Sulla spianata fuori dal convento, li aspettava una carrozza con le insegne vescovili e due micheletti di scorta armati con lunghe lance infiocchettate da piccole banderuole. Quando furono all’interno dell’abitacolo, il vicario ordinò al fiaccherai di partire. — Arra’ — gridò ai cavalli, spronandoli a muoversi pure con sonori colpi di frusta fatti schioccare in aria. I bai nitrirono, scalpitarono battendo gli zoccoli sull’erba, ma restando sullo stesso punto. — Arra’ — gridò nuovamente il fiaccheraio più forte di prima. Ma anche questa volta i cavalli non si mossero. Pareva che una forza sovrannaturale li tenesse inchiodati al suolo. Nitrivano, scotevano le criniere, ma di muoversi non ne volevano sapere! Non c’era verso di convincerli ad attraversare la spianata e raggiungere la strada. Non era nelle loro abitudini, ma stavolta per quanto il fiaccheraio si sforzava non erano intenzionati ad ubbidirgli. — Chi vi pigghio’? — gridò arraggiato. E tanto bannio’ che ad un certo punto la faccia gli si coloro’ d’un bel rosso cardinalizio, mentre la voce gli soffocava nella strozza per via della bile che gli risaliva dalla bocca dell’anima, facendogli sputare veleno a destra ed a manca. Paonazzo per la collera ed amminchialuto di raggia, senza più gridare posò la frusta nel fodero, incrociò le braccia e restò mutagno. Non era il caso di fare scendere qualche santo dal paradiso, scomodandolo con bestemmie da carrettiere a cui da tempo aveva rinunciato. — Perché non ci muoviamo? — domandò candidamente il vicario dall’abitacolo. — Spiatelo e cavaddi — fu la risposta laconica del fiaccheraio col tono asciutto dei carrettieri passati al servizio clericale. — Stupidi animali! — disse il vicario contrariato dalla perdita di tempo che lo costringeva a rimanere in quel luogo di trame oscure e diaboliche, di caldo torrido, di luce accecante e d’un frastorno allucinante di cicale e grilli. Poco e niente sapeva di cavalli, ma questa era una cosa bizzarra ed insolita, e meno ancora delle bestie a cui il Padre eterno aveva dato il dono della parola. Ed il fiaccheraio era uno di queste bestie, incapace di farsi ubbidire dalle bestie più bestie di lui!. — Bestia pure tu! — avrebbe voluto gridargli mentre scendeva dalla carrozza scardinato di raggia anche lui. Il fiaccheraio lo guardò con grande pena, ma non gli disse nulla. Aspetto’ di vederlo all’opera con la fronte intricata delle rughe d’una natura molesta ed astuta, poco adusa alla pazienza e sopportazione, ma tutta nascosta dietro una pacata compostezza. A pochi passi dai baii, il vicario cominciò a scrutarli come mai li aveva scrutati, con occhi acutissimi, arricciando i sopraccigli. Ma d’improvviso cangiò cipiglio, la faccia bruna ed olivastra divenne crucciosa e minacciosa, un sorriso sbieco e falso gli spuntò sulla bocca straordinariamente piccola e sottile, sotto il naso affilato ed adunco. — Buoni, ubbidite — poi disse con voce melliflua. Invece i bai si scostarono per non farsi importunare da questo lisco individuo vestito come un tardo tramonto. — Che hanno? — domandò poi al fiaccheraio rinunciando ad una coercizione forzata sui cavalli. — Non vogliono lasciare questo luogo sacro — rispose lui, — o che qualcuno non se ne allontani –. Non credeva che il rifiuto dei cavalli a muoversi fosse d’addebitarsi ad un loro capriccio, piùttosto ad un ordine che veniva dall’alto. Questo però non lo disse, pareva uno scherzo da preti. Coi cavalli ci era nato e cresciuto, li conosceva bene. Sapeva ciò che diceva, anche quando era sotto l’effetto d’una grande bevuta. –, Che intendi? — gli domandò il vicario che adesso cominciava ad avere qualche dubbio. — Non vogliono muoversi, tutto qui. All’andata hanno ubbidito senza tante storie. Ora c’è un nuovo passeggero — disse con la semplicità di chi è abituato a risolvere i problemi senza tanti giri di parole. Il discorso, inutile dirlo, filava. E se davvero aveva ragione? Il vicario si girò a guardare il curato all’interno della carrozza. Era lui ad impedire ai cavalli di muoversi? Stava invocando l’aiuto del suo padrone? Accucciato in un cantuccio, il curato aveva invece l’aria d’un santo che va al martirio. E se invece stava trascinando al vescovado un uomo di Dio con un’accusa infamante? — Forse è meglio lasciarlo qui — pensò. Il rifiuto dei cavalli a muoversi non era naturale. Chi dei due li stava trattenendo? L’altissimo, benedetto sia il suo nome, oppure quell’altro che con tante cerimonie ed adulazioni negozia prima l’anima e poi la mente ed il corpo. Il pretucolo rannicchiato in un angolo non aveva dubbi, era la mano del diavolo e non quella di Dio! Davanti al portale del convento il priore continuò a guardarli con grande timore. Qualcosa stava ancora accadendo, insomma!, qualcosa di strano — Qualcuno sta impedendo ai cavalli di muoversi! — pensò, — A quale specie di dèmone ho dato ricetto? È evidente!, la colpa non è dei cavalli! –. La vista del priore che li taliava dal portale del convento, innervosì il vicario più degli stessi cavalli decisi a non muoversi. E per fargli uno sgarbo, — Scendete! — ordinò al curato con una mala taliata al fiaccheraio. Era lui il colpevole, soltanto lui, nessun altro! Vedendolo così molle e distaccato, seduto alla turca, coi piedi raccolti ed incrociati, non si trattenne ed infierì con una manciata sul dorso del primo cavallo, scuotendo la finta paciosita’ del fioccheraio al quale pareva d’averla ricevuta direttamente in faccia. Subito si schierò dalla parte dei cavalli, condividendo il loro punto di vista. — Ma quale punto di vista! — sbottò inviperito il vicario. — Queste bestie più bestie di te si sono semplicemente rifiutate d’ubbidirti! — aggiunse esasperato dall’infingardaggine delle bestie e dall’incapacità del fiaccheraio di farsi ubbidire. Era lui l’artefice del complotto, perché di questo si trattava, d’un complotto! Frattanto il curato di Salinella era sceso dalla carrozza per avvicinarsi ai cavalli. Non soltanto non si erano allontanati, ma si erano lasciati carezzare drizzando gl’orecchi, allargando le froge e mordicchiandogli leggermente le spalle, mentre la sua mano scorreva irresistibilmente sul dorso dell’uno e dell’altro. Il vicario osservò il loro asservimento contrariato, parevano dominati da quell’essere rozzo coperto soltanto d’un tunica logora e sfatta, egli stesso pieno d’ogni peccato mortale. Eppure, c’era qualcosa in lui che lo incuriosiva. Era come un vecchio libro che si continua a guardare senza mai aprirlo, eppure basterebbe solamente aprire le pagine, sfiorarle carezzevolmente con gl’occhi per leggere ogni meraviglia pagina dopo pagina, attento a non sciuparne la fragilità. — Che uomo è mai costui? — pensò, — certo è un uomo di dottrina, forse eccentrico, sicuramente anche indovino. Ma chi non lo è quando ci si allontana dai piaceri della vita, quando il giorno non è più giorno e la notte non è mai una pausa tra i giorni, quando si ha per tetto il cielo ed i piedi in un prato senza stagioni? I lupi smettono d’essere lupi quando ululano alla luna con versi romantici invocando l’invisibile, come soltanto i prescelti sanno fare! –. Ora bolliva di vergogna. Quell’uomo non aveva colpe! Quel vecchio catramoso d’un frate!, era lui il solo colpevole! Dall’angolo più ritroso dello scrittorio aveva avuto l’impudenza di lanciare l’accusa perché incapace di mutare la devozione per l’Altissimo in qualcosa di più concreto, fosse pure un disegno! I suoi occhi bruciavano d’odio e di stizza! Che andasse all’inferno!, era questo il posto che meritava! Muzio da Bivona che mai aveva conosciuto tempi peggiori, si era avvicinato alla carrozza con la presunzione di spiegare al vicario la differenza fra intervento divino e quello umano. Temeva dopo avere visto scendere dalla carrozza il curato, il suo ritorno al convento. Per lui restava un uomo irsuto e selvatico, tanto imprevedibile quanto poco ciarlero, e chissà in questo suo silenzio quali e quanti astrusi potericelava! Ma a taliarlo adesso, egli aveva in faccia la luminosità dei santi e l’aria imbambolata di chi non è mai stato veramente su questa terra. D’improvviso convenne che non c’era ragione alcuna capace di sciogliere i nodi del perché i cavalli si erano rifiutati di muoversi, senza cedere alla superstizione, alle majerie che il popolo della Bassura amava più della vita dei santi. Il perdurato silenzio del vicario esprimeva come anche lui fosse turbato da quest’uomo, e certo era convinto anche dell’infondatezza dell’accusa di blasfemia. — Cosa mai può essere un Gesù bambino benedicente con la sinistra? Non possiamo commisurare questo disegno con le bestemmie d’un eretico che fraintende le scritture! — . Questo stava pensando il vicario, mentre il priore cerimoniosamente gli cedeva il passo accompagnandolo nella carozza. — Lasciamolo andare per la sua strada. Se è un agnello sarà sbranato dai lupi, ma se egli è un lupo prima o dopo incontrerà chi lo scuoierà, ma al momento non saremo noi a farlo. Chi siamo per precorrere la volontà di nostro Signore? Non intendo macchiarmi la coscienza per un caso che presenta tanti lati oscuri. Lasciamo che sia la provvidenza ad occuparsene. Noi abbiamo fatto il possibile, l’impossibile non siamo riusciti a farlo — poi disse al priore. Poco sapeva del curato e molto avrebbe voluto sapere, ma forse era meglio ignorarlo. Forse il suo passato era stato infettato dal verme dell’eresia. In ogni caso era meglio non indagare. Immobile ed in attesa del proprio destino, il curato appariva l’essere più mite fra quanti calpestavano quelle plaghe. Il vicario salutato nuovamente il priore, salì nella carrozza. Al di là di quei pensieri furono la fretta ed il bisogno di partire a convincerlo a lasciarlo andare. Affacciato dal finestrino benedisse con la destra il priore ed il curato, sperando che quest’ultimo facesse ritorno nel pantano mortifero da cui era venuto. I bai si mossero mettendo fine a quella storia. — Ci stiamo muovendo — disse poi al pretucolo, — adesso potete uscire dai vostri incubi infantili –. Il pretucolo si sforzo’ di sorridere. — Eminenza, ed il disegno? — poi domandò. — In verità, la destra tiene il cucchiaio, ma è la sinistra a tenere la ciotola! Lo farò incorniciare, sia mai n’abbia bisogno –. Con la partenza del vicario, il priore considerò chiusa quella storia. Non era in vena di condividere la tristezza del curato, né ogni altro proponimento e meno ancora altri disegni e soprattutto che se ne andasse! Tornò indietro lasciandolo col suo fardello di tristezze sulla spianata, come nel primo giorno in cui era apparso carico di sofferenze. Che portasse altrove la disperazione della quale sembrava nutrirsi! Attraversato l’uscio sbarrò il portone ordinando ai frati di non aprirlo, sollevato d’essersi sbarazzato di un’anima che aspirava di giungere alle soglie della santità senza conoscere la strada per il paradiso. Rimasto sotto il sole dell’ora terza, il curato di Salinella diede un’ultima occhiata al convento prima d’incamminarsi in direzione degl’Iblei, deciso a lasciarsi alle spalle la tristezza della palude e le vicissitudini alle quali era stato sottoposto nel convento. Camminò verso quest’altre terre sconosciute e poco desiderate. L’ostro gli mitigava la fatica, ma la calura gli coceva la testa e gli tendeva agguati portandolo sull’orlo d’un altro delirio. Confuso e cogl’occhi appannati vide il mondo in un modo come mai l’aveva veduto prima. Era un compendio di dolori e di sofferenze, perennemente immerso in un tempo di vacche magre. L’acqua era più rara del vino ed il pane non bastava per saziare la fame. I soldati ingravidavano le donne con il loro seme e procreavano altri soldati. I nobili mangiavano per tre e si esibivano come verri da monta. Il tempo poi li cangiava in salsicce e salami. Quando arrivò sulla forra che cingeva la vallata Vittoria davanti alla città di Ibla, il tramonto aveva acceso di brace l’ultima parte del giorno. I colombacci tornavano ai nidi nelle torri antiche tra le case ombrate dal crepuscolo. Arrampicate sui dorsali del colle, erano soverchiante dalla mole del castello assonnato. La sera lambiva dal basso con le lunghe ombre le piazzette solitarie. Voci di donne chiamavano i figli. L’eco di perdeva con lo sciacquettio del torrente, tra i campi prossimi all’abitato. La collina era fitta di case sovrastate da cupole voluttuose come zinne. Foravano il cielo con le punte, e tanto maestose che pareva volessero scaraventarle giù dalla scarpata, assieme ai muri ed a quant’altro odorava di miseria. Il curato scese per una viottola contorta orlata da carrubi. Non sapeva dove andare, né cosa fare, né perché mai avesse raggiunto la Città del martorio. Costeggiò per un tratto la cinta muraria fintanto non incontrò una stretta scalinata. S’arrampicata nella timpa per fermarsi davanti alla Porta dei saccari, il luogo di ritrovo dei rivendiglioli d’acqua. Sali trovandosi subito davanti ad un intrico di viuzze soverchiate dall’ombra della sera. — La morte ha piantato qui la sua tenda — disse dopo un giorno in cui non aveva spiccicato una sola parola. In alto una striscia di cielo sui tetti delle case, era carica di tristezza. Più avanti incontrò alcuni picciotti con addosso il delirio dei sensi, con l’ansia di giungere quanti prima nel bordello di Ariguccia Buonadonna. Li seguì per sincerarsi del motivo di tanto ardore, in un luogo in cui ogni angolo grondava d’orrido ciarpame, strenuamente aggrappato ai muri. Ma questa è un’altra storia. fine
Vincenzo Savoca
Una conclusione potente e intrisa di quella tipica amarezza barocca e terragna che richiama la grande tradizione letteraria siciliana, da Leonardo Sciascia a Gesualdo Bufalino, con echi del vigore linguistico di Andrea Camilleri.
Sergio Batildi
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