Negli Stati Uniti l’Intelligenza Artificiale sta alimentando una delle più grandi stagioni di investimenti tecnologici della storia recente. In Italia la diffusione procede più lentamente, ma sta accelerando. La vera partita non riguarda soltanto i nuovi strumenti digitali: coinvolge produttività, occupazione, energia, formazione e capacità dei territori di non rimanere indietro.

Pier Carlo Lava

L’Intelligenza Artificiale non è più solamente un settore dell’innovazione informatica. Sta diventando una vera infrastruttura economica, paragonabile, per ampiezza delle possibili conseguenze, alla diffusione dell’elettricità, dell’automobile, di Internet e degli smartphone. Il confronto tra Stati Uniti e Italia evidenzia però due realtà profondamente differenti. Gli USA concentrano capitali, piattaforme, centri dati, semiconduttori e grandi imprese tecnologiche. L’Italia dispone di un sistema produttivo composto prevalentemente da piccole e medie imprese, spesso molto specializzate ma con minori risorse finanziarie e organizzative. Per questo motivo il nostro Paese non può competere sullo stesso terreno degli Stati Uniti, ma può cercare di utilizzare l’IA per aumentare l’efficienza delle proprie filiere industriali e dei servizi.

Stati Uniti: una corsa agli investimenti senza precedenti

Secondo l’AI Index Report 2026 della Stanford University, nel 2025 gli investimenti privati statunitensi nell’Intelligenza Artificiale hanno raggiunto 285,9 miliardi di dollari, oltre ventitré volte quelli registrati in Cina. Nello stesso anno negli Stati Uniti sono state finanziate 1.953 nuove società attive nell’IA, più di dieci volte il numero del Paese immediatamente successivo. Stanford HAI – AI Index Report 2026 Dietro queste cifre non ci sono soltanto software e applicazioni. Una parte crescente delle risorse viene impiegata per realizzare centri dati, server, reti cloud, chip specializzati, sistemi di raffreddamento e nuovi impianti energetici. Amazon, Microsoft, Alphabet, Meta e altri grandi gruppi tecnologici stanno destinando centinaia di miliardi di dollari alla capacità di calcolo. Secondo una valutazione riportata da Reuters, gli investimenti collegati all’IA potrebbero rappresentare nel 2026 più della metà della spesa in conto capitale programmata dalle società comprese nell’indice S&P 500. Reuters – investimenti e prospettive dell’IA negli Stati Uniti Non tutta questa spesa può essere classificata esclusivamente come investimento nell’Intelligenza Artificiale: gli stessi centri dati servono anche il cloud tradizionale, l’archiviazione e numerosi servizi digitali. È tuttavia evidente che l’IA rappresenta oggi il principale motore della nuova espansione infrastrutturale. Questa corsa produce effetti che si estendono oltre la Silicon Valley. Cresce la domanda di semiconduttori, materiali, costruzioni, apparati elettrici, sistemi di raffreddamento e tecnici specializzati. Nelle aree interessate dai nuovi insediamenti aumentano però anche il consumo di energia e acqua, la pressione sulle reti elettriche e la competizione per i terreni.

La produttività aumenta, ma non automaticamente

I risultati delle sperimentazioni indicano che l’IA può aumentare sensibilmente la produttività in alcune attività. L’AI Index 2026 riporta incrementi medi nell’ordine del 14-15% nell’assistenza ai clienti, del 26% nello sviluppo software e risultati ancora più elevati in determinate attività di marketing. I vantaggi risultano spesso maggiori per i lavoratori meno esperti, perché il sistema mette rapidamente a loro disposizione conoscenze, modelli e procedure operative. Stanford HAI – Economia e produttività Questi risultati non devono però essere trasferiti automaticamente all’intera economia. Un’impresa non diventa più produttiva semplicemente acquistando un abbonamento a un sistema di IA. Occorre riprogettare i processi, organizzare i dati, formare il personale, controllare le risposte e stabilire chiaramente quali attività possano essere automatizzate e quali debbano rimanere affidate alla responsabilità umana. I dati dell’US Census Bureau, riferiti al periodo compreso tra dicembre 2025 e maggio 2026, indicano che la quota di imprese americane che utilizzava l’IA oscillava complessivamente tra il 17 e il 20%. Tra le aziende con almeno 250 dipendenti la percentuale saliva al 37%, mentre rimaneva inferiore al 20% tra le realtà con quattro o meno addetti. US Census Bureau – uso dell’IA nelle imprese Anche negli Stati Uniti esiste quindi un divario tra i grandi gruppi che costruiscono e controllano le infrastrutture e la vasta platea delle piccole aziende che devono ancora capire come utilizzare concretamente questi strumenti.

Occupazione: trasformazione più che scomparsa del lavoro

L’Intelligenza Artificiale può sostituire alcune mansioni, soprattutto quelle ripetitive, amministrative o facilmente standardizzabili. Allo stesso tempo può aumentare il valore del lavoro umano nelle attività che richiedono esperienza, responsabilità, capacità relazionali, creatività e conoscenza del contesto. Il rischio maggiore riguarda probabilmente le mansioni di ingresso. Se un sistema è in grado di produrre una prima bozza, elaborare un semplice codice informatico o classificare documenti, le imprese potrebbero ridurre le occasioni offerte ai giovani. Ma senza un adeguato percorso di inserimento e formazione diventerebbe più difficile costruire i professionisti esperti di domani. La questione non è quindi soltanto quanti posti di lavoro saranno creati o eliminati, ma come cambierà il contenuto delle professioni. Le persone capaci di utilizzare l’IA, verificarne i risultati e inserirli in un processo produttivo potrebbero diventare più richieste. Chi invece svolge esclusivamente compiti standardizzati rischia una maggiore esposizione alla sostituzione.

Italia: l’adozione raddoppia, ma resta il divario tra grandi imprese e PMI

In Italia la diffusione dell’IA sta accelerando. Secondo l’Istat, nel 2025 il 16,4% delle imprese con almeno dieci addetti utilizzava almeno una tecnologia di Intelligenza Artificiale, contro l’8,2% del 2024 e il 5% del 2023. Tra le grandi imprese la quota è salita dal 32,5 al 53,1%. Tra le piccole e medie imprese è passata dal 7,7 al 15,7%. In appena un anno l’utilizzo è quindi raddoppiato, ma è cresciuta anche la distanza assoluta tra le aziende più strutturate e quelle di dimensioni minori. Istat – Imprese e ICT 2025 I dati italiani e statunitensi non sono perfettamente confrontabili, perché le indagini utilizzano campioni, soglie dimensionali e definizioni differenti. Entrambe mostrano comunque lo stesso fenomeno: l’IA si diffonde più rapidamente nelle aziende grandi, innovative e ricche di competenze professionali. Una ricerca della Banca d’Italia, pubblicata nel marzo 2026, rileva che l’adozione dell’IA può accrescere la produttività del lavoro e la redditività delle imprese, determinando una riallocazione dell’occupazione verso i profili più qualificati senza evidenziare, nel complesso del campione analizzato, una riduzione dell’occupazione totale. Banca d’Italia – L’impatto economico dell’adozione dell’IA Per il governatore Fabio Panetta l’Intelligenza Artificiale può diventare una leva decisiva per rilanciare la produttività italiana, ma il risultato dipenderà dalla sua diffusione nel sistema produttivo e, in particolare, nelle piccole e medie imprese. Banca d’Italia – Considerazioni finali sul 2025

Il vero problema italiano è territoriale

In Italia il rischio è che l’IA finisca per rafforzare i divari già esistenti. Le tecnologie avanzate tendono a concentrarsi dove sono già presenti università, centri di ricerca, imprese innovative, collegamenti veloci, credito e personale qualificato. Le grandi aree metropolitane e le regioni più industrializzate dispongono generalmente di maggiori possibilità di sperimentazione. Le aree interne, i piccoli Comuni e molti territori del Mezzogiorno partono invece da condizioni più difficili. Ma il divario non riguarda esclusivamente Nord e Sud: può emergere anche tra una città dotata di università e servizi tecnologici e i Comuni più piccoli della stessa provincia. Un indicatore importante è rappresentato dalle competenze. Nel 2025 soltanto il 54,3% degli italiani tra 16 e 74 anni possedeva competenze digitali almeno di base. Il dato è migliorato, ma rimane molto distante dall’obiettivo europeo dell’80% entro il 2030. Istat – Cittadini e ICT 2025 Senza competenze diffuse, l’IA potrebbe aumentare la produttività delle imprese già forti lasciando indietro quelle più piccole. Il risultato sarebbe una crescita nazionale accompagnata da una maggiore disuguaglianza economica e territoriale.

Piemonte e Alessandria: opportunità industriali, ma serve accompagnare le PMI

Il Piemonte possiede competenze importanti nell’automotive, nell’aerospazio, nella meccanica, nella logistica, nella sanità e nella ricerca universitaria. Secondo un’analisi della Banca d’Italia, per quasi il 28% degli occupati piemontesi l’IA potrebbe svolgere una funzione complementare, generando potenziali benefici di produttività; per circa un quarto potrebbe invece prevalere il rischio di sostituzione di alcune mansioni. Banca d’Italia – L’economia del Piemonte Per una provincia come Alessandria, l’IA può trovare applicazione nella manutenzione industriale, nel controllo della qualità, nella logistica, nell’agricoltura, nell’agroalimentare, nel commercio, nel turismo, nei servizi professionali e nella Pubblica amministrazione. Una piccola azienda potrebbe utilizzarla per analizzare gli ordini, prevedere la domanda, ridurre gli scarti, tradurre cataloghi, organizzare documenti o assistere i clienti. Ma difficilmente potrà affrontare da sola i costi della consulenza, della sicurezza informatica, della formazione e della gestione dei dati. Servono quindi centri di competenza accessibili, associazioni di categoria preparate, università, camere di commercio, istituti tecnici e amministrazioni locali capaci di accompagnare le imprese. In caso contrario, i vantaggi dell’IA si concentreranno nelle aziende maggiori e nei territori già più forti.

Una grande occasione, ma non una garanzia

Gli Stati Uniti stanno scommettendo enormi capitali sulla convinzione che l’Intelligenza Artificiale possa diventare il motore di una nuova fase di crescita. Questa espansione presenta però anche rischi: investimenti eccessivi, dipendenza da pochi operatori, consumi energetici elevati e ricavi che potrebbero arrivare più lentamente del previsto. L’Italia dispone di meno capitali, ma possiede un patrimonio produttivo caratterizzato da competenze specialistiche, manifattura di qualità e conoscenza dei mercati. La sua possibilità non consiste nel replicare la Silicon Valley, bensì nel trasformare l’IA in uno strumento diffuso al servizio delle filiere industriali, delle professioni, della sanità, della scuola e della Pubblica amministrazione. La sfida decisiva sarà evitare che l’Intelligenza Artificiale diventi un ulteriore elemento di separazione tra grandi e piccole imprese, lavoratori qualificati e fragili, città centrali e territori periferici. La tecnologia può aumentare la produttività, ma la distribuzione dei benefici dipenderà dalle scelte compiute oggi in materia di formazione, investimenti, infrastrutture e politiche territoriali.

GEO: Stati Uniti – Italia – Piemonte – Alessandria

Approfondimenti:
Stanford University – AI Index Report 2026
Istat – Imprese e ICT 2025

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Nota sull’intelligenza artificiale: L’intelligenza artificiale è stata utilizzata come supporto alla ricerca, all’organizzazione delle informazioni. Contenuti, revisione del testo e impostazione editoriale sono stati definiti e verificati dall’autore.

Nota immagine: Immagine creata con IA – a solo scopo illustrativo.