freme! — esclamava pieno d’ardore, mentre nel petto il cuore gli tremava come una foglia stuzzicata dal vento –.
— Quando sono appesi significa che Mena Ciccazzo è impegnata! — disse il barbiere ricalcando ogni parola, — Quando non ci sono, è libera e si può salire! –. Il duca rimase a taliarlo stranito dalla meravigliosa trovata. La picciotta non era dunque soltanto fimmina fimmina!, era anche geniale!, una meraviglia di fimmina! Non ci sarebbe mai arrivato a sbrogliare da solo quella matassa! Perciò era rimasto a bocca spalancata e con la faccia come un vecchio libro aperto, tutta giallinusa! Il silenzio che seguì allo svelamento fu imbarazzante per entrambi, e tutti e due non sapevano dove guardare, se ancora i mutandoni oppure guardarsi in faccia e magari mettersi a ridere per finire la storia a divertimento. Era la trovata più geniale messa in atto da una buttana! Si dispiaceva soltanto di non essere fra coloro a cui la vita concedeva ancora quel sano trastullo scaccia pensieri. Chiarito il mistero, erano rimasti tutti e tre in silenzio a guardare i mutandoni, l’avviso che la picciotta era impegnata. — E cu è st’ommunu furtunatu che adesso è con lei? — volle poi sapere il duca. — Ma quanto voli sapiri! — pensò il barbiere che non ci teneva a farsi passare per uno che ficcava il naso negl’affari degl’altri. E se gli capitava di vedere qualcosa d’insolito, era lesto a girare un solo occhio da un’altra parte ed a taliare con l’altro. — E che faccio?, glielo dico a questo babbasunazzu? –penso’. — Attento mastro Ballaccheri! — gli disse il duca. — Mìnchiuni!, sapi macari leggeri na testa! — pensò il barbiere lasciando di guardare i mutandoni che svolazzavano all’òria mattutina, spandendo tutt’intorno intermezzi voluttuosi e chimerici. E chi, a quell’intimo fiatare alzava l’intesa, restava a guardarli frastornato, ma chino di piacere. E se qualcuno gli passava accanto, — Cu c’è, Cu c’è dintra a casa? — spiava. — Na buttana! — rispondeva quello , — Bedda comu l’acqua ra saja, frisca comu l’acqua ro puzzo e d’arricrio comu l’acqua ro mari! – gli diceva ancora. – E chi siti poeta? – gli spiava poi sentendosi babbiato. – Ed ancora non vi dissi dell’acqua del cielo che cade sulla terra seccagna! – gli diceva prima d’allontanarsi, lasciandolo a taliari i mutandoni come fosse stato il sole dopo una settimana di malo tempo. — E quannu mai chiovi?! Mancu a priari i santi chiovi!–. continua….
A cura di Francesca Giordano
Per approfondire l’attualità nazionale, la cronaca, la cultura e le notizie dal territorio, visita anche Alessandria Post: https://italianewspost.com/ e https://piercarlolava.blogspot.com
E quannu mai chiovi?! Mancu a priari i santi chiovi!-
"Mi piace""Mi piace"