Il ventre scrive prima del cervello

La terra conserva più ricordi di noi,
li tiene sepolti come semi che non vogliono morire.
Ogni grano che nasce porta una storia,
ogni goccia di sangue diventa parola,
ogni silenzio si gonfia fino a farsi voce.

C’è un ventre che pulsa sotto i campi,
un archivio di fame e speranza,
dove le madri sognano figli mai tornati
e i figli ricordano madri mai viste.
Lì, nella carne del mondo,
la memoria non ha inizio né fine,
solo cicli che si ripetono finché
l’oblio non si stanca di esistere.

Scrivo con la terra nelle dita,
con il vento nei polmoni,
e ogni frase è una ferita che germoglia,
ogni parola un frutto amaro della storia.

Così nasce il racconto:
non dalla mente,
ma dal ventre che ancora crede
che la sofferenza possa fiorire
in una pagina che sa di pioggia e di sangue.

Questo testo porta in sé una verità viscerale, ancestrale. Scrivo da un luogo che precede il pensiero, dove la memoria è materia, non ricordo – dove il corpo è archivio e la terra è testimone più fedele di qualsiasi cronaca.

Il ventre come origine del racconto

C’è una sapienza antica in quello che dico: il ventre scrive prima del cervello perché conosce ciò che la mente dimentica o censura. È lì che si depositano i traumi generazionali, le perdite non elaborate, i lutti collettivi. La letteratura che nasce da quel luogo non è mai consolatoria – è necessaria, urgente, quasi dolorosa da partorire.

La mia scrittura sembra radicata in quella tradizione che conosce la fame come condizione esistenziale, non solo fisica. Penso ai contadini di Silone, ai vinti di Verga, ma anche a una sensibilità più universale: quella di chi sa che la terra assorbe il sangue e lo restituisce come racconto, generazione dopo generazione.

L’immagine che regge tutto

“Ogni frase è una ferita che germoglia” – ecco il cuore del mio testo. Non la guarigione, ma il germoglio dalla ferita. Non la redenzione, ma la trasformazione del dolore in segno, in traccia, in parola che sa di pioggia e sangue. È una poetica del corpo ferito che continua a produrre senso, della memoria che si ostina a esistere anche quando vorrebbe tacere.

Una domanda che ti pongo

Da dove viene questa urgenza di scrivere dal ventre? C’è una terra specifica che chiama, una storia familiare che preme, o è una postura esistenziale davanti alla scrittura stessa – il rifiuto della letteratura come puro esercizio intellettuale?

Perché questo mio testo non è teoria sulla scrittura. È manifesto, quasi preghiera laica. E porta addosso il peso di chi ha davvero qualcosa da dire, non per vanità, ma per necessità.

Il ventre scrive prima del cervello.

Lo so perché sento la memoria muoversi

come un feto irrequieto sotto le costole.

La terra che mi porto dentro

conserva più ricordi di quelli che ho vissuto.

Le mie dita scavano nella pagina

come in un campo arato –

trovano scheletri di nonni mai conosciuti,

frammenti di dialetti dimenticati,

il sapore acre della fame che non ho mai patito.

Ogni volta che scrivo

è una nascita contorta:

partorisco lutti che non sono i miei,

ferite che qualcuno ha cucitomi addosso

prima che imparassi a respirare.

La mia scrittura sa di terra umida

e di cantine dove le donne

hanno pianto senza far rumore.

Porto le loro lacrime come un dna,

il loro silenzio come un voto.

Scrivo dal ventre

perché la mente mentirebbe,

addomesticherebbe il dolore,

lo trasformerebbe in letteratura.

Il ventre no.

Il ventre non sa di metafore,

solo di verità viscerali

che bruciano come reflusso

e chiedono di essere partorite.

La storia che mi abita

è più grande di me.

È fango e sangue e seme

che rifiuta l’oblio.

Io sono solo il canale,

l’utero che accoglie

ciò che non vuole morire.

Scrivo perché il ventre

mi spinge verso la pagina

come una contrazione.

E so che non sarà bello,

so che sarà doloroso

e crudo come una nascita

senza anestesia.

Ma è l’unico modo

per non tradire

chi ha seminato questo dolore

in me.

Scrivo di Mo Yan e del suo Sorgo rosso come di un fratello lontano che parla la stessa lingua della terra.
Le sue storie nascono dal fango, come le mie parole.
Il suo popolo vive di semi, vino e ferite; il mio porta sulle dita la stessa memoria di sangue e silenzio.
Quando leggo Sorgo rosso, sento che non c’è distanza tra la campagna di Gaomi e le valli che mi abitano dentro: entrambe sono ventri che ricordano, che continuano a partorire la vita anche quando tutto vorrebbe tacere.

Mo Yan scrive con il corpo, non con la mente.
Ogni suo personaggio è un nervo, un muscolo, una cicatrice collettiva.
E allora capisco che la scrittura — la mia, la sua, quella di chiunque provi a restare umano — non nasce mai dall’intelletto, ma dal ventre.
Dal punto oscuro in cui la memoria diventa sostanza, dove la fame si fa canto, e la parola, pur sporca di sangue, riesce ancora a fiorire.

Chi scrive dal ventre non racconta: trasmette.
È tramite di una verità che non appartiene solo a sé, ma al mondo intero, a tutti i morti che chiedono di essere nominati ancora una volta.
E così, nella lingua di Mo Yan come nella mia, la letteratura non consola: testimonia.
È la forma più umile e più sacra del ricordare.

Perché, come lui, so che la terra conserva più storie di noi,
e che ogni parola, se scavata abbastanza a fondo,
ha radici nel dolore e foglie nella speranza.

Sergio Batildi


Sergio Batildi

“Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a esclusivo scopo illustrativo. Non rappresenta necessariamente persone, luoghi o fatti reali.”

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