Immagine illustrativa realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale.
Dalla “fase esplicita” alla presenza profonda
Riprendendo la visione del fisico David Bohm, la nostra società digitale ha scambiato l’ordine esplicito (il display, il numero di follower, il messaggio inviato) per l’unica realtà possibile, dimenticando l’ordine implicito: quel tessuto invisibile di sguardi, empatia, ascolto e presenza fisica che costituisce la vera sostanza delle relazioni umane.
Riconnettere i ragazzi non significa eliminare la tecnologia, ma restituire loro il valore dell’imperfezione e del tempo non mediato dagli schermi. Solo riscoprendo la bellezza del contatto reale sarà possibile trasformare una “connessione di dati” in una reale condivisione umana.
L’idea di utilizzare l’entanglement quantistico come metafora della socializzazione nell’era digitale è efficace. Permette di contrastare la sensazione di “connessione totale” (l’illusione digitale) con la reale disconnessione emotiva e l’isolamento fisico dei giovani.
In fisica quantistica esiste un fenomeno affascinante noto come entanglement (intreccio). Due particelle correlate si influenzano a distanza in modo istantaneo: ciò che accade a una si riflette immediatamente sull’altra, a prescindere dallo spazio che le separa. Per un osservatore esterno, sembrano un’unica entità legata da un filo invisibile.
Osservando un gruppo di adolescenti oggi — seduti allo stesso tavolo, ognuno immerso nello schermo del proprio smartphone, PC o tablet — la tentazione è quella di rivedere in loro una forma di entanglement artificiale.
I giovani di oggi condividono lo stesso spazio fisico, ma i loro stati d’animo, la loro attenzione e le loro reazioni sono “intrecciati” alle notifiche, ai trend e ai flussi di dati dei loro dispositivi. Reagiscono all’unisono allo stesso meme, condividono il medesimo linguaggio visivo, si “clonano” negli atteggiamenti e nelle estetiche proposte dagli algoritmi.
Ma se nell’entanglement quantistico la connessione è profonda e fondamentale, la connessione digitale dei ragazzi produce l’effetto opposto: un’illusione di vicinanza che genera isolamento.
La clonazione digitale e la perdita dell’empatia reale
Gli schermi degli smartphone funzionano come specchi riflettenti. L’esposizione prolungata a modelli standardizzati sui social media produce una forma di uniformazione — una “clonazione” di comportamenti, paure e desideri.
Questa concentrazione costante sullo schermo sottrae spazio all’esperienza fondamentale della crescita: il contatto visivo diretto e la gestione del corpo dell’altro.
- La disabitudine al linguaggio non verbale: Sulla tastiera le risposte possono essere filtrate, modificate o cancellate. Nella vita reale, la voce trema, gli sguardi si incrociano e il silenzio ha un peso.
- La paura del confronto senza filtro: L’impossibilità di mettere in “pausa” la realtà crea ansia sociale, portando molti giovani a rifugiarsi nell’ambiente protetto del proprio profilo virtuale.
- Solitudine in presenza: Ci si trova insieme, ma la presenza è parziale. Il corpo è nella stanza, ma la mente è frammentata in decine di chat o feed.
A cura di Francesca Giordano
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«Dietro lo schermo l’Ologramma, oltre la rete la Solitudine.»
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