Con “Scrivere non ci salverà”, Vito Ferro propone una riflessione ampia e tutt’altro che consolatoria sul bisogno contemporaneo di essere visibili, riconosciuti e considerati importanti. Prendendo le mosse dal libro La conquista dell’infelicità di Raffaele Alberto Ventura, l’autore osserva il lavoro culturale, i social network e le piattaforme alternative per mostrare come persino la scrittura possa essere assorbita dalla competizione per il prestigio.
Pier Carlo Lava
Il punto di partenza è un paradosso della società contemporanea: disponiamo di una quantità di beni, servizi e possibilità impensabile per le generazioni precedenti, eppure continuiamo a sentirci incompleti, in ritardo e insufficienti. Molti bisogni materiali sono stati soddisfatti, ma al loro posto è cresciuto il desiderio di contare, distinguersi e ricevere conferme.
Secondo l’interpretazione proposta da Ferro, non vogliamo soltanto vivere meglio: vogliamo valere più degli altri. Il nostro valore non viene più percepito come una qualità autonoma, ma come una posizione occupata all’interno di una classifica continuamente aggiornata. È necessario essere più seguiti, più letti, più apprezzati, più competenti o apparentemente più felici.
In questo contesto, l’invito a “diventare ciò che siamo” perde la sua forza liberatoria e rischia di trasformarsi in una forma di pressione. L’individuo viene incoraggiato a migliorarsi, espandersi e ottimizzarsi senza sosta. Il sé non è più una realtà da conoscere, ma diventa un’impresa da amministrare e un prodotto da presentare agli altri.
Quando il risultato non arriva, la responsabilità ricade interamente sulla persona. Se non siamo felici, visibili o realizzati, significa che non abbiamo lavorato abbastanza su noi stessi. Il sistema che produce frustrazione rimane sullo sfondo, mentre il singolo interpreta il proprio disagio come una colpa personale.
Uno dei passaggi più efficaci dell’articolo riguarda il lavoro culturale. Scrittori, giornalisti, artisti e creatori di contenuti vengono spesso invitati a fare ciò che amano, anche quando mancano compensi adeguati, tutele e prospettive concrete. La vocazione può così diventare una giustificazione elegante dell’autosfruttamento: si lavora per ottenere visibilità e prestigio simbolico, nella speranza che prima o poi arrivino anche il riconoscimento e una vera possibilità professionale.
La promessa, però, viene continuamente rinviata. Tutti devono dichiararsi originali e insostituibili, mentre il sistema considera quasi tutti facilmente sostituibili. È una delle contraddizioni più amare individuate da Ferro: l’individualità viene celebrata proprio mentre le persone diventano intercambiabili.
Il discorso si sposta quindi sui social network, descritti non soltanto come strumenti di comunicazione, ma come spazi nei quali avviene un confronto permanente. Ogni contenuto pubblicato diventa un’esposizione pubblica; ogni reazione, visualizzazione o mancato apprezzamento può trasformarsi in una valutazione del nostro valore.
La frase “Se non appari, non esisti” sintetizza con efficacia questa condizione. La persona finisce per vivere dentro una vetrina nella quale deve raccontarsi, rendersi riconoscibile e dimostrare continuamente di essere attiva. Anche la spontaneità rischia di diventare una prestazione.
Ferro collega questa dinamica al concetto di “enshittification”, formulato da Cory Doctorow per descrivere il progressivo deterioramento delle piattaforme digitali. All’inizio esse si presentano come spazi aperti, innovativi e favorevoli agli utenti; successivamente iniziano a privilegiare i propri interessi economici, riducendo la qualità dell’esperienza e aumentando la dipendenza di chi vi ha investito tempo, relazioni e reputazione.
Particolarmente interessante è l’analisi delle piattaforme considerate alternative, con un’attenzione specifica a Substack. Ferro non sostiene che Substack sia necessariamente peggiore degli altri ambienti digitali. Il suo bersaglio è l’aspettativa salvifica che spesso accompagna ogni nuova piattaforma.
Ogni volta sembra di avere finalmente trovato il luogo nel quale conteranno la qualità e la scrittura autentica, non gli algoritmi e i numeri. Dopo l’entusiasmo iniziale, però, ricompaiono visualizzazioni, gerarchie, gruppi influenti e competizioni. Cambia l’interfaccia, ma il bisogno umano di ottenere legittimazione rischia di rimanere identico.
L’autore evita così una risposta troppo semplice. Abbandonare un social non significa automaticamente abbandonare la logica del confronto. Possiamo spostarci in un ambiente apparentemente più raffinato, continuando tuttavia a misurare noi stessi attraverso l’attenzione ricevuta.
Il passaggio più radicale dell’articolo riguarda proprio la scrittura. Si ripete spesso che bisognerebbe “scrivere per scrivere”, liberandosi dal desiderio di successo. Ferro osserva però che nemmeno questa intenzione individuale è sufficiente, perché i testi vengono comunque inseriti in un sistema che tende a classificarli e trasformarli in strumenti di posizionamento.
Anche la lettura può perdere la propria funzione più profonda. Invece di leggere per comprendere, fermarsi e lasciarsi cambiare, si può leggere per stabilire chi sia autorevole, chi abbia successo e quale posizione occupi ciascuno. La cultura diventa allora un altro luogo di competizione.
La nota conclusiva dell’autore evita opportunamente una generalizzazione assoluta: esistono ancora persone che leggono e scrivono per autentica necessità interiore. Il problema non riguarda necessariamente le intenzioni individuali, ma un meccanismo collettivo che tende a convertire perfino le esperienze più sincere in reputazione, visibilità e confronto.
Il titolo “Scrivere non ci salverà” non afferma che scrivere sia inutile. La scrittura può aiutare a comprendere se stessi, comunicare, custodire la memoria e costruire relazioni. Ciò che non può fare è liberarci automaticamente dal bisogno di riconoscimento o dalle strutture nelle quali viene prodotta e diffusa.
L’articolo di Vito Ferro è lucido proprio perché non offre una nuova formula motivazionale. Ci invita, invece, a rinunciare all’idea che ogni attività debba renderci qualcuno agli occhi degli altri. Scrivere forse non ci salverà, ma può ancora aiutarci a vedere con maggiore chiarezza il sistema nel quale viviamo, a condizione di non trasformare anche questa consapevolezza nell’ennesima medaglia da esibire.
Testo originale: “Scrivere non ci salverà” di Vito Ferro – Scrittore Ad Ore
Fonte del testo: “Scrivere non ci salverà” di Vito Ferro – Scrittore Ad Ore
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Recensione di “Scrivere non ci salverà” di Vito Ferro, una riflessione sul bisogno contemporaneo di riconoscimento, sull’autosfruttamento nel lavoro culturale e sul rischio che social network e piattaforme alternative trasformino anche la scrittura in una gara per la visibilità.
GEO: Italia
Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a scopo illustrativo.