Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a esclusivo scopo illustrativo.

LA LEGGENDA DEL DIO PESCATORE

IL DUCA DI SALINELLA

quarta puntata…

La casa prima era inabitata – cominciò il barbiere, — ora ci venne a stare na fimmina bidduna! — poi disse impalledendo. Immaginò il duca avvilito per non essere più il picciotto d’un tempo, quando aveva domato giovenche e manze fuggite dal recinto in cui erano state legate, per portarle a pascolare nel proprio prato. Adesso poteva forse capitargli qualche vecchia giumenta a cui piaceva ancora il peso del basto. — E cu è sta meravigghia? — gli domandò lui ignorando tutto il resto. — Mena Ciccazzo! — gli disse il barbiere mentre taliava il balcone pensando al carnevale che lì dentro si consumava a porte chiuse. Anche lui s’accendeva di passione, quando al rituale uso del rasoio sulla coramella, alzava gl’occhi al balcone della buttana sentendosi come un mare in tempesta. Quella presenza a due passi dalla sua bottega non gli dava pace. Quante volte aveva pensato di lasciare tutto, rasoio, pennello e clienti, attraversare la strada e spingersi su per le scale per imbrigliarla come una cavalla, carezzandole la criniera per sentirne il nitrito selvaggio. L’incertezza a cui s’abbandonava finiva quasi sempre per farlo apparire la bonaria caricatura d’un picaro il cui ardimento sfogava nel brusco saliscendi del rasoio sulla coramella. Ed allora taliava il balcone con rancore, e pure gl’uomini che sostavano sulla strada Della Piancada cogl’occhi ai mutandoni, in silenzio e con la pazienza d’un certosino. — Mena Ciccazzo? — spiò il duca fingendo di non conoscerla. La conosceva perfettamente e sapeva pure come fosse capace d’asservire chiunque avesse avuto voglia di strapazzarla. — E chi vinni a fari? — poi gli domandò per babbiarlo. In realtà in quella storia c’era di mezzo anche lui, come vedremo, ma in quel momento aveva piacere a babbiarlo per sentire la sua parlantina spassosa e colorita. — Una scerra ci fu l’altra sera. La picciotta, quella che ha messo i mutandoni sul balcone, s’acchiappo’ con Artemisia. Coppa all’urbigna e a levapilu! Si stirarono ‘nterra a d’arisi cauci e muzzucuna! — disse il barbiere. — E picchi? — con la voce che lo faceva tanticchia dispiaciuto. Insomma, quale era stato l’oggetto del contendere? Il barbiere si mostrò refrattario a continuare, aveva parlato anche troppo, una cosa disdicevole in una terra in cui anche un debole sospiro rintrona col fracasso d’una cannonata. Ma tant’è che tutto si sa e niente resta chiuso dentro il muro del silenzio. Ah!, il vento com’è chiaccherone! — Il cerusico di Porta dei sospiri! — infine disse piano per non farsi sentire dai passanti che, ignari delle loro chiacchere, erano invece interessati all’esposizione dei mutandoni. — Mìnchiuni!, don Totuccio Barbato? E chi ci trasi? — spiò amminchialuto il duca. — Si dice, ma io non lo saccio se veramente è così, che il cerusico non ci fa niente alle femmine — sbottò il barbiere dopo il breve silenzio. — E che viene a dire? — domandò nuovamente il duca. La cosa gl’era nuova e poco credibile. — Ci gioca solamente! — continuò il barbiere. — Don Procopio, spiegatevi meglio — lo esortò il duca. Quello che aveva appena sentito era stato come un coltellata nella schiena! Ma forse, era solo una diceria che qualche ammalato scontento aveva messo in giro per dispetto. — Le gira, le volta, le rigira, le talia. Le usa come studio scientifico per i suoi esperimenti. E quelle, babbasunazze, si fanno voltare e rivoltare perché, oltre a visitarle, le paga pure! Ora, le due femmine s’acchiapparono non perché volevano mettere la scopa nel manico, ma per farsi visitare! — concluse il barbiere con un lungo sospiro. — E comu finiu? — spiò il duca che la conclusione della lite la conosceva bene. — Comu finiu? E comu hava a finiri? La povera Artemisia uscì tutta mascariata coi capelli sparpagliati nterra comu ci fosse stato u tagghiu ra timugna. Insomma, comu a restuccia dopo che passano i mietitori — continuò il barbiere, — Non fu na scerra per un pezzo di sausizza! Che vergogna! —

Che bella rappresentazione letterarie aveva fatto il barbiere! Non era colto, e nemmeno gl’importava d’esserlo, ma era un fino conoscitore dell’umanità che giorno e notte transitava dalla via Della Piancada o capitava nella sua bottega, traendo spunti di filosofia spicciola a sentire confabulare certi personaggi per natura teatranti, mentre altri duri di comprendonio, erano na camuria sentirli e parlarci. Il duca no, non era camuriusu, forse tanticchia teatrante, un po’ eccentrico, ma era uno spasso sentirlo, anche se quando parlava non faceva mai capire se babbiava o se diceva sul serio. In ogni caso, aveva sempre un’aria burbera da vecchio ufficiale, ma era sicuro che invece babbiava!, pure con la faccia distratta e con gl’occhi che guardavano altrove.
La sera della scerra l’intervento provvidenziale d’Ariguccia Buonadonna aveva impedito che la lite degenerasse e che Artemisia finisse tutta allanzata. Nonostante la presenza della maitresse, la nuova picciotta sarebbe stata pronta a passare nuovamente alle mani se soltanto Artemisia si fosse azzardata ad alzarsi dal pavimento. Lei da terra, aveva continuato a puntarle freddamente gl’occhi addosso. Aspettava il momento propizio per alzarsi a mascariarla. Non era intenzionata a perdere, di non essere più il centro gravitazionale di quel piccolo mondo. Era stata malmenata, umiliata, e come s’aspettava, nessuna dell’altre s’era mossa a darle una mano. Anzi, erano state grate alla picciotta, finalmente c’era qualcuna capace di farle inghiottire il fiele che aveva sputato addosso a loro, insieme ad altre vastasate. I pochi clienti s’erano tirati in disparte dal tafferuglio. Ma non era mancato qualche incoraggiamento in suo favore, da chi aveva trovato conforto tra le sue braccia. Ariguccia Buonadonna aveva decretato la fine della lite ricorrendo ad un provvedimento inaspettato e ritenuto da tutti quanto mai ingiusto. La picciotta doveva abbandonare la casa! In realtà, aveva preservato l’incolumità della donna che contribuiva alla sua fortuna. Poco contava l’altra, era ancora acerba. — Vattinni! —
le aveva gridato in faccia. La picciotta aveva ubbidito uscendo all’stante per non mascariare pure lei. Senza niente era arrivata, e senza niente se n’andava. — Ed ora, unni vai?–. La voce maschile alle sue spalle, così improvvisa, l’aveva fatta sobbalzare, nonostante il tono fosse stato amichevole. S’era girata di scatto trovandosi davanti ad un uomo un po’ più alto di lei. Non era massiccio, e vestiva alla maniera dei signori. Il tricorno gl’oscurava buona parte del viso. Probabile avesse assistito alla scerra all’interno del casino e dopo l’avesse seguita. Non lo vedeva bene, ma forse era lui a non farsi scorgere. — Chi siete? — gl’aveva domandato. — Che importa? — aveva risposto, — Voglio aiutarti — aveva poi aggiunto continuando col dirle che aveva una casa sfitta più avanti, sulla stessa strada. Se voleva, poteva abitarla lei. — A quali condizioni? — gli aveva domandato lei. — A nessuna — aveva risposto lo sconosciuto. La picciotta sapeva bene che non aveva altre alternative, al momento non era un’offerta da rifiutare. — Accetto — gl’aveva detto andandogli più vicina. L’aveva poi seguito costeggiando al suo fianco la fila di case sulla mancina quasi a ridosso dei muri. Durante il breve tragitto l’uomo non aveva cercato di familiarizzare. Ma quale ragione l’aveva spinto a togliere la ragazza dalla strada? Forse per un gesto di solidarietà, un atto spontaneo e non preventivato e neanche messo in conto. Forse perché sentiva per lei un che di familiare, ma non si trattava d’una passione che talora spinge i vecchi ad innamorarsi d’una giovane donna per farne un’amante tardiva. Piuttosto d’un amore genuino, casto e puro che solitamente lega un padre alla figlia. — Minchiate! — aveva esclamato il duca facendola sobbalzare nuovamente. Eppure…

continua

Vincenzo Savoca

A cura di Francesca Giordano

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